Gli Stati Uniti hanno cominciato i test sui robot da guerra

I marine intendono trasferire anche ai mezzi blindati le stesse modalità d’uso dei droni: il controllo da remoto. Per la riuscita dell’esperimento è stato realizzato un adattamento del cingolato M113

cingolato robot da guerra usa
JALAA MAREY / AFP
Il cingolato M113

Con un annuncio ufficiale sul proprio sito, l’esercito statunitense ha rivelato l’inizio di un addestramento mirato a condurre operazioni militari via terra tramite mezzi a controllo remoto. Non una novità se si pensa all’intensa attività dei droni - da poco uno è stato abbattuto dall’esercito iraniano sullo Stretto di Hormuz - da ora i marine intendono trasferire anche ai mezzi blindati le stesse modalità d’uso. Come si legge in un comunicato, l’esercito avvierà una serie di test che coinvolgono mezzi da combattimento modificati per essere comandati da remoto. La sala di controllo sarà invece un altro mezzo pesante, all’interno del quale i soldati potranno manovrare quello in avanscoperta senza esporsi al fuoco nemico.

Per la riuscita dell’esperimento è stato realizzato un adattamento dell’M113, cingolato originariamente destinato al trasporto delle truppe, dotato della capacità di essere controllato anche a distanza e di un mitragliatore da 7,62 mm. Ma la sua funzione è esclusivamente dimostrativa: la sala di controllo è infatti ricavata all’interno di un Bradley Fighting Vehicle, cingolato in forza all’esercito statunitense e ampiamente utilizzato durante la Guerra in Iraq. 

La prima fase del test inizierà nel marzo del 2020 nella base militare di Fort Carson, in Colorado, e prevede l’impiego di due cingolati di controllo, chiamati anche Mission Enabler Technologies-Demonstrators (MET-D), che guideranno da remoto quattro M113.

Ulteriori fasi dell’addestramento prevedono delle dimostrazioni in Europa il prossimo maggio e altre nel 2021, con sempre più mezzi coinvolti.

Da anni, l’Esercito Statunitense sta lavorando allo sviluppo di macchinari robotizzati da impiegare in scenari operativi. Tuttavia, le sperimentazioni annunciate questo mese servono esclusivamente a raccogliere una quantità di informazioni sull’usabilità degli stessi e osservare le prime reazioni degli operatori impegnati. I mezzi utilizzati hanno infatti uno scopo dimostrativo e non sarebbero quelli eventualmente impiegati in uno scenario reale.

Per il capo dell’Emerging Capabilities Office dell’esercito, David Centeno Jr, quando le forze americane saranno sotto il fuoco nemico, l'esercito dovrà “trovare il modo di penetrare quella bolla, mettere in difficoltà i loro sistemi e consentire la libertà di manovra aerea e terrestre”. Per questo è probabile che in un reale scenario operativo verrebbero impiegati mezzi molto più leggeri e non destinati a trasportare persone, così da avere più spazio per munizioni e carburante.

L’appello contro le armi autonome

La ricerca tecnologica nelle principali economie del mondo è da tempo molto attenta allo sviluppo di sistemi d’arma autonomi e capaci di condurre guerre da remoto. Nella sua richiesta di finanziamenti al governo per l’anno 2018, il Pentagono ha stimato un investimento di 13 miliardi di dollari per le ricerche scientifiche e tecnologiche, più altri dieci miliardi per i sistemi spaziali. Le guerre future si combatteranno con nuovi e potenti strumenti in grado di condurre attacchi a distanza, di sabotare le comunicazioni nello spazio e di prendere decisioni autonome senza coinvolgere un operatore in carne e ossa.

A questo proposito, nell’estate del 2017, un gruppo di imprenditori del settore tecnologico, tra cui il fondatore di Tesla e Space X Elon Musk e il fondatore della società di Google che ricerca nel campo delle intelligenze artificiali, DeepMind, avevano inviato una lettera alle Nazioni Unite per chiedere che venissero messi al bando i “killer robot”, che “una volta sviluppati permetteranno di combattere su una scala mai vista prima e con tempistiche talmente veloci da non poter essere comprese dagli umani”.



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