Il vuoto diplomatico di Bengasi, dove è rappresentato solo il Sudan

La Farnesina stava valutando la riapertura del consolato ma il maresciallo Haftar ha chiesto a Roma di ritirare le proprie truppe dall'area perché ritenute alleate di Serraj

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Quella di Bengasi non è mai stata una piazza facile per i diplomatici: resta nella storia l'attentato al consolato Usa dell'11 settembre 2012 in cui perse la vita l'ambasciatore americano Chris Stevens. Qualche mese dopo, il 12 gennaio 2013, rischiò di fare la stessa fine il console italiano, Guido De Sanctis, quando la sua auto venne crivellata di colpi. A salvargli la vita fu la blindatura del mezzo su cui viaggiava. Da allora sono chiusi entrambi i consolati.

Ora l'Italia, secondo quanto anticipato nei mesi scorsi dalla Farnesina, starebbe valutando la riapertura delle sede, in segno di avvicinamento al maresciallo Khalifa Haftar. La data prevista era il 28 aprile ma tutto è stato congelato considerata la crisi a Tripoli. In particolare sia gli uomini del maresciallo che le tribù della Cirenaica hanno chiesto al governo italiano di farsi da parte e ritirare le proprie truppe dalla zona, perché ritenute alleate con il Governo di accordo nazionale di Fayez al Serraj

Quello italiano sarebbe, ancora una volta, il primo consolato europeo ad aprire nella Cirenaica. Tra il 2017 e il 2018, quella di Roma è stata l'unica ambasciata attiva a Tripoli dopo che le altre avevano chiuso per motivi di sicurezza.

A Bengasi, al momento, solo il Sudan ha una rappresentanza consolare, con un ufficio inaugurato l'ottobre scorso. Questo non impedisce però i continui contatti delle potenze occidentali, e non solo, con il maresciallo Haftar che nei mesi scorsi ha ricevuto diverse delegazioni e che può contare su canali ufficiosi nei rapporti con i suoi principali sponsor, dalla Francia agli Emirati passando per Egitto e Russia.



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