Vita difficile tra clonazioni « slamming» ed estorsioni

Non vuol parlare, la vicenda lo mette di cattivo umore. E si capisce perché. «Sinceramente, non me l'aspettavo», sbotta l'imprenditore riferendosi a quanto gli è successo nello Jiangsu, l'area a Nord Est di Shanghai, dove ha creato la filiale cinese della casa madre italiana. Un successo. Con un piccolo neo. L'anonimato è d'obbligo, la storia non si è ancora chiusa.
Qualche mese fa, infatti, questo imprenditore è stato contattato da un cinese che gli ha fatto sapere di essere lui il legittimo proprietario del marchio della sua azienda, tradotto però in caratteri cinesi.
Lui, purtroppo, il suo marchio in cinese non aveva proprio pensato di registrarlo. «Difficile immaginare che il mio presunto competitor possa utilizzarlo realmente - commenta -. Però bisognerà trovare una soluzione e in ogni caso operando sul mercato locale è meglio non trovarsi tra i piedi qualcuno che si muove utilizzando il tuo marchio».
Come finirà? Ipotizziamo: l'imprenditore quasi certamente dovrà ricomprarsi il marchio. Succede sempre più di frequente con i siti Internet: lo chiamano slamming, è la richiesta di comprare un dominio già registrato bruciando sul tempo il titolare del marchio.
Il problema non conosce limiti, nè si ferma alla grandezza dell'azienda, come dimostra la lite tra i due colossi dell'industria elettrica, Schneider e Chint. Un caso da manuale, ormai. Il gruppo francese era arrivato in Cina con i suoi prodotti, in particolare prese elettriche, rimanendo però invischiato in un contenzioso senza fine con i competitor cinesi di Chint, enorme azienda dello Zhejiang, i quali però hanno dimostrato in tribunale di aver registrato loro per primi le prese elettriche che Schneider reclamava come proprie. Ai francesi, alla fine, non è rimasto che chiudere la partita patteggiando una somma da versare a Chint. Se Schneider avesse subito registrato in Cina il modello tanto conteso, non avrebbe lasciato alcun margine alla concorrenza.
A qualcun altro, però, è andata ancora peggio, non fosse altro che per il tempo perso a dirimere la lite in tribunale. Per carità, sembra che i tribunali cinesi siano molto più veloci di quanto non si pensi, a volte bastano sei mesi per arrivare a una sentenza di primo grado. Però, ai torinesi di Urmet (sistemi di sicurezza) è toccato stare in ballo per anni nel tentativo di difendere (con successo, alla fine) il marchio che il distributore cinese in malafede aveva registrato per conto suo. Domenico Galla, export manager di Urmet dice: «Per fortuna, che è finita».
C'è anche il fai-da-te utile. Se si vuole o se si riesce a difenderlo. Andrea Gambusera è il fondatore della Hydronit, una fabbrica di valvole alla periferia di Milano. È reduce della Fiera di settore di Shanghai dove ha trattato di persona commesse per la sua piccolissima impresa, ad altissimo valore aggiunto.
Per Gambusera il know how è tutto. Sentite la sua personale strategia: «Lo so. So che in Cina, un mercato che conosco da almeno un decennio, c'è già qualcuno che mi sta copiando. Io cambio qualcosa e così per loro tutto diventa più difficile». Finora, la realtà gli ha dato ragione. Finora.

ritafatiguso.blog.ilsole24ore.com

13/12/2010