Usa, Cina e l'eterno sorpasso mancato

di John Plender
Mentre il presidente Barack Obama affronta i primi dossier in Asia, in Occidente è parere largamente condiviso che i suoi appuntamenti saranno con le autorità di nazioni che tutto sommato si collocano tra i junior partner dell'America. La realtà, invece, è molto più complessa. Nelle macerie della crisi finanziaria, lo status degli Stati Uniti di unica superpotenza e di leader indiscusso dell'economia globale appare sempre più a rischio. In particolare, quando la settimana prossima arriverà a Pechino, nulla potrà dissimulare il fatto che Obama si reca in visita al maggior creditore del suo paese.
Quanti si rallegrano per le difficoltà nelle quali si dibatte l'America fanno notare che questo colosso dell'economia mondiale è incatenato al maggiore debito estero del mondo e indebolito da una valuta in forte calo. È opinione comune che la Cina sia la principale beneficiaria della débâcle finanziaria globale e sia diventata uno sfidante potente dell'egemonia statunitense.
Poiché molto spesso la potenza economica va di pari passo con la forza militare, questo spostamento del potere economico, unitamente alla recente debolezza del dollaro, è stato sbandierato come un fenomeno precursore del declino americano. Ha saputo abilmente cogliere questa sensazione il titolo del bestseller appena pubblicato da Fareed Zakaria, L'era post-americana. In seguito è arrivato il riferimento di Obama nel suo discorso inaugurale a un «indebolimento della fiducia nel nostro paese; un'inquietudine fastidiosa secondo la quale il declino dell'America è inevitabile e le future generazioni dovranno abbassare le loro aspettative».
Paul Volcker, ex presidente della Fed e consigliere del presidente, ha accennato a ciò facendo alcune osservazioni durante una recente intervista televisiva alla Pbs, l'emittente pubblica statunitense: Volcker ha detto che l'ascesa dei mercati emergenti è «simbolica della posizione relativa e meno dominante degli Stati Uniti, non soltanto nell'economia, ma anche nella leadership politica, a livello intellettuale e in altri campi ancora».
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di John Plender

Le banche centrali nei Paesi in via di sviluppo hanno cosparso sale sulle ferite del gigante in agonia: la Reserve bank indiana la settimana scorsa si è unita alle banche centrali di Cina, Russia, Messico e Filippine, scegliendo d'incrementare le proprie riserve aurifere preferendo il metallo giallo a titoli in dollari. Un autentico coro di esponenti politici di Paesi che hanno eccedenze delle partite correnti ha dichiarato che il ruolo del dollaro come valuta per le riserve è insostenibile.
Adesso è quanto mai importante tenere presente che a questo punto eravamo già arrivati: alla fine degli anni 80, Paul Kennedy dell'Università di Yale lasciò sbalordite le schiere degli esponenti della middle-class o delle classi più alte, con una solida istruzione alle spalle e che amano esprimere le loro opinioni, dichiarando nel suo libro Ascesa e declino delle grandi potenze che «l'unica risposta alla sempre più dibattuta domanda avanzata dall'opinione pubblica - se gli Stati Uniti possano continuare ad avere la posizione che hanno attualmente - è no».
Questo pessimistico verdetto sopraggiunse più o meno in corrispondenza del crollo del mercato azionario del 1987, quando predominò la duplice forte preoccupazione per il budget degli Stati Uniti e per i deficit delle partite correnti. Quella era la prima volta che gli Usa si indebitavano a livello internazionale e che dipendevano sempre più dall'afflusso di capitali europei e giapponesi. Era il Giappone, fiducioso al massimo nelle proprie possibilità, a essere in piena ascesa. La sensazione di un declino imminente si propagò in tutti gli Usa, portando la popolazione sulla soglia dell'isteria allorché le aziende giapponesi non si lasciarono sfuggire l'occasione di mettere le mani sul Rockfeller Center a New York, sulla Columbia Pictures a Hollywood e perfino sul campo di golf di Pebble Beach in California. Abs News chiese agli spettatori: «Chi è il proprietario dell'America?».
Da un certo punto di vista la tesi del professor Kennedy era giusta. Mentre Cina, India e altri mercati emergenti recuperano lo svantaggio che avevano nei confronti del mondo sviluppato, gli Stati Uniti sono destinati a patire un relativo declino economico sotto forma di una percentuale in calo di prodotto interno lordo globale, malgrado il fatto che crescano più velocemente della maggior parte delle più grandi economie sviluppate del mondo e restino in assoluto la più grande economia del pianeta.
La globalizzazione e la liberalizzazione interna hanno offerto a questi paesi in via di sviluppo l'occasione giusta per contribuire al Pil globale con una percentuale più adeguata alle loro dimensioni e alla loro storia. La performance economica della Cina prima del 1978 è stata un'aberrazione, dopo tutto, vista dalla prospettiva di secoli.
In uno studio sulle economie più forti, Angus Maddison dell'Università di Groningen ha calcolato che nel 1820 - prima che la rivoluzione industriale in Europa prendesse slancio - la partecipazione della Cina al Pil globale era superiore al 30%, ben superiore all'attuale partecipazione degli Usa. Di conseguenza, potremmo supporre che sia in corso un ritorno a qualcosa di più normale.
Dove la tesi di Kennedy appare quanto mai fuori luogo è allorché suggerisce che gli Stati Uniti stiano seriamente per correre il rischio di un eccessivo allargamento imperiale, come accadde alla Spagna nel 1600 o alla Gran Bretagna nel 1900. Il caso più esemplare di questo allargamento eccessivo negli anni 80 fu l'Unione Sovietica, che crollò definitivamente, mentre gli Stati Uniti poco dopo riuscirono a rimettere in sesto il loro budget sotto l'amministrazione Clinton, senza nemmeno esentarsi dal loro impegno su vasta scala a livello internazionale.
La sfida economica giapponese, nel frattempo, si era ridotta a un nulla di fatto con lo scoppio delle bolle dei capitali e del settore immobiliare e con il grave pericolo di una deflazione. Il panico mediatico scatenato negli Usa per la presunta e temuta invasione giapponese si rivelò essere un indicatore perfetto, per quanto involontario, di un punto di svolta.
La questione, adesso, è capire se la tesi di questa espansione eccessiva fosse errata o semplicemente prematura. Nondimeno, notoriamente è arduo prevedere il momento esatto dell'ascesa o del declino delle nazioni e delle economie. Charles Kindleberger, storico dell'economia scomparso alcuni anni fa, era uno di molti esperti che credevano che la vitalità di una nazione avesse un andamento per corsi e ricorsi storici. Tra le cause interne di declino, aveva individuato l'aumento dei consumi, la riduzione dei risparmi, l'ostilità alle tasse, l'ineguaglianza, la corruzione, un debito in aumento, una finanza sempre più dominante nell'economia rispetto all'industria.
Eppure, se tutto ciò richiama alla mente le circostanze odierne, c'è da osservare che molti di questi fattori erano presenti anche nel 1929 negli Stati Uniti, quando una precedente crisi finanziaria coincise con la lunga transizione dell'egemonia economica dalla Gran Bretagna all'America. Quando nel 1996 Kindleberger scrisse il suo testo World Economic Primacy 1500-1990, credeva che effettivamente gli Stati Uniti stessero per fare uno scivolone. Non aveva però idea di quale Paese avesse maggiori probabilità d'emergere come potenza economica mondiale in sua sostituzione e considerava la Cina alla stregua di un cavallo sconosciuto sul quale è impossibile fare previsioni di sorta.
La tesi più efficace a supporto dell'ipotesi del declino riguarda quello che il professor Kennedy chiama «il dovere perenne di far corrispondere mezzi nazionali e fini nazionali». Poiché vi è una significativa correlazione a lungo termine tra le capacità produttive e di guadagno e la potenza militare, molto dipende dalla sostenibilità di una politica fiscale. Ecco spiegato perché i pronostici non sono favorevoli per gli Stati Uniti.
Sotto la duplice pressione della crisi finanziaria e del problema a più lungo termine legato all'invecchiamento della generazione del baby-boom, le proiezioni ufficiali prevedono deficit di bilancio di portata senza precedenti. Il Peterson Institute for International Economics di Washington calcola che dopo essersi avvicinato ai 1.500 miliardi di dollari nell'anno fiscale in corso - il triplo del record stabilito in precedenza - verosimilmente e quanto meno fino al 2020, forse anche in seguito, il deficit rimarrà nell'ordine dei mille miliardi di dollari l'anno.
Osservata dal punto di vista dell'afflusso di capitali nell'economia, la controparte di questi deficit si troverà in buona parte nell'attuale stato della bilancia dei pagamenti. In questo caso, l'istituto stima che il deficit delle partite correnti potrebbe salire dal precedente record del 6% del Pil a uno sconvolgente 15% o più entro il 2030, per un importo pari a 5.000 miliardi di dollari l'anno. Prevede anche che nello stesso periodo di tempo considerato il debito estero netto possa crescere dagli odierni 3.500 miliardi di dollari fino a 50mila miliardi di dollari, pari al 140% del Pil.
Simili cifre innegabilmente costituiscono una sfida demoralizzante per l'amministrazione Obama e sono una minaccia di rilievo per il dollaro, poiché in mani straniere vi è una quantità eccessiva di riserve in dollari. Dalla fine del 2000 alla metà del 2009 l'Fmi calcola che le riserve di cambio ufficiali straniere siano cresciute da 1.900 miliardi a 6.800 miliardi di dollari, 2.300 dei quali custoditi nei forzieri della sola Cina. Oltre il 60% di queste riserve sono in dollari.
Il recente dibattito in corso in Cina, ivi compreso l'invito a sostituire il dollaro come valuta principale per le riserve nel mondo tramite i diritti speciali di prelievo - un'unità contabile utilizzata dall'Fmi nei suoi rapporti con gli stati membri - sottintende una preoccupante perdita di fiducia nella politica monetaria e fiscale degli Stati Uniti. Al contempo, Fred Bergsten, direttore del Peterson Institute, sostiene che adesso è nell'interesse degli Stati Uniti stessi ridurre il ruolo del dollaro e incoraggiare un più consistente flusso di riserve in euro, renminbi e Sdr.
Ma il pericolo nei confronti del dollaro potrebbe essere esagerato. La Cina sta forzando le sbarre di una gabbia che lei stessa si è costruita, in quanto le riserve sono la conseguenza di un intervento di portata colossale per evitare che la sua valuta decolli. In effetti, la Cina è intrappolata nell'equivalente economico della distruzione reciproca assicurata descritta dai teorici della deterrenza nucleare ai tempi della Guerra Fredda. Con le esportazioni alle quali sono dovuti i due quinti del Pil, la Cina è stata grata agli Usa per il loro ruolo di prestatori e di acquirenti dell'ultima risorsa nell'economia globale. Ma la Cina non può abbandonare il dollaro senza con ciò far crollare drasticamente il valore delle sue stesse riserve in dollari.
Per quanto riguarda l'eventualità che la valuta cinese possa sfidare il ruolo di valuta per le riserve del dollaro, può anche sussistere nel lunghissimo periodo ma, in assenza di mercati finanziari sviluppati e di un più forte impegno a internazionalizzare il renminbi, resta alquanto remota.
In realtà, il fattore più debole delle previsioni di declino degli Stati Uniti potrebbero essere proprio le sovradimensionate stime sulla portata della minaccia cinese. Tali calcoli sono stati accuratamente smontati in un recente documento sugli affari esteri di Josef Joffe, condirettore del tedesco Die Zeit. La Cina - ha scritto Joffe - è quel posto nel quale il resto del mondo in sostanza assume lavoratori e trova spazi di lavoro a prezzi ridotti e a falsi tassi di cambio. La sua dipendenza dalle esportazioni, oltre a essere il tallone d'Achille per la sua economia, ha conseguenze politiche dirette: tra queste vi sono ogni anno 70mila disordini e tumulti della popolazione, che non sono scomposti in fattori nelle previsioni lineari di crescita amate dalle banche d'investimento.
Anche i dati demografici della Cina non sono granché d'aiuto: come afferma Joffe, la popolazione cinese invecchierà prima di arricchirsi. Se da un lato, stando alle stime di Goldman Sachs, la Cina avrà da tempo superato gli Stati Uniti nel 2050 con un Pil di 45mila miliardi di dollari rispetto ai 35mila miliardi di dollari statunitensi, dall'altro l'età media negli Usa sarà a quell'epoca la più bassa di qualsiasi altra grande potenza al mondo, eccezion fatta per l'India. Difatti la popolazione statunitense in età da lavoro sarà aumentata del 30% circa, mentre in Cina sarà scesa del 3 per cento.
Unitamente alla dipendenza dalle esportazioni, questo cambiamento demografico costituirà per la classe politica cinese una sfida non indifferente per quello che in fondo è un paese molto povero. Gli Stati Uniti, nel frattempo, hanno un'infrastruttura per la ricerca e l'istruzione superiore che non ha pari al mondo. Nel 2008 il loro budget per le spese militari è stato di 607 miliardi di dollari, pari all'incirca alla metà della spesa complessiva mondiale per il medesimo settore. Il budget per le spese militari della Cina, così spesso decantata come la prossima grande superpotenza, è inferiore a un settimo di quella cifra.
Nessuno può smentire gli straordinari progressi compiuti dalla Cina in quella che è e resta la più rapida rivoluzione industriale nella storia dell'umanità. Ci stiamo innegabilmente orientando verso un mondo multipolare, e verso un sistema di riserve con più valute, nel quale il potere degli Usa sarà forzatamente più limitato. Nonostante tutto, però, gli Stati Uniti restano di gran lunga l'economia più flessibile tra le più importanti. La storia non scorre sulle rotaie del tram, tranne che per i marxisti. Se la classe politica statunitense dimostrerà di essere all'altezza della sfida fiscale e se gli americani impareranno a risparmiare di più, ci sono buone possibilità che questo paese riesca a sottrarsi a un significativo declino e resti la potenza economica e militare più importante al mondo ancora per molto tempo.
È vero, si tratta di un "se" difficile da realizzare. Se non fosse per i soldi di molte persone, la prossima generazione di americani non abbasserà le proprie aspettative in tempi brevi.
(Traduzione di Anna Bissanti)Statua di cera e futuro. Bambini cinesi in posa attorno alla statua di Barack Obama nel museo delle cere di ShangaiSuperpotenze. Paul Kennedy insegna a Yale e si è imposto all'attenzione internazionale alla fine degli anni 80 con il saggio «Ascesa e declino delle grandi potenze». Anticipò le difficoltà degli Stati UnitiIl confronto

I PUNTI PRINCIPALI DELL'AGENDA

1 In Giappone priorità alle questioni militari Basi militari. Il Giappone chiede di rivedere gli accordi per la base marina di Okinawa.
Afghanistan. Al centro dei colloqui il supporto logistico giapponese alle operazioni militari americane.
Global warming. Il Giappone chiede agli Stati Uniti di elaborare una piattaforma comune per i negoziati di Copnhagen.

2 Con il Celeste impero il nodo dei dazi e dell'ambiente
Cambi. Le autorità cinesi chiedono garanzie sulla stabilità del cambio tra il renminbi e il dollaro e sono preoccupati di eventuali svalutazioni.
Ambiente. Al centro dei colloqui i limiti alle emissioni da discutere a Copenhagen.
Commercio. Da sciogliere i nodi delle tensioni tariffarie imposte da entrambi i paesi.

3 A Seul il dossier nucleare e quello sul mercato dell'auto
Corea del Nord. La Corea del Sud spera in un'inziativa bilaterale tra gli Stati Uniti e Pyongyang.
Commercio. La Corea del Sud è alla ricerca di segnali positivi per un accordo globale sul commercio con gli Stati Uniti che comprenda in particolare un accordo sul mercato delle automobili

13/11/2009