Troppo facile sparare contro il demonio Cina

Ormai Cina e "aggressività" sono diventati praticamente sinonimi. Il ritratto del Regno di Mezzo che ne fa la stampa in Occidente è omogeneamente assai poco lusinghiero: la Cina mantiene sottovalutata la propria valuta per procurarsi vantaggi e benefici commerciali impropri; si comporta con tracotanza nei confronti dei suoi vicini nelle dispute territoriali; non sta facendo nulla di concreto per tenere a freno il pericoloso regime nordcoreano. In Cina, tuttavia, l'opinione pubblica ha una percezione del comportamento a livello internazionale di Pechino pressoché diametralmente opposta. La maggior parte della gente comune ritiene che il governo cinese non sia, a dir poco, abbastanza aggressivo. Considera i propri leader privi di spina dorsale e ritiene immotivate e ipocrite le critiche dell'Occidente.
Si prendano per esempio due casi di cui si parla molto: la rissa per la politica del tasso di cambio cinese e la baruffa tra Cina e Giappone per le isolette contese. La percezione prevalente dell'uomo della strada è che l'America stia accusando immotivatamente la Cina per le proprie disgrazie economiche e stia forzando la mano perché Pechino adotti un'altra politica che arrecherebbe soltanto danno all'economia cinese senza per questo rafforzare la crescita americana. Nel caso della controversia sino-giapponese, la maggior parte dei cinesi crede che l'Occidente si sia ingiustamente schierato col Giappone.
La spiegazione più ovvia è il nazionalismo in piena ascesa in Cina, alimentato sia dall'istruzione patriottica impartita dallo stato, sia dal controllo totale da parte del partito comunista dei media. Paradossalmente, il governo sta perseguendo una strategia che mira a ottenere l'impossibile: dare nuovo impulso alle proprie ambizioni nazionalistiche pur mantenendo al contempo una politica estera flessibile. Da un lato il partito comunista è smanioso di dimostrare di aver reso la Cina una potenza mondiale stimata. Dall'altro i leader vogliono continuare a seguire una politica estera pragmatica. Le tensioni sottostanti a questa strategia la rendono vieppiù insostenibile. Ad acuire ulteriormente questa divergenza di opinioni e di percezioni c'è il fatto che la Cina, in realtà, è usa a parametri diversi. Nelle proprie relazioni con il mondo in genere e con l'Occidente in particolare, la Cina è affetta da due inconvenienti di non poco conto: il suo potere e la natura del proprio regime. Al pari di altre grandi potenze, la Cina è giudicata in funzione di parametri molto più elevati. Ci si aspetta da essa, per esempio, che usi autocontrollo e moderazione in ogni circostanza e che si assuma maggiori responsabilità a livello internazionale.
A differenza delle potenze democratiche, però, la Cina è soggetta a uno svantaggio implicito ma sostanziale: dal momento che l'Occidente democratico considera illegittimi i regimi autoritari, il comportamento all'estero di Pechino è fatto oggetto in Occidente di uno scetticismo di gran lunga maggiore ed è visto con un'ottica di enorme diffidenza. Di conseguenza, ogni qualvolta la Cina risulta presente in una controversia a livello internazionale, le simpatie occidentali molto naturalmente si indirizzano verso gli avversari di Pechino. Per i politici occidentali e per gli opinion-maker, simili pregiudizi ideologici sono una seconda natura, ma per il cinese medio, questo trattamento diverso risulta offensivo. Pochi stati sono soggetti a questo sistema di ben tre pesi e tre misure. Se non si porrà rimedio a questo divario crescente e preoccupante di percezioni, le tensioni non faranno che aumentare, e potrebbero sfociare anche in un conflitto.
Ciò rende quanto mai difficile ottenere la collaborazione cinese per questioni d'importanza cruciale ai fini della sicurezza e della prosperità globali. Per colmare questo divario di percezioni sono necessari sforzi e impegno da entrambe le parti. Tutto sommato, Pechino può fare molto di più. Deve consentire una copertura degli eventi di politica estera molto più oggettiva e deve assolutamente fermare il nazionalismo in ascesa. Quanto ai politici occidentali e agli opinion-maker dovrebbero usare molto più tatto nel criticare la Cina (anche quando le loro critiche sono legittime) e sforzarsi di vedere le cose da un'ottica cinese.
(Traduzione di Anna Bissanti)
© FINANCIAL TIMES

27/11/2010