Tra i tycoon di Pechino l'Eldorado per le aziende

SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
Una volta erano tutti palazzinari d'assalto baciati dalla buona sorte. Oggi sono imprenditori a capo di aziende che operano nell'agroalimentare, nella farmaceutica, nel largo consumo, nell'ambiente, nell'information technology. Il profilo dei ricchi cinesi è cambiato radicalmente negli ultimi anni. Basta guardare le classifiche aggiornate dei patrimoni dei grandi tycoon del Celeste impero nel 2010 per rendersene conto. Secondo il ranking compilato dall'Hurun Research Institute (una società di ricerca che fa concorrenza a Forbes), oggi l'uomo più ricco di tutta la Cina è Zong Qinghou, il principale azionista del colosso cinese dei soft drink, Wahaha, che detiene un patrimonio personale di circa 12 miliardi di dollari.
A seguire vengono Li Li, un ingegnere diventato ricco sintetizzando l'eparina a livello industriale; Zhang Yin, una signora che ha fatto fortuna con la carta riciclata; Li Yanhong, il patron del principale motore di ricerca cinese, Baidu, e della versione domestica di EBay, Taobao; Wang Chuanfu, il fondatore di Byd, società leader nelle batterie elettrolitiche.
La Cina cambia velocemente e costringe i protagonisti della più grande rivoluzione industriale del secolo a mutare pelle. «Andate e arricchitevi, perché la ricchezza è gloria», disse Deng Xiaoping alla fine degli anni 70 inaugurando la stagione delle riforme economiche oltre la Grande Muraglia. Trent'anni dopo quella frase celebre con cui il grande artefice della modernizzazione cinese liquidò i dogmi sacri del marxismo-leninismo e s'inventò la formula del "comunismo di mercato", la Cina è diventata la seconda potenza economica del mondo grazie proprio allo spirito d'iniziativa dei singoli.
Singoli che sono diventati il motore di un mercato dei consumi in costante crescita, cui oggi guarda con sfrenato appetito il mondo intero. Già perché dietro la ricchezza degli oltre mille tycoon miliardari dai nomi sempre uguali (nella classifica dell'Hurun Research Institute figurano 103 signori e signore Wang, 95 Zhang, 92 Li e 89 Chen), c'è una schiera infinita di agiati individui, dotati di un'enorme capacità di spesa, che sfuggono alle classifiche ufficiali. Non sempre, però, la loro ricchezza coincide con la loro propensione al consumo. I cinesi, che in questo somigliano molto agli italiani, sono infatti un popolo di tenaci risparmiatori. Per questo motivo, se è relativamente facile per gli istituti di ricerca tracciare un quadro della ricchezza privata del Dragone sulla base dei grandi patrimoni, è ben più difficile individuare quali siano le tendenze di spesa dei nuovi ricchi.
In generale, spiega il responsabile di una grande azienda internazionale del lusso, i tycoon cinesi si dividono in due grandi gruppi. Ci sono le "cicale" che, fedeli al classico stereotipo ormai sedimentato nell'immaginario collettivo, spendono e spandono allegramente con un solo obiettivo: ostentare la loro opulenza. Secondo l'Hurun Research Institute, questi signori amano collezionare orologi preziosi, gioielli, quadri e mediamente posseggono almeno tre automobili di valore. I viaggi e le partite di golf (da ultimo la nautica) sono i loro principali passatempi. E poi ci sono le "formiche" (sono la larga maggioranza) che preferiscono condurre una vita frugale, senza eccessi e ostentazioni, restando concentrate sul loro business. Ma anche queste ultime, scommettono le grandi griffe internazionali, prima o poi apriranno i portafogli.
Il loro potenziale di spesa è sconfinato. Secondo uno studio di Citi Private Bank e Knight Frank, oggi in Cina ci sono ben 343mila persone che dispongono di un patrimonio di valore compreso tra 1 e 10 milioni di dollari. Mentre Europa, Stati Uniti e Giappone sono costretti a stringere sempre di più la cinghia, il futuro dell'industria mondiale del lusso dipende da questo nuovo esercito di tycoon.
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09/03/2011