TENSIONE NEI COLLOQUI ECONOMICI TRA USA E CINA

TENSIONE NEI COLLOQUI ECONOMICI TRA USA E CINA

Roma, 15 dic.- Si sono svolti in un clima di tensione i colloqui economici tra Pechino e Washington il cui termine è fissato per mercoledì. Il recente verdetto del Wto, la politica di indigenous innovation, la questione delle terre rare e l'apprezzamento dello yuan  hanno fatto da sfondo al dialogo tra il segretario del Tesoro Timothy Geithner e il ministro del Commercio cinese Wang Qishan arrivato a Washington con una delegazione di 100 imprenditori. Nel corso del colloquio, fanno sapere i media, gli Stati Uniti sono tornati alla carica per spingere la Cina ad aprire ancor di più le porte all'export statunitense. Pochi i dettagli rilasciati invece dagli 'addetti ai lavori' che saranno svelati nel corso di una conferenza stampa che si terrà al termine del meeting.

"I due ministri hanno discusso della necessità di rafforzare l'impegno nella promozione di una crescita più forte e sostenuta e sulla riduzione delle barriere commerciali e degli ostacoli agli investimenti" ha fatto sapere la portavoce del Tesoro americano Natalie Wyeth che ha aggiunto che nel corso del summit è stata riesaminata l'agenda della visita di stato del presidente cinese Hu Jintao prevista per gennaio – secondo il portavoce della Casa Bianca Robert Gibbs gli Stati Uniti sarebbero in procinto di comunicare al data -.

 

 

Giorni fa, la portavoce del ministero degli Esteri cinese Jiang Yu aveva reso noto che, secondo Pechino, i ministri riuniti a Washington avrebbero dovuto analizzare in modo chiaro e approfondito le questioni riguardanti il commercio, gli investimenti, la quarantena dei prodotti agricoli, gli standard tecnologici e i diritti di proprietà intellettuale. "Riteniamo che la Cina e gli Stati Uniti debbano risolvere i problemi attraverso il dialogo" aveva aggiunto Jiang.

 

 

Sebbene i dettagli trapelati siano ancora pochi, sembra che il dialogo sino-statunitense abbia risentito degli attriti in atto tra le due potenze, contrasti culminati in questi giorni con la pubblicazione di due report: uno sulle terre rare e uno sulla tutela della proprietà intellettuale delle imprese americane in Cina.  "Il rischio di una carenza, o interruzione, nei rifornimenti di questi materiali è legato alla localizzazione " spiega il ministro dell'Energia statunitense Steven Chu nel rapporto sulle terre rare che verrà illustrato mercoledì al Center for strategic and International studies, istituto di ricerca e di analisi politica con sede a Washington, in occasione di una conferenza sui metalli rari. Nel rapporto si legge inoltre che, secondo le previsioni del Dipartimento di Energia americano, nei prossimi quindici anni si assisterà a un incremento dell'impiego di terre rare dovuto alla diffusione dell'utilizzo di energie pulite. E poiché è il Dragone ad avere l'esclusiva su queste risorse – la Cina controlla il 97% del commercio mondiale di terre rare – gli Usa temono un'eccessiva dipendenza da Pechino, accusato già più volte di usare le terre rare come strumento di contrattazione, sospendendo o centellinando l'approvvigionamento di tali risorse indispensabili per la produzione di macchine ibride e prodotti tecnologici di ultima generazione. Un'accusa sempre rigettata dal Dragone secondo cui la discontinuità nei rifornimenti è dovuta a questioni legate alla protezione ambientale. Una tesi che ha generato uno scetticismo generale nella maggior parte delle potenze occidentali.

Per Washington l'unica soluzione per ridurre il rischio di una paralisi del settore 'verde' è uscire dalla sfera d'influenza della Cina, non solo attraverso il riciclo dei metalli rari, ma anche attraverso la diversificazione delle risorse. Un obiettivo,  si legge nel report, raggiungibile solo lavorando fianco a fianco con partner internazionali quali l'Unione europea e il Giappone.

 

 

Nel mirino degli Usa anche la politica di Indigenous innovation promossa dal governo cinese; così come è stata pensata, appare svantaggiosa per le aziende estere, che corrono il rischio di essere tagliate fuori dai settori dell'informatica e delle energie pulite verso cui sono indirizzati i maggiori investimenti. L'accesso agli appalti pubblici non è semplice e, per poter avere una chance, le compagnie europee sono costrette non solo a registrarsi come aziende cinesi, ma anche a rendere pubblica la loro proprietà intellettuale. Una regola che sta stretta sia all'Europa che agli Stati Uniti (leggi questo articolo). Lunedì, l'International Trade Commission, agenzia governativa statunitense, ha pubblicato un rapporto che misura l'impatto della violazione della proprietà intellettuale in Cina. Il rapporto critica apertamente le politiche adottate dalla Cina che ostacolano l'ingresso e le opportunità di inserimento nel mercato delle aziende statunitensi "rendendo difficile per le imprese straniere competere su un piano di parità in Cina". A questo primo rapporto ne seguirà un altro – la cui pubblicazione è prevista per maggio – che analizza, e denuncia, i danni causati dalla Cina al mercato del lavoro statunitense. Un documento che secondo molti getterà le basi per una azione commerciale di Washington nei confronti di Pechino.

 

 

A completare il quadro di una situazione già in parte compromessa, si aggiunge poi la sentenza riguardante la disputa sull'aumento del 35% dei dazi doganali imposti dagli Usa agli pneumatici Made in China emessa martedì dal WTO e che attribuisce la vittoria a Washington. "Riteniamo - spiega l'Organizzazione mondiale del Commercio - che con l'imposizione delle misure protezionistiche adottate il 29 settembre 2009 sulle importazioni di pneumatici cinesi, gli Usa non abbiano trasgredito i loro obblighi". Una decisione che Pechino non ha però mandato giù, promettendo, anzi, di impugnare qualsiasi strumento legale per proteggere l'industria cinese.

 

 

Infine una 'presenza' ormai fissa degli incontri tra gli esponenti del mondo politico cinese e americano e principale motivo di attrito tra i due: lo yuan. Da tempo Washington accusa Pechino di mantenere artificialmente basso lo yuan - tra il 20% e il 30% rispetto al valore reale - , al solo scopo di incoraggiare le esportazioni a danno della concorrenza e spinge per una maggiore rivalutazione della valuta cinese. Il tasso di cambio dello yuan-renminbi, com'è noto, viene fissato dalla Banca centrale di Pechino: dopo quasi due anni di ancoraggio al dollaro per fronteggiare la crisi finanziaria globale, nel giugno scorso la Cina era tornata ad ampliare la banda di oscillazione, generando un apprezzamento sul biglietto verde di circa il 2%. Una modifica che però non sembra ancora soddisfare gli Stati Uniti.

 

 

di Sonia Montrella

 

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