Summer School ToChina - QUALE MODELLO DI SVILUPPO

Summer School ToChina - QUALE MODELLO DI SVILUPPO
di Alessandra Spalletta
Roma, 20 lug. - Si è conclusa con un aperitivo di commiato nella sede del Museo del Cinema di Torino – ospitato nella Mole Antonelliana – la quarta edizione di TOChina, "Summer School in the Politics, international relations and political economy of contemporary China". Nata per iniziativa istituzionale, la School cresce dal 2007 per la volontà e la tenacia personale di una giovane unità di lavoro della Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Torino. Da quest'anno, TOChina può contare anche su un accordo di cooperazione con T.wai (il Torino World Affairs Institute), che nelle scorse settimane ha messo a disposizione la sua centralissima sede per ospitare una sequenza di lezioni, seminari e colloqui di rilievo internazionale. A giudicare dalla geografia dei nomi degli studiosi – ma anche degli studenti! – convenuti, si direbbe che il prestigio di TOChina si sia ormai diffuso in maniera esponenziale da Harvard a Pechino. Risultato: una classe cosmopolita e genuinamente brillante.

Ma a seguire le lezioni con le antenne puntate e il curriculum da primi della classe, non sono i classici secchioni: "I 22 studenti della TOChina Summer School hanno reso queste due settimane di corso intensivo un'esperienza stimolante… "they're terrific!", dice Richard Baum (professore di Political Science all'Università della California di Los Angeles) ad AgiChina24. Terrific: fantastici.  Le due anime nascoste di TOChina sono Giovanni Andornino(docente di Relazioni Internazionali dell'Asia orientale alla Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Torino) e Giuseppe Gabusi (docente di International Political Economy e Political Economy dell'Asia orientale presso la medesima Facoltà). "La selezione è stata molto accurata: su oltre 60 domande di iscrizione, abbiamo ammesso solo poco più del 30% dei candidati. Il tratto distintivo dei partecipanti è il livello accademico: studenti di master o dottorandi provenienti dai principali atenei del mondo, tra cui – quest'anno – Oxford, Hardard, Warwick, la China Foreign Affairs University, la Zhejiang University di Hangzhou, oltre a diverse università italiane, a partire da quella di Torino", spiega Giuseppe Gabusi ad AgiChina24.

Studioso attento e raffinato, Gabusi descrive con calma confuciana l'evoluzione del programma. "Rispetto all'edizione passata, questa volta abbiamo cercato di rafforzare la didattica diminuendo il numero di docenti e assegnando a ciascuno di essi un maggior numero di ore. Questo ci ha permesso di organizzare sessioni di approfondimento spalmate sull'arco di un'intera giornata". Nella sala seminari di T.wai, spin-off del Centro di Ricerca e Documentazione "Luigi Einaudi" di Torino, campeggia il ritratto dell'intellettuale torinese a cui sono dedicate le attività del centro studi. Ed è proprio sul rigore intellettuale impresso nel volto in cornice di Luigi Einaudi che sembra sintonizzarsi Giovanni Andornino – tra i fondatori di T.wai e oggi suo Vicepresidente – quando modera gli interventi, unendo al rigore scientifico l'ironia di un David Letterman prestato alla ricerca accademica.

Elegante e gentile, anche Anna Caffarena, professore di Relazioni Internazionali della Facoltà di Scienze Politiche e Presidente di T.wai, a non manca di estendere ai partecipanti il suo saluto, accogliendo con un sorriso gli ospiti giunti da quattro continenti. "Anna è una persona fuori dal comune ed è la vera colonna portante del progetto di T.wai", confessa Gabusi con la vena affettuosa che trapela quando s'instaura un rapporto di stima tra colleghi. "A mio avviso sono due gli elementi che hanno determinato il successo di questa iniziativa. Da un lato il supporto dell'Università è sempre fondamentale: il Preside della Facoltà di Scienze Politiche, Franco Garelli, ha sempre creduto in TOChina, una iniziativa che si inserisce nel più ampio progetto di internazionalizzazione della Facoltà, tra i cui esiti va citata la creazione del percorso di laurea in Global Studies, ormai prossimo al terzo anno di attività. Dall'altro, la capacità di fare network, di cui Giovanni è maestro. Il terzo elemento è la sinergia con il settore privato che si concretizza nel supporto finanziario della Fondazione CRT".

Si può pensare a TOChina come a un modello replicabile? Robert Ash, professore di Economia dell'Estremo Oriente presso la SOAS (la School of Oriental and African Studies di Londra) e sostenitore della Summer School TOChina fin dalla nascita, è abbastanza convinto dell'unicità del corso: "Non mi risulta che esista in Europa un programma simile". La credibilità della Summer School si tramanda anzitutto attraverso il passaparola. Sono di nuovo gli studenti i protagonisti di una contagiosa operazione di marketing. I pareri raccolti a margine del corso non lasciano spazio a equivoci. "I professori sono fantastici e in classe si è creata un'alchimia intellettuale che ha reso l'ambiente molto stimolante", sostiene Costanza Monari dell'Università di Bologna-Forlì. "Torino è una città meravigliosa e il corso è andato oltre le mie aspettative", spiega Scott Young, la mascotte del gruppo, solo 21 anni, nato in Corea ma cresciuto in Canada, che riprende la valigia verso Warwick con gli occhi un po' lucidi – "I will miss you guys". A unire una classe culturalmente plurale è stata l'omogeneità degli interessi. "Mi sono iscritta perché è importante per uno studente cinese approfondire temi di attualità politica ed economica del nostro Paese da una prospettiva occidentale", afferma Jin Xiaoping della Zhejiang University. "Non credo che avrei potuto apprendere tanto in così pochi giorni anche nella migliore delle università americane", è invece il pensiero di Ruyi Lu, studentessa sino-giapponese e Fulbright Scholar a Harvard.
L'EVOLUZIONE DEL SISTEMA POLITICO CINESE

L'identità del Partito comunista cinese e la ricerca di una nuova fonte di legittimità è stato solo uno dei fili conduttori da cui TOCHINA ha tentato la messa a fuoco sulla realtà cinese inforcando lenti internazionali. Richard Baum è professore di Political science all'Università della California di Los Angeles (UCLA). Autore di "The Fall and Rise of China", ha infuso nei ragazzi il rigore della sapienza e la forza del racconto. Dal disincanto rivoluzionario di Mao all'ascesa di Deng Xiaoping; dalle riforme economiche innestate su un graduale – e parziale – abbandono della pianificazione statale al rigurgito democratico smorzato con le armi nel 1989; dalla crescita a tutti i costi – e quanti costi – al rinvio delle riforme politiche dopo la crisi di Tian'anmen e la caduta del blocco socialista sovietico; dalla nascita di internet come voce indipendente del popolo al perseverare di un controllo autarchico sulla società civile.  "Crossing the River by Groping for Stones": uno slogan affascinante che ha costituito l'ossatura di uno sviluppo continuato, ma la cui sostenibilità raccoglie oggi pareri non unanimi.

La politica modernizzatrice di Jiang Zemin ha trasformato la Cina nella fabbrica del mondo con una crescita a due cifre che non ha perduto terreno neanche durante la recente crisi economica, ma ha lasciato in eredità a Hu Jintao un paese dai profondi squilibri interni. Nel 2009 la differenza tra il reddito medio di un residente urbano (17.175 yuan) e quello percepito da un abitante delle zone rurali (5153 yuan) si è attestato su un rapporto di 3,33 ad 1, segnando la più ampia disparità mai registrata dal 1978, l'anno in cui vennero varate le prime riforme economiche. Una società dinamica – frutto di un processo di globalizzazione nel quale alla Cina è stato forse erroneamente attribuito il ruolo di prima donna – richiede alla leadership politica la capacità di fornire risposte adeguate e sempre più complesse. In altre parole, quella che alcuni studiosi hanno definito la "third way" – o superficialmente "the China Model" – per spiegare il tentativo di mantenere al potere il Partito Unico espandendo progressivamente la partecipazione politica ai nuovi attori sociali attraverso una costruzione "pacifica", oggi deve essere rivista.

Se Zhao Ziyang (l'ex-Segretario generale del PCC scomparso nel 2005, leader riformista in difesa degli studenti di Tian'anmen nel 1989 e allontanato dopo la soppressione della rivolta) nel 1987 affermava che una pluralità di interessi non deve spaventare la leadership politica, Hu Jintao è ancora condizionato dai fantasmi silenti di Tian'anmen e ogni mano tesa a una nuova richiesta è calibrata e prudente; non fosse mai che il governo si ritrovi con il braccio interamente risucchiato in un nuovo vortice di richieste democratiche. Hu ha moderato l'autoritarismo attraverso il mantenimento di alcune valvole di sfogo facendo leva sull'orgoglio nazionalistico, ha siglato con gli intellettuali e gli imprenditori un nuovo patto sociale – riassunto nella formula delle "tre rappresentatività" di Jiang Zemin (san ge daibiao lilun) –, garantendo ricchezza in cambio della depoliticizzazione dello scontento sociale.

Economia di mercato, società dinamica e uno stato autoritario/anacronistico: sono questi gli elementi in disconnessione che rendono al regime comunista cinese particolarmente ardua la gestione di una transizione verso un modello alternativo. Se la Cina ha sdoganato al mondo una formula inedita di capitalismo senza democrazia, la riforma delle istituzioni politiche – che negli ultimi 20 anni è stata lenta e incassata nella stanza dei bottoni di Zhongnanhai – non può più essere rimandata all'infinito. In altre parole, il "consultative leninism" ha vita breve. Steve Tsang ha riproposto lo studio di questo concetto in un saggio apparso sulla rivista "Journal Of Contemporary China" nel 2009 per descrivere la macchina politica che il PCC ha messo in piedi incorporando nel modello leninista elementi consultivi – avviando quindi un processo di istituzionalizzazione – con l'obiettivo di mantenere il potere, facendo leva sull'implementazione della governance come misura preventiva rispetto a un eventuale spinta democratica, sul controllo sugli strumenti di propaganda per forgiare l'opinione pubblica, sul pragmatismo nella gestione economica del paese, e sulla promozione del nazionalismo come cemento della società in sostituzione dell'ideologia comunista.

La recente centralità acquisita dal concetto di armonia confuciana rappresenta un'alternativa? "Non credo che il confucianesimo di Hu Jintao possa rappresentare una soluzione credibile: senza responsabilità (dei funzionari locali) e rappresentatività (del popolo), è impossibile creare una nuova fonte di legittimità. Come è possibile incorporare il meglio del modello leninista con il meglio delle istituzioni democratiche senza sacrificare la legittimità del sistema autoritario? Questo è il grande problema ", chiosa Richard Baum.
La tedesca Anja Senz – research fellow in politica cinese
all'Istituto di East Asian Studies dell'Università di Duisburg-essen – sembra confermare l'esito non positivo della riforma amministrativa dei villaggi (avviata nel 1987 con l'approvazione da parte dell'Assemblea Nazionale, inizialmente in fase sperimentale, della "Legge Organica dei Comitati di Villaggio della RPC" che nel 1997 si era diffusa in oltre l'80% dei 930.000 villaggi cinesi): "È in generale difficile verificare il corretto svolgimento delle elezioni nei villaggi. Il funzionario eletto spesso subisce l'interferenza del comitato di partito, che di fatto impone i candidati e trasforma le elezioni in una partita già chiusa. Anche se potenzialmente il processo elettorale potrebbe rendere le autorità locali più attente alle esigenze dei residenti dei villaggi, con elezioni spesso manipolate o leader privi di effettiva autorità – costretti a subire ingerenze esterne che si concludono in compromessi sfavorevoli all'interesse collettivo –, i votanti spesso si interrogano sull'utilità delle urne".

Se Richard Baum è abbastanza pessimista sull'esito del processo democratico, laddove l'assenza di un movimento d'opinione indipendente fa da deterrente alla promozione di un'agenda democratica, di diversa opinione è invece Yongnian Zheng, professore e direttore dell'East Asian Institute della National University di Singapore. "La democrazia sarà sempre più necessaria per risolvere le disparità sociali" – afferma Zheng autore del volume apparso di recente "The Chinese Communist Party as Organizational Emperor: Culture, Reproduction and Trasformation" – "la intra-party democracy promossa da Deng Xiaoping nell'ambito del processo di istituzionalizzazione della successione al potere, con l'obiettivo di sviluppare un sistema di competizione e selezione interna al PCC della leadership politica, ha messo in moto un ingranaggio che gradualmente estenderà il principio democratico di competizione politica anche in altri rami dell'amministrazione pubblica".

Democrazia in Cina: non se, ma quando, e pur sempre con caratteristiche cinesi.  La competizione tra fazioni che trova una sintesi nella "collective leadership" grazie all'autorità del "core leader", è una lotta che se pur condotta in modo invisibile, non risparmia colpi di piccone al potere del singolo leader. Hu – "Who's Hu?" – non è uno "strong man" come lo è stato Deng. Chi sancirà l'esito della successione al potere del 2012? Una decisione collettiva, appunto. E quindi un meccanismo di selezione – attenzione, non di voto – estremamente competitivo. È ormai opinione diffusamente condivisa che saranno Xi Jinping (anche detto "il principino") e Li Keqiang a prendere il posto, rispettivamente, di Hu Jintao e Wen Jiabao nel turn-over dello Comitato Permanente del Politburo che verrà decretato tra due anni nel corso del 18esimo Congresso del PCC. Cosa cambierà con il trasferimento della direzione del Partito ai leader della 5° generazione? 

I pronostici sui prossimi leader che guideranno la Cina in una necessaria fase di "aggiustamento" degli squilibri interni – ed esterni –, solleva infatti anche la questione di quale fazione politica – e orientamento economico – andrà a prevalere. Primeggerà la coalizione "populista" guidata da Hu Jintato e Wen Jiabao o quella "elitaria" costituita dai membri del "Gruppo di Shanghai", alla guida di Jiang Zemin e Zeng Qinghong e dal così chiamato "Partito dei principi", in cui trovano rappresentanza i figli d'arte del Partito entrati in politica (tra questi anche Xi Jinping), come si legge nel recente saggio di Marina Miranda (docente di Storia della Cina Contemporanea presso la Facoltà di Studi Orientali dell'Università di Roma La Sapienza) sull'ultimo numero Mondo Cinese? La comunità di studiosi sembrerebbe unanime nel ritenere che non potrà non prevalere la "new left", e quindi un approccio teso a garantire la costruzione di uno stato sociale che l'amministrazione Hu-Wen ha continuato a favorire negli ultimi due anni – a dispetto della crisi internazionale che ha richiesto un nuovo intervento dirigista –, inserendo nelle voci del pacchetto di stimoli (4mila miliardi di yuan, varato alla fine del 2008 per reagire alla crisi dei mercati mondiali) un'attenzione agli investimenti nelle aree di sviluppo più fragili, oltre alle infrastrutture e al real estate.

La conferma di un orientamento "soft" lontano dal "capitalismo dirigista" di Jiang Zemin, proviene dalla recente destinazione di oltre 682 miliardi di yuan (80 miliardi 380 milioni di euro) allo sviluppo delle province occidentale nell'ambito della politica del Go West. Ma non tutto è oro quel che luccica. Se la Cina sembra decisa a non mollare la rincorsa per surclassare la Germania e diventare la seconda potenza al mondo dopo gli Stati Uniti, nonostante la crescita dell'8,4% registrata nel 2009 e le previsione del 10% per il 2010, permangono forti dubbi sulla sostenibilità del suo modello di sviluppo soprattutto se inserito nelle dinamiche del mercato internazionale.

VERSO LA FINE DEL MODELLO DI SVILUPPO ASIATICO?
La lezione di Michael Pettis ha il ritmo martellante di una somma algebrica. Esperto di finanza internazionale, un passato da trader a Wall Street, professore presso l'Università di Pechino dopo una lunga esperienza alla Columbia Business School, Senior Associate del Carniegie Endowment for International Peace: Pettis è il "financial guy" che padroneggia la materia con la visione aggiuntiva di uno storico allenato alla tecnica della retrospettiva, assertore della replicabilità dei modelli e teorico del collasso. Un pessimista, insomma. "Con la contrazione dei consumi negli Stati Uniti, chi assorbirà l'enorme surplus commerciale cinese pari allo 0,6 % - 0,7% del Pil mondiale? La Cina ha bisogno almeno di 10 anni per assestare gli squilibri interni e transitare verso un modello non più basato sull'export ma sui consumi interni. Ma i consumi cinesi non aumentano perché non aumentano i salari, e dall'altra parte del pacifico il Congresso americano preme per un riassorbimento del deficit pubblico degli Stati Uniti in un arco di tempo decisamente più ristretto.

La crisi ha messo in ginocchio l'Occidente e l'Asia deve adeguarsi in fretta a un capovolgimento degli equilibri commerciali ("Il mio prossimo libro si intitolerà «La fine del modello di sviluppo asiatico»", ironizza Pettis a margine della lezione; ma il suo volto si contrae di nuovo in una espressione corrucciata quando riprende in mano i numeri). "Il Giappone sta ancora pagando i suoi debiti, l'Europa verrà annientata dalla Germania, i paesi del Sud est asiatico sono troppo piccoli. Prevedo un deterioramento irreversibile dei rapporti commerciali tra le nazioni". È con lo stesso rigore logico che Pettis ha di recente messo all'angolo Thomas Friedman, costretto a subire un affondo pubblico per aver espresso una valutazione apparentemente ovvia – e di primo acchito condivisibile – sulle riserve valutarie cinesi. "Never short a country with $2 trillion in foreign currency reserves", aveva scritto Friedman sul New York Times.

Pettis tuona dal suo blog – ripreso poi su altre testate – smantellando la certezza che "le riserve valutarie costituiscano una garanzia della stabilità economica di un paese.  Le riserve sono una dimostrazione di forza ma anche un sintomo di debolezza: anche gli Stati Uniti nel 1920 e il Giappone nel 1980 erano seduti su una montagna di denaro (percentuale), ma questo non le ha vaccinate da un inevitabile crollo. Le riserve valutarie cinesi, inoltre, possono essere impegnate per gli investimenti all'estero, non per ripulire le banche dai crediti in sofferenza, come molti credono" Dopo l'eccezionale crescita dell'8,7% registrata l'anno scorso, soprattutto grazie al pacchetto di stimoli all'economia da 4mila miliardi di yuan varato all'inizio della crisi, adesso l'economia cinese rischia il surriscaldamento.

L'anno scorso, su impulso del governo, le banche hanno aperto nuove linee di credito per la cifra record di 9590 miliardi di yuan (al cambio attuale 1120 miliardi di euro); ad aprile i prezzi delle case hanno abbattuto un nuovo primato, registrando un aumento del 12,8%; l'inflazione a giugno è salita del 2,9%, quasi ai limiti di quel 3% entro il quale il governo vuole contenere la media annua. Da mesi il governo e le authority bancarie varano misure per raffreddare il mercato immobiliare e contenere i rischi di un aumento dei crediti in sofferenza. "In Cina produzione e consumi viaggiano su velocità opposte. Lenire gli squilibri interni con massicce aperture al credito fa schizzare in alto il livello di indebitamento del paese. Un governo indebitato mette in campo strumenti di repressione finanziaria, principalmente attraverso una stretta fiscale sui redditi, che si riflette in un declino dei consumi. Un rapporto consumi/Pil del 36% non è inedito, ma molto raro".

E' sulla tendenza al risparmio che Pettis abbatte un altro mito "La tendenza al risparmio dei cinesi non si spiega solo con l'assenza di un sistema di welfare. L'accelerazione dei consumi è possibile solo con un aumento dei salari, ma se i redditi dei nuclei familiari vengono trasferiti per assorbire le inefficienze del sistema bancario, sperare che arrivi il volano dei consumi è illusorio". L'alternativa sarebbe la privatizzazione della ricchezza statale, una mossa che – chiosa Pettis – richiederebbe una profonda riforma politica: una strategia obbligata sul lungo periodo, ma non una soluzione immediata. Di parere diverso è Jonathan Fenby, co-founder di China Resources. "C'è una ricchezza implicita in Cina che non viene inclusa nelle statistiche. Il tasso di interesse in Cina è manipolato per contrastare gli effetti della crisi – come del resto accade in molti altri paesi – ed è evidente che un tasso sui depositi del 2,25% si riflette su una propensione al risparmio molto alta e i consumi vengono in tal senso penalizzati". Un continuo abbassamento del tasso di interesse reale, come dice Pettis, si ripercuote sulla diminuzione del costo del capitale in una economia caratterizzata da un eccesso di investimenti, con conseguenze che non solo lasciano irrisolte le pressioni interne, ma deteriorano anche i rapporti commerciali con gli altri paesi.

Fenby con il savoir faire britannico assume posizioni più equilibrate: "Abbiamo assistito nell'ultimo anno a un aumento dei crediti in sofferenza e a un progressivo indebitamento del governo locale. Ma il debito è pari al 60% del Pil nazionale, un livello tutto sommato sostenibile. Inoltre, se si guarda l'altra faccia della medaglia, gli asset statali rappresentano una garanzia di stabilità: l'80% della ricchezza economica è in mano al governo (SOEs). La banca centrale avrebbe quindi gli strumenti per assorbire un eventuale aumento dei crediti in sofferenza, anche se Pechino non può usare le riserve in valuta straniera – nella misura in cui lo yuan resta una valuta non convertibile –, e la gestione dell'inflazione impone al governo centrale un controllo sul tasso di cambio. I cinesi maledicono gli americani per aver reso i forzieri vulnerabili a causa di un dollaro debole, ma per adesso non hanno intenzione di ridurre l'acquisto dei buoni del tesoro usa, anche alla luce del fatto che l'euro in questo momento non rappresenta una valuta alternativa verso cui diversificare il portafoglio".
Quando si parla di consumi non possiamo dimenticare le campagne cinesi. La sicurezza alimentare è un tema che ossessiona Pechino tanto da indurla a non abbandonare l'obiettivo di mantenere il tasso di autosufficienza cerealicola al 95%; nonostante il processo di desertificazione – e la conseguente riduzione di terreni arabili – abbia determinano una diminuzione della produzione di grano, la Cina preferisce non importare, anzi continua ad esportare ciò che ha smesso di produrre attingendo alle riserve alimentari. Lo sottolinea Robert Ash, docente di Economia dell'Estremo Oriente presso il Soas (Londra). "La Cina è un paese ancora prevalentemente agricolo, ma è proprio sull'agricoltura che si registrano i maggiori ritardi e inefficienze. La modernizzazione dell'industria agricola è una priorità nazionale: l'agricoltura oggi contribuisce per il 40% al tasso di occupazione ma solo per il 10% ai consumi". Quando Pettis sostiene che il freno ai consumi non si spiega (solo) con l'assenza di reti di sicurezza sociale, forse pecca di miopia? "Se ci si mette nei panni di un abitante delle zone rurali, si capisce immediatamente che i risparmi di una vita vengono necessariamente destinati alla creazione di un cuscinetto che possa sostentarlo in vecchiaia in assenza di fondi pensionistici adeguati. Sullo sviluppo dei consumi sono però ottimista.

Se guardiamo al trend degli ultimi 20 anni, il modello dei consumi è cambiato in modo significativo; il processo iniziato nelle aree urbane si sta diffondendo anche nelle regioni più periferiche – West in testa – dove si individuano i segni della stessa rivoluzione dei consumi che ha caratterizzato le province costiere. La chiave di volta è sviluppare il mercato rurale. E – ripeto – sono ottimista: questo trend è irreversibile".

LA CINA MODIFICHERA L'ORDINE MONDIALE? QUALE RUOLO PER L'EUROPA?

Francois Godement è direttore di Asia Centre e professore presso SciencePo di Parigi. La Cina modificherà l'ordine mondiale? "Non penso proprio. La strategia cinese non deve essere vista come una minaccia revisionista al sistema internazionale e alle sue regole. La Cina da un lato agisce come guardiana della sovranità internazionale, dall'altro costruisce una tela di accordi con altri paesi al fine di ostacolare la costituzione di nuovi sistemi giuridici internazionali che possano ledere i suoi interessi strategici. Gli esperti cinesi hanno individuato nel collasso di Lehman Brothers nel settembre 2008 l'inizio di un cambiamento nella distribuzione dei poteri a livello globale. La Cina ha assunto da allora un atteggiamento più assertivo sulle questioni internazionali. Ma mentre si discute di un passaggio della Cina dalla politica del "low profile" all'assunzione di maggiori responsabilità nello scacchiere internazionale, il Paese delude le aspettative della comunità mondiale e dimostra di voler coltivare i propri interessi economici e strategici facendo leva su un ruolo maggiore nell'ambito delle istituzioni sopranazionali, ma tergiversando quando quest'ultime la ostacolano.

Lo dimostrano la gestione del dossier Nord Corea – la Cina ha allentato le pressioni su Pyongyang anche dopo l'affondamento della corvetta sudcoreana, a marzo, che causò la morte di 46 marinai –; la gestione del dossier Iran – la Cina ha posto un freno all'imposizione delle sanzioni internazioni traendo al contempo beneficio dai rapporti economici con Tehran –; la partecipazione al summit climatico di Copenhagen – la Cina è riuscita a evitare un accordo vincolante per i paesi in via di sviluppo –; infine la reazione al sostegno europeo al Dailai Lama e al Tibet – la Cina ha snobbato l'Europa divenendo meno apologetica persino rispetto la violazione dei diritti umani.  La Cina sta mettendo a dura prova la politica estera dell'EU che predica il principio delle norme e dei valori globali". 

Perché l'Europa non ha la capacità di influenzare la Cina? "Innanzitutto i decisori della politica estera cinesi sono spesso sconosciuti all'estero (funzionari invisibili che operano all'interno dell'esercito cinese, delle maggiori aziende di stato e all'interno del PCC). Capire chi sono questi nuovi attori è una condizione essenziale per definire una politica estera efficace. Un'altra causa è che l'Europa continua a pensare al suo rapporto con la Cina in termini bilaterali. Un deficit di conoscenza che le impedisce di capire come agisce oggi la Cina – dall'Africa al Medioriente – sugli equilibri economici e politici internazionali. L'Europa ha quindi bisogno di mettere a punto una politica globale sulla Cina, lavorando con altri paesi per costruire una coalizione che possa accrescere la sua influenza".
Ma la Cina che svela le debolezze dell'Europa è anche una Cina prudente che sa di non poter esercitare una leadership mondiale se non è prima in grado di garantire la stabilità interna. "È ancora troppo presto per rispondere alla chiamata internazionale. Pechino porta avanti per il momento una strategia introspettiva" chiosa Zheng Yongnian. "L'obiettivo prioritario è l'aumento dei consumi interni e il riassorbimento delle divergenze sociali ed economiche prodotte dalla crescita degli ultimi 30 anni. La Cina diventerà isolazionista? Non credo, ma oggi può permettersi di esercitare una leadership solo a livello regionale, non su scala globale".

LE MASSIME DI TOCHINA

Della Summer School restano non solo i mattoni della sapienza ma anche le frasi memorabili pronunciate nel corso delle China Room Coversation al castello di Govone, dove Twai ha organizzato – come tutti gli anni – una giornata di studi poco ordinaria. Eccone alcune.

"Kent Deng mi ha detto che sono una maoista" (Gloria Fazza, studentessa di Relazioni Internazionali presso l'Università di Torino)

"Uno studente cinese mi ha detto: "A dirla tutta sono un membro del Partito Comunista cinese" (Luca Moneta, studente di Bocconi)

A."Forse dimentichi che noi cinesi siamo un popolo profondamente orgoglioso e nazionalista".
B."Ma tu che cittadinanza hai?"
A."Beh, adesso sono Belga".
B."Augh".

(Henry Makeham, studente dell'ANU di Camberra)
Prossimo appuntamento nel luglio 2010.
(nella foto Federico Casprini, studente TOCHINA dell'Università di Bologna-Forlì. Foto di Chris Chi, studente TOCHINA presso l'Università di Bruxelles)