Sul web Pechino al contrattacco

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
Il caso Google tiene alta la tensione tra Cina e Stati Uniti. Ieri Pechino ha respinto al mittente le critiche sulla censura a internet formulate giovedì sera da Hillary Clinton. «Sono parole che negano la realtà e che danneggiano le relazioni tra i nostri due paesi» ha replicato il governo cinese alle posizioni espresse dal segretario di stato americano, tramite un comunicato diffuso in rete. Controreplica di Obama che si è detto preoccupato per la controversia Google-Cina e vuole risposte sui cyber attacchi denunciati.
La rete, nonostante le polemiche innescate dalla clamorosa denuncia di Google agli attacchi informatici effettuati da misteriosi hacker contro le caselle di posta elettronica GMail di dissidenti e attivisti per i diritti umani, viene definita dal governo cinese «aperta». «La Cina è il paese al mondo più attivo nello sviluppo di internet», spiega la nota di Pechino. Che, a sostegno della sua tesi, snocciola cifre da record: 384 milioni di utenti a fine 2009, 3,7 milioni di siti aperti al pubblico, oltre 180 milioni di blog. «Invitiamo gli Stati Uniti a rispettare i fatti e a smetterla di usare la cosiddetta libertà su internet per muovere accuse infondate contro la Cina» prosegue la nota di Pechino.
Giovedì sera, la Clinton aveva puntato il dito contro il governo cinese, accusandolo esplicitamente di limitare e censurare la libera circolazione dell'informazione sul web. Muovendo da questo presupposto, il segretario di stato Usa aveva chiesto al governo cinese di avviare «un'inchiesta accurata e trasparente» sui casi di pirateria informatica registrati di recente nel paese.
Il duro attacco della Clinton e l'immediata replica di Pechino aumentano la portata politica della querelle che oppone Google al governo cinese. Il che rende più corposa la lista delle diatribe che al momento turbano le relazioni sino-americane: i diritti umani (le proteste di Mountain View rientrano in questo dossier), il protezionismo commerciale, le polemiche sul giusto valore dello yuan, la vendita di armi a Taiwan, il potenziamento militare cinese, le politiche ambientali, la questione tibetana.
Vista la piega presa dalla vicenda, però, sembra difficile che il caso Google possa trovare una soluzione politica. Dopo aver scoperto di essere stato oggetto di numerosi attacchi di pirateria informatica (probabilmente sotto la regia della stessa censura cinese), il colosso americano ha posto come condizione alla sua permanenza sul mercato cinese la rimozione dei filtri su internet imposti dai cerberi informatici cinesi.
Ma è impensabile che Pechino sia disposta a venire a patti con Google su un punto tanto delicato come la libertà d'informazione. Per una ragione molto semplice: il controllo delle notizie e delle opinioni è un architrave del sistema di sicurezza allestito dal Partito comunista per prevenire i disordini sociali, garantire la stabilità politica del paese, e assicurare la sua stessa sopravvivenza. Se il governo cedesse alle richieste di Google, quindi, incrinerebbe la posizione intransigente tenuta da sempre sul tema del libero pensiero e creerebbe un pericoloso precedente.
Ma, al tempo stesso, il Dragone non può ammettere di fronte al mondo intero il suo approccio liberticida con la rete e con l'informazione. Non gli resta, quindi, che ingaggiare quello stucchevole gioco delle parti utilizzato puntualmente ogniqualvolta le logiche di potere del partito unico finiscono nel mirino dell'opinione pubblica internazionale. «La Cina ha la sua situazione politica, le sue tradizioni, la sua cultura, e gestisce internet secondo le sue leggi che sono in linea con gli standard internazionali. La Costituzione cinese garantisce ai cittadini la libertà di opinione» sottolinea la nota emessa ieri da Pechino. Che, nonostante la durezza dei toni, conclude tenendo la porta ben aperta a Washington: «Speriamo che gli Usa rispettino gli impegni presi dai leader dei due paesi per lo sviluppo delle relazioni bilaterali».
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23/01/2010