Stone Island conquista la Cina

Concentrazione, attenzione, ritrovato entusiasmo. Sono queste le parole che Carlo Rivetti usa di più per descrivere ciò che è successo negli ultimi otto mesi, da quando cioè la sua azienda, la Sportswear Company, ha venduto il marchio C.P. Company per focalizzarsi su Stone Island. «Il problema non era metabolizzare quell'operazione, che avevamo meditato a lungo e che ci è sembrata la soluzione migliore in questo momento della vita dell'azienda – spiega Rivetti nel giorno della presentazione alla stampa delle novità Stone Island per la primavera-estate 2011 –. Il difficile è venuto dopo, quando abbiamo messo mano a ogni aspetto della gestione, dalla fase creativa a quella produttiva, dalla distribuzione al network retail. Però è successo esattamente ciò che speravamo: il know how, la passione, la voglia di fare ricerca sui tessuti, ogni sforzo è stato convogliato su Stone Island. L'impressione di utilizzare al meglio le energie interne all'azienda ci ha fatti entrare in un circolo virtuoso e in soli otto mesi, quasi senza accorgercene, ogni cosa funziona meglio ed è in maggiore sintonia con le altre. Ma non si tratta unicamente di sensazioni, ci sono segnali concreti che arrivano dall'esterno: la campagna vendite della collezione primavera-estate 2011 si è conclusa con una crescita complessiva del 20%, distribuita in modo uniforme nei diversi mercati e categorie di prodotto, con picchi per le collezioni bimbo, un settore che non arretra neppure in tempi di crisi. Forse perché, se devono risparmiare, i genitori rinunciano a qualche capo per sé, ma non per i propri figli». Per il futuro, la crescita potrà essere trainata anche dalla Cina: «Abbiamo appena siglato un accordo con Hangzhou Xinyi Brand Management, un partner con il quale abbiamo stabilito un piano di aperture triennale di una decina di negozi monomarca – racconta Rivetti, in partenza tra pochi giorni per un viaggio tra Cina, Corea e Giappone –. Il primo sarà inaugurato a Hangzhou il 20 novembre ed è quasi pronto quello di Wengzhou. Poi verranno Chengdou, Shanghai e Pechino».
Tornando alle collezioni, è stato fatto un grande lavoro di «ingegnerizzazione», come dice Rivetti sorridendo, come se la parola fosse fin troppo "pomposa": «Prima della vendita di C.P. Company l'ufficio stile interno esisteva, ma doveva coordinarsi con uno stilista esterno. Ora facciamo tutto internamente e questo ha creato nuovi cortocircuiti creativi con le persone che, in azienda, si occupano degli aspetti produttivi o di quelli legati alla distribuzione e al marketing. Abbiamo "reimparato" a costruire le collezioni intorno alla nostra tradizione di ricerca sui tessuti senza mai dimenticare i segnali che ci arrivano dal mercato e dai nostri clienti, con i quali siamo sempre più in contatto anche grazie a internet».
Il sito di Stone Island funziona sia come negozio virtuale (anch'esso in crescita a due cifre) sia come canale diretto di comunicazione con gli amanti e clienti del marchio: «Per i mondiali del Sudafrica avevamo anche creato un blog dedicato al calcio, che ha avuto moltissimi contatti e continueremo a investire sul sito e sui social network. Senza trascurare la rete di negozi "reali" e il canale wholesale, da sempre punto di forza di Stone Island».
Dopo la vendita di C.P. Company, i negozi di Milano e Roma sono stati riorganizzati intorno alle collezioni Stone Island e le vendite per metro quadro sono aumentate. Rivetti non nasconde il desiderio di aprire altri monomarca, iniziando magari da Parigi o da qualche grande città della Germania (il secondo mercato dopo l'Italia). «Ma non ho fretta. Per molti anni mi sono sentito un velocista, ora mi sento più in sintonia con il passo dei maratoneti, che sanno dosare meglio le loro energie e non hanno paura né della fatica né delle lunghe distanze».
© RIPRODUZIONE RISERVATA BLOG
http://giuliacrivelli.nova100.ilsole24ore.com

29/10/2010