Rete di sorveglianza difenderà le aziende delle calzature

MILANO
Hanno i giorni contati i dazi compensativi Ue all'export per le calzature da passeggio in cuoio importate da Cina e Vietnam. Scadono il 31 marzo, siamo già al secondo rinnovo. Un terzo round si presenta difficile. Mentre le aziende della ceramica (si veda Il Sole 24 Ore di ieri) hanno appena ottenuto dazi provvisori sulle piastrelle di improtazione cinese, i calzaturieri fanno i conti con una scadenza inevitabile, a cinque anni dalla prima concessione.
Il punto di vista di Vito Artioli, presidente di Anci, l'associazione dei calzaturieri italiani e della Cec, la federazione dei produttori europei, è tranchant: «Di più non si può fare. Il secondo rinnovo, quello in cui ci siamo direi anche con sorpresa trovati al nostro fianco Germania Austria e Malta, grazie anche all'azione del nostro governo, in particolare il viceministro Adolfo Urso ci ha portati a spuntarla per un solo voto, 14 a 13. Sudando le proverbiali sette camicie ce l'abbiamo fatta, adesso tutto è affidato alla surveillance».
Di che si tratta, è presto detto: è una più morbida strategia di rilevazioni di possibili nuove impennate in dumping dei prezzi all'import che Cec ha ottenuto dalla Ue. «Ogni mese ci sarà un check up – dice Artioli – che ci permetterà di fare il punto in sede europea trimestralmente insieme ai rappresentati di Cina e Vietnam. Se si dovessero incancrenire i problemi, allora si vedrà. Il lupo perde il pelo, con quel che segue. Questo mi sembra chiaro. Noi vigileremo. Perchè ci sono anche altri fattori che possono intervenire, tra cui il cambio della moneta, i controlli in dogana, la sicurezza igienico-sanitaria di questi prodotti».
La platea dei produttori di calzature offre un ventaglio di posizioni abbastanza ampio. «Tra un po' con i nostri soldi ci avranno già comprati – sbotta Renzo d'Arcano di San Giovanni Ilarione, in provincia di Verona, titolare del calzaturificio Frau – quanto al resto, c'è chi importa e commercia. Per quanto ci riguarda noi siamo e restiamo produttori».
Gianpaolo Bachini, del calzaturificio Gardenia di Santa Maria a Monte, in provincia di Pisa, si augura «che misure di questo tipo restino quanto più possibile in vigore, anche se una corretta introduzione del made in Italy ci farebbe stare ancora più tranquilli».
Da Vigevano, Massimo Martinoli, della Cesare Martinoli-Caimar replica: «Per noi è ininfluente, io produco calzature di lusso, quella asiatica è un'opportunità e non una minaccia. Un aiuto per frenare concorrenza sleale ci vuole, ma è una piccola medicina, non è la ricetta che guarisce. Bisogna guardare alle stratificazioni di mercato, noi siamo in fascia alta e quindi abbiamo altre esigenze».
È scettico, Siro Badon, del calzaturificio De Robert di Padova, riviera del Brenta: «Sono favorevole al tremila per cento al made in Italy – dice – però per loro stessa natura, per come sono fatti i dazi sono simbolici, incidono su prodotti che valgono un quarto del prodotto italiano. Vogliamo mettere i dazi brasiliani che pesano anche 20-30 dollari al paio? Bisognerebbe fare come fa il Brasile, oppure niente e, inoltre, è necessario stabilire un rapporto di reciprocità».
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LE TAPPE



La sfida
La guerra delle scarpe, Ue da una parte, Cina e Vietnam dall'altra, scoppia cinque anni fa. La Cec, l'associazione europea dei produttori di scarpe (nella foto il presidente Vito Artioli) riesce a ottenere dazi provvisori antidumping all'import che saranno confermati per un triennio sulle calzature da passeggio in cuoio prodotte nei paesi asiatici.
La misura viene confermata alla scadenza per altri due anni che terminao il 31 marzo.
La Cec nel frattempo è riuscita a ottenere una surveillance, vale a dire un monitoraggio mensile con verifiche trimestrali utili comunque a tenere sotto controllo i prezzi.

19/03/2011