Rebiya Kadeer, una donna contro l'ordine di Pechino

Marco Valsania
New York
Ha guidato le manifestazioni a Washington per denunciare la violenza contro la sua gente, gli uiguri. Centinaia di dimostranti che in questi giorni hanno sventolato nelle strade della capitale le bandiere blu con la mezzaluna bianca di un vasto territorio della Cina che chiamano East Turkestan, finora sconosciuto a gran parte degli americani. Non solo: ha invocato prese di posizione più nette, da parte della Casa Bianca e della comunità internazionale, che fermino la repressione di Pechino in quella che, fino a pochi anni or sono, era la sua patria. E quando parla di se stessa si definisce a volte la figlia, a volte la madre di tutti gli uiguri, entrambi segni dell'identificazione profonda con la loro causa.
Rebiya Kadeer, a 62 anni, oggi è mamma e nonna, con undici figli, avuti da due matrimoni. E dal 2005 vive ormai in esilio a Washington. Ma il suo cuore è rimasto, in tutto e per tutto, nella regione dello Xinjiang: in Cina, denuncia, ha ancora due figli in carcere. E, in un riconoscimento involontario del suo ruolo pubblico, la "pasionaria" degli uiguri è stata anche accusata da Pechino di aver incitato ribellioni, una tesi che lei nega con veemenza.
La sua, di sicuro, è una drammatica saga prima di successo e poi esilio, che l'ha trasformata nella portavoce indiscussa in occidente delle istanze di un intero popolo. È la storia di una carriera imprenditoriale e politica stroncata quando Kadeer ha osato criticare la nomeklatura, affermando che ignorava i diritti degli uiguri. Una carriera cominciata vent'anni or sono, quando Kadeer si era scoperta imprenditore d'avanguardia nella sua regione sperduta, nota per risorse naturali, frutta secca e deserti. Nella città di Urumqi aprì una grande magazzino, con abiti alla moda, un'innovazione che fece la sua fortuna economica. Per sua stessa ammissione divenne multimilionaria, probabilmente la donna più ricca in tutta la Cina. Tanto da farsi notare dalle autorità, inizialmente interessate soprattutto a celebrare il suo successo: il partito comunista le offrì posizioni ufficiali.
Il vento cambiò qualche anno dopo, nel 1997: Kadeer ebbe la chance di parlare ad una riunione ufficiale del partito. Ma il discorso, citato nella sua autobiografia, fu di quelli rischiosi. Un appello per liberare prigionieri politici nella sua regione e garantire agli uiguri maggiori diritti civili ed economici. Suo marito, il dissidente Sidik Rouzi, era già fuggito nel 1996 negli Stati Uniti per evitare persecuzioni.
La caduta di Kadeer, però, non avvenne immediatamente: il momento decisivo si verificò due anni dopo. Nel 1999 le autorità le impedirono di incontrare una delegazione di ricercatori del congresso degli Stati Uniti. La delegazione aveva in programma una tappa a Urumqi e Kadeer voleva illustrare loro la causa degli uiguri.
Da qui al carcere il passo fu breve: Kadeer rimase in una prigione cinese per i successivi cinque anni, un periodo durante il quale ha denunciato di aver sofferto abusi e torture. La sua liberazione, nel 2005, avvenne solo dietro le pressioni americane e a condizione dell'esilio. Ma negli Stati Uniti Kadeer ha continuato a lavorare senza sosta per i diritti del suo popolo: guida organizzazioni quali il World uighur congress e la Uighur american association. E riceve il sostegno di 600mila dollari all'anno stanziati dal National endowment for democracy, l'organizzazione di beneficenza creata e finanziata dal congresso per promuovere la democrazia.
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09/07/2009