PYONGYANG: LA DIFFICILE PARTITA DI PECHINO

PYONGYANG: LA DIFFICILE PARTITA DI PECHINO

Roma, 24 nov.- La portaerei americana George Washington ha lasciato la base navale di Yokosuka, a sud di Tokyo, diretta verso il Mar Giallo. Sono previste per domenica le esercitazioni militari congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud in risposta all'attacco nordcoreano avvenuto martedì contro il sud della penisola. I colpi d'artiglieria che la Corea del Nord ha sparato contro l'isola di Yeonpyeong hanno causato la morte di almeno due militari sudcoreani, due civili e il ferimento di una quindicina di persone. "Stiamo cercando di impedire che lo scambio di colpi con il Nord degeneri in un'escalation – ha riferito martedì il presidente sud coreano Lee Myung-bak - ma se le provocazioni continueranno la nostra risposta sarà più forte".

 

La Corea del Nord rappresenta una "minaccia seria e persistente": lo ha dichiarato  il presidente degli Stati Uniti Barack Obama chiedendo alla Cina di fare pressioni sul suo alleato e di ribadire a Pyongyang che "ci sono una serie di norme internazionali che devono essere rispettate". Una posizione condivisa anche dal Giappone che ha definito "imperdonabile" l'attacco. "Condanniamo fermamente la Corea del Nord e per questo lavoreremo fianco a fianco con gli Stati Uniti e la Corea del Sud" ha dichiarato il primo ministro giapponese Naoto Kan. Sottotono la reazione di Pechino che, nonostante abbia espresso preoccupazione per il clima di tensione tra le due Coree, ha evitato di puntare il dito contro Pyongyang. Una cautela usata anche dalla stessa stampa cinese che ha fatto trapelare la notizia evitando con cura di criticare l'incidente.

 

 

Aldilà del confine cinese, invece, il disaccordo traspare anche sulle pagine dei media ufficali: mentre la stampa sudcoreana incolpa il nord di "crimine di guerra", la Corea del nord rispedisce le accuse al mittente rimproverando il Sud di "avventate provocazioni militari" e di ritardare l'afflusso di aiuti umanitari "portando la tensione sull'orlo di una guerra". In particolare, secondo l'agenzia di stampa nordcoreana KCNA, Seul "ha deviato dal processo di miglioramento delle relazioni fra le Coree e sabotato i contatti fra Croce Rossa del Nord e del Sud".

 

 

Nel frattempo, mentre nella penisola coreana sale il livello di tensione, gli occhi della comunità internazionale sono tutti puntati a oriente alla ricerca di chiavi interpretative di quella che appare come una situazione geopolitica sempre più complessa.

 

 

L'attacco della Corea del Nord è avvenuto in concomitanza con l'arrivo a Pechino dell'inviato del governo USA Stephen Bosworth per discutere con la Cina le condizioni di un ritorno dei colloqui a sei sul disarmo nucleare di Pyongyang. Undici giorni prima del bombardamento la Corea del Nord aveva invitato S. Hecker, scienziato nucleare della Stanford University, a visitare il sito nucleare di Yongbyon e aveva mostrato allo studioso una centrifuga nucleare per l'arricchimento dell'uranio appena ultimata che avrebbe arricchito l'arsenale nordcoreano aggiungendo altre 6 armi atomiche alle 8 già presenti.  Una notizia che ha subito destato le preoccupazioni di Washington. La mossa è stata interpretata come una "sfida nei confronti dell'amministrazione Obama" dal CFR (Council for foreign relation) che ha intitolato il commento "Test per la 'pazienza strategica' degli Stati Uniti". Con il nuovo reattore nucleare i nordcoreani intendono testare l'effettiva volontà geopolitica del governo statunitense, come afferma Claudio Landi di Radio Radicale.

 

 

"Pyongyang sfida la politica coreana dell'amministrazione Obama – scrive ancora il CFR – e lo fa su tre fronti: con l'attività nucleare, la Corea del nord crea ostacoli alla ripresa dei colloqui a sei – secondo alcuni esperti Pyongyang avrebbe gradito poco l'iniziativa di ripristinare i colloqui a sei senza il coinvolgimento della Corea del Nord - ; con il nuovo reattore mette nel mirino il meccanismo previsto dalla risoluzione 1984 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che aveva introdotto una serie di sanzioni internazionali che non so sono rivelate particolarmente attive; sul fronte internazionale la Corea del nord approfitta delle difficoltà di intesa tra la Cina, gli Stati Uniti e la Corea del Sud.

 

 

Il Nord Corea si insinua nelle crepe del sistema di governance globale. La sfida nordcoreana alla politica coreana dell'amministrazione Obama sembra accreditare la tesi di chi mette sotto accusa l'ininfluenza di Pechino sul regime nordcoreano. In molti si chiedono se sia possibile che Hu Jintao fosse all'oscuro delle mosse del "Caro Leader".

 

 

Franco Mazzei intervistato da AgiChina24 (leggere questo articolo) non esita ad abbandonare la dietrologia. "Lo stupore destato in Occidente dall'incidente coreano è ingiustificato. E' nel DNA del regime di Pyongyang condurre azioni provocatorie. Il Nord Corea porta avanti da anni la politica di brinkmanship: una strategia che usa il rischio calcolato come arma di sfida; ma solo chi è distratto può restare sbalordito da una politica che è ormai di prassi. Il vero problema oggi sono le tensioni che sconquassano l'Estremo Oriente. La linea di Obama è di fermare la Cina e rafforzare il rapporto con il Giappone e con la Russia (il presidente Dimitry Medvedev ha di recente fatto una visita inaspettata alla Corea del Nord). La crescente tensione in Estremo Oriente ha certamente motivato i nordcoreani ad approfittarsi in qualche modo di una situazione caotica".

 

 

 

Ma quello della provocazione agli USA non sembra essere l'unico motivo della 'scorta' nucleare nordcoreana. Seoul e Pyongyang, di fatto, non hanno mai cessato di essere in guerra dalla firma della tregua del 1953; negli ultimi due anni, tuttavia, si è assistito a un continuo deterioramento dei rapporti, culminato nell'affondamento di una motovedetta che nel marzo scorso causò la morte di 46 militari sudcoreani. Pyongyang non ha perdonato a Seoul l'interruzione di numerosi programmi di aiuto e cooperazione e l'economia nordcoreana sarebbe ormai prossima al collasso: secondo le scarse notizie che filtrano oltreconfine, infatti, la riforma della valuta varata l'anno scorso ha completamente prosciugato le già scarse risorse del paese più isolato del pianeta. Il ricatto nucleare resta quindi l'unica arma nelle mani della Corea del Nord per esercitare pressioni sui vicini e ottenere aiuti economici.

 

 

A queste dinamiche già complesse va ad aggiungersi la questione della successione di leadership sul 'trono' nordcoreano: il "Caro Leader" Kim Jong Il, da tempo malato, ha designato come erede il figlio minore Kim Jong Un, classe 1983, una scelta che non ha incontrato il favore di alcuni settori dell'establishment militare. Sono in molti gli osservatori ad aver interpretato l'attacco all'isola di Yeonpyeong come un tentativo da parte del governo del Nord di dare smalto e potere alla dinastia regnante. "La nostra opinione è che l'attacco sia stato sferrato per consolidare il processo di successione", ha affermato il ministro della difesa sudcoreano Kim Tea-Young facendosi portavoce anche della sua controparte statunitense Robert Gates.

 

 

"Messo da parte il DNA della politica di brinkmanship della Corea del Nord – continua Franco Mazzei intervistato da AgiChina24 – "non possiamo sottovalutare un problema più semplice ma forse più determinante: il cambio di successione al potere in Corea del Nord comporta all'interno del regime la ricerca di nuovi consensi attraverso la leva nazionalistica anti-sudcoreana. Quindi sarei proteso a sdrammatizzare il coinvolgimento della Cina sull'attacco nordcoreano all'isola di Yeonpyeong. La Cina è in qualche modo l'unico paese che protegge la Corea del Nord ma non ha nessuna intenzione di avallarne gli attacchi; sul ruolo di Pechino nell'incidente si sta eccessivamente calcando la mano".

 

 

Intanto mentre Pyongyang combatte la sua personale battaglia contro la Corea del Sud e contro gli alleati statunitensi e giapponesi, la Cina tace. Da Pechino nessun commento se non un invito a ripristinare i colloqui a sei, ipotesi che all'indomani dell''incidente' si allontana sempre di più dalla prospettiva di Washington. "Attualmente la Cina ha una limitata influenza" spiega Cai Jian, professore di studi coreani all'Università Fudan di Shanghai. "Da una parte non vede di buon occhio le operazioni belligeranti della Corea del Nord, ma dall'altra non può evitare di appoggiare Kim Jong II".

 

 

Il timore di Pechino è quello di pagare le conseguenze di una futura riunificazione della penisola coreana che non solo aprirebbe i 'cancelli' ad un vasto flusso migratorio proveniente dalle Coree  e diretto in Cina, ma al contempo accrescerebbe la sfera d'influenza statunitense al confine della Cina. Le ripercussioni potrebbero toccare anche le isole Diaoyu/Sengaku oggetto di una secolare contesa tra Pechino e Tokyo la cui disputa ha di recente compromesso i rapporti tra i due giganti asiatici. Il sostegno di Pyongyang per il momento rappresenta di fatto uno strumento politico forte che Pechino può impugnare nella sua travagliata relazione con Washington e a cui il Dragone non sembra pronto a rinunciare, soprattutto ora che i rapporti tra la prima e la potenza economica al mondo si sono incrinati a causa della questione della rivalutazione dello yuan, di google, il controllo degli Stati Uniti sul mar cinese meridionale e il nuovo rapporto Usa che mette  sotto accusa i comportamenti cinesi sul web.

 

di Sonia Montrella

 

 

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