Prova di forza cinese: il sistema antimissili è ok

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
Dopo aver mostrato i muscoli in mondovisione, i missili cinesi prendono il volo e vanno a bersaglio. A tre mesi dalla grande parata militare per commemorare il Sessantesimo anniversario della Repubblica, Pechino sperimenta sul campo le sue nuove tecnologie balistiche esibite orgogliosamente alla festa del Primo Ottobre.
«Il test ha raggiunto gli obiettivi desiderati», ha comunicato ieri il Governo cinese, annunciando alla nazione il lancio sperimentale di una serie di nuovi vettori tattici terra-aria. Si tratta di missili intercettori a corto-medio raggio, frutto delle tecnologie militari più avanzate, ha aggiunto il comunicato. Ma niente paura: «L'esercitazione ha solo un carattere difensivo e non è indirizzata contro alcun paese», tiene a precisare Pechino.
Nessuno mette in dubbio che il test missilistico fosse programmato da tempo. Tuttavia, le grandi manovre nei cieli cinesi arrivano con una tempistica perfetta. Giusto qualche giorno fa, infatti, gli Stati Uniti hanno dato via libera alla vendita di missili Patriot Pac3 a Taiwan.
L'operazione, del valore di 6,4 miliardi di dollari, ha colto i cinesi di sorpresa. Pechino non si aspettava che, dopo che l'amministrazione Bush aveva congelato per tre anni la vendita di armi a Taipei, Barack Obama riprendesse le forniture belliche alla "provincia ribelle". «È stata una decisione inaspettata che ha umiliato tutti i cinesi», ha commentato Zhu Feng, professore di Relazioni Internazionali all'Università di Pechino.
La rabbia e l'irritazione con cui Pechino ha accolto la notizia fanno pensare che il test missilistico di ieri, più che una coincidenza, sia un vero e proprio atto di rappresaglia. Non una rappresaglia militare, giacché i vettori battenti bandiera rossa si sono sbriciolati nella stratosfera, ma una rappresaglia mediatica. Dopo aver subito lo smacco della vendita di armi a Taiwan, la Cina ha voluto subito mostrare al mondo le potenzialità offensive del suo arsenale.
Un arsenale che nell'ultimo decennio è cresciuto in misura impressionante. Quantitativamente, come dimostrano i tassi d'incremento a doppia cifra dei budget militari annuali. E qualitativamente, come testimonia appunto il successo del test balistico di ieri.
L'aumento esponenziale delle spese belliche cinesi ha cambiato radicalmente gli assetti geostrategici del Nordest asiatico. Stati Uniti, Giappone, Corea del Sud e Taiwan, per decenni abituati a guardare al nemico cinese come una potenza militare di medio calibro, tecnologicamente arretrata e dipendente dalle forniture russe, hanno iniziato ad allarmarsi. Il loro timore è che la Cina, dopo essere diventata una superpotenza economica, ora punti anche a diventare una superpotenza militare.
Sul piano teorico è un timore più che giustificato. La Cina è un paese totalmente dipendente dalle esportazioni. Se oggi il Dragone ha in cassa 2.300 miliardi di dollari di riserve valutarie, è il principale finanziatore del debito pubblico americano e fa sentire il suo peso nelle organizzazioni internazionali, deve dire grazie al successo del made in China nel mondo. Ecco perché la protezione delle rotte lungo cui viaggiano i suoi commerci è un obiettivo strategico prioritario.
Ma per controllare gli stretti e proiettare lontano dalle coste la sua capacità di deterrenza, la potenza di terra, com'è stato sempre considerato il Celeste Impero, deve trasformarsi anche in una potenza di mare. C'è un solo modo per farlo: costruire una portaerei. È un sogno che la Cina insegue dai tempi di Mao. Nel giro di qualche anno, dicono gli esperti, grazie alle capacità finanziarie e tecnologiche raggiunte dal paese il sogno potrebbe diventare finalmente realtà. Ma costruire una portaerei è un conto. Condurla in giro per gli oceani è un altro. Servirebbero abili nocchieri di lungo corso: per allevarli forse non basterà una generazione.
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13/01/2010