Policy Brief

DENTRO IL 'MODELLO CINA'




Roma, 03 novembre 2010



a cura di



AgiChina24



Alessandra Spalletta
AgiChina24 Editorial Office
Via Ostiense 72
Mailto: redazione.cina@agi.it
www.agichina24.it



INDICE

ECONOMIA


Attacco allo yuan: l'era delle guerre valutarie
2011-2015: le linee del 12°piano quinquennale
(Lorenzo Stanca per AgiChina24)


POLITICA INTERNA


Analisi del IV Plenum del XVII Comitato Centrale del PCC:  intervista in esclusiva a Jian Zhang

Chi è Xi Jinping
(China Files per Agichina24).


POLITICA ESTERA

Ecco i nuovi attori della politica estera cinese in una indagine del Sipri

La Cina nel G20
(di Giovanni Andornino per AgiChina24)
Esiste un modello cinese in politica estera? (di Enrico Fardella per AgiChina24)


SOCIETA'


Intervista a Yu Hua sul Nobel a Liu Xiaobo (Emma Lupano e Silvia Pozzi per AgiChina24)
ITALIA-CINA

La trama fine del rapporto con la Cina (Paolo Borzatta per AgiChina24)

 

ECONOMIA


Attacco allo yuan: l'era delle guerre valutarie

2011-2015: le linee del 12°piano quinquennale (Lorenzo Stanca per AgiChina24)




ATTACCO ALLO YUAN: L'ERA DELLE GUERRE VALUTARIE – di Antonio Talia*

Non faranno rumore come le cannonate, ma le svalutazioni competitive sembrano ormai un'arma a tutti gli effetti: e allora benvenuti nell'era della guerra delle valute, un conflitto a tutto campo sul terreno delle economie globali dove Cina, USA, Ue, Giappone e nazioni emergenti hanno tutti una posizione da difendere o dalla quale contrattaccare, e in cui gli schieramenti sono tutt'altro che definiti. Quando è scoppiata? Chi l'ha dichiarata? In realtà, non c'è neppure un accordo sulla terminologia; ma per un Dominique Strauss Kahn che all'apertura dell'ultimo vertice FMI a Washington dichiara di averla utilizzata impropriamente (pur reputando "molto grave il rischio di conflitti valutari") c'è sempre un ministro delle Finanze brasiliano come Guido Mantega, che dichiara senza mezzi termini che la guerra dei tassi è già qui, la si sta combattendo, e l'economia carioca è già stata colpita. Meglio dunque mettere i fatti in fila uno dopo l'altro: da tempo USA e Ue esercitano crescenti pressioni sulla Cina per convincerla ad accelerare il processo di rivalutazione dello yuan.
A partire dal luglio 2008 -mentre la crisi dei mutui subprime emergeva in tutta la sua gravità- Pechino ha ancorato la sua moneta al dollaro, un vincolo lievemente modificato solo nel giugno scorso, quando People's Bank of China ha acconsentito ad un modesto apprezzamento. Ma nonostante negli ultimi mesi lo yuan renmimbi si sia rivalutato di circa il 2% e abbia toccato nuovi record sul biglietto verde, secondo gli Stati Uniti questa modifica del tasso di cambio è irrilevante: è l'opinione, ad esempio, di quel gruppo di parlamentari bipartisan della Camera dei Rappresentanti di Washington che qualche settimana fa hanno approvato una norma che autorizzerebbe gli USA -e bisogna vedere quanto questo sia in linea coi regolamenti WTO- ad applicare tariffe sull'import da quei paesi che manipolano la propria valuta. Per i congressmen americani, pressati dalle elezioni di midterm e dalla crescente disoccupazione, lo yuan viene scambiato ad una cifra  inferiore almeno del 25% al suo valore effettivo, garantendo così al Dragone un vantaggio sleale nei commerci con l'estero.
E Pechino? La posizione tenuta davanti alle spinte di Washington e, con toni più lievi, di Bruxelles, è quella riassunta nelle ultime dichiarazioni del premier Wen Jiabao: non possiamo acconsentire ad una rivalutazione repentina perché danneggerebbe i nostri produttori, provocherebbe chiusure a catena negli stabilimenti con licenziamenti e gravi ripercussioni sociali e causerebbe anche l'afflusso di capitali speculativi dall'estero capaci di compromettere la crescita economica. Ma la Cina non è sola sulla strada delle svalutazioni competitive: nelle ultime settimane il Giappone è intervenuto diverse volte, per la prima volta in sei anni, per frenare la forsennata fuga al rialzo dello yen, seguito a breve distanza da Corea del Sud e Brasile, mentre misure indirette sul tasso di cambio sono state adottate anche da Thailandia, Singapore, India, Taiwan e Svizzera, tutti impegnati ad abbassare il valore delle loro monete per non rimanere al palo nella corsa all'export. Gli Stati Uniti, a loro volta, in queste ore si preparano a lanciare un nuovo quantitative easing (aumento della moneta in circolazione al fine di acquistare titoli di Stato e controllare il costo del denaro), una manovra che difficilmente piacerà ai cinesi e che potrebbe servire a Pechino per rimandare al mittente le accuse di manipolazione di valuta. Come in una scena alla Sergio Leone, in cui al duello partecipano più di due contendenti e ognuno punta la propria arma su più avversari, così i paesi riuniti a Washington all'ultimo vertice del Fondo Monetario Internazionale non sono riusciti a trovare nessun accordo su una regolamentazione per fissare i tassi di cambio, e hanno rimandato tutto al prossimo G20 che si terrà a Seoul l'11 e 12 novembre. Anche l'incontro dei ministri finanziari e dei governatori del G20 che si è tenuto nella capitale coreana a fine ottobre si è chiuso solo con una tregua passeggera, e la promessa di una riforma dell'FMI che lascerà più spazio alle economie emergenti a scapito dei paesi europei. Nonostante la complicata tela di negoziazioni con Pechino che sta tessendo il prossimo presidente del summit, Nicolas Sarkozy, le posizioni appaiono complesse: esistono degli schieramenti? Qual è la posta in gioco? "Non si può parlare di fronti comuni, perché  la politica valutaria è qualcosa di molto legato alla politica di un singolo stato" spiega ad AgiChina24 Giacomo Goldkorn Cimetta, docente di Geopolitica all'Università Cattolica del Sacro Cuore e direttore della rivista online Equilibri.net. "Cina, India e Brasile in definitiva non hanno molto in comune; anzi, in molti casi si sovrappongono, quindi potrebbero avere interessi diversi nell'adottare una politica monetaria simile. Il Giappone, è chiaro, si vuole difendere da uno yen mai così forte sul dollaro negli ultimi 15 anni.
Ma queste economie non potranno sostenere tali misure per sempre: si tratta, è vero, di un sostegno alle esportazioni; ma i paesi occidentali ricchi che comprano poi potrebbero anche  stabilire delle contromisure, come ad esempio non comprare più il debito di quei paesi, diminuire gli investimenti esteri, o, per quanto difficile da attuare, ridurre il trasferimento di tecnologie. Estremamente complessa da attuare, viste le regole WTO, mi sembra invece la minaccia USA sui dazi". Anche per Jean-Marc Daniel, professore di Economia alla ESCP Europe ed esperto di nazioni emergenti, il fronte caldo del conflitto in questo momento si trova in Asia, pur avendo effetti globali: "Il Giappone, in effetti, sta  cercando di difendersi, e anche se paesi come la Thailandia adottano misure simili, le nazioni che sono veramente concorrenti tra loro sono Vietnam, Indonesia, Malesia e Cina, in quanto dotate di una struttura simile. Questi paesi combattono tra loro una guerra sui mercati, che adesso in alcuni casi è già una guerra monetaria che non ha raggiunto proporzioni mondiali. Ma solo per il momento". Secondo Goldkorn, inoltre, il Dragone potrebbe avere obiettivi differenti da quelli degli altri: "Se Brasile e India vogliono aumentare l'export attraverso svalutazioni competitive perché anche loro hanno vissuto la crisi, la Cina magari ha obiettivi diversi. Forse vuole sedersi a un tavolo di trattativa con gli USA in una posizione più forte. Il punto è  che Pechino davanti a Washington costituisce veramente un capitolo a parte, perché tra i due non ci sono solo politica fiscale e monetaria, ma anche problemi come le influenze geostrategiche nel Sudest asiatico e in Asia Centrale, oppure la questione di internet; la 'Guerra di Google' che abbiamo dimenticato, ma invece si sta combattendo ancora".
Ragionando geostrategicamente, Goldkorn apre nuovi scenari: che cosa potrebbero volere Cina e USA da un ipotetico tavolo delle trattative, a tempesta valutaria passata? "Dipende da che cosa vuole la politica in quel momento. Adesso, ad esempio, gli USA potrebbero volere una formalizzazione del G2: l'America è interessata a formalizzare delle procedure di trattativa a due con la Cina che, partendo dal problema della moneta, si possano poi allargare ad altre questioni. Il cuore dunque, non consiste in un automatico e immediato innalzamento del livello del renmimbi; magari gli USA vogliono costringere la Cina a incontri regolari che le impediscano di fare di testa sua. O forse, altra chiave di lettura, ai cinesi tutto ciò interessa in quanto significherebbe una consacrazione definitiva come superpotenza, che magari sono gli USA a non voler  concedere". "In definitiva, non vedo una Nuova Guerra Fredda, perché qui la situazione è diversa: allora le trattative, come le guerre, avvenivano per conto terzi, ma era tutto tenuto segreto perché le ideologie di entrambi gli schieramenti non consentivano di mostrare al grande pubblico che si cooperava tra USA e Unione Sovietica. Oggi gli attori sul piano finanziario sono almeno tre, perché c'è l'Unione europea, e forse quattro, contando anche il Giappone. Tutto è alla luce del sole, o quasi. La pubblicistica si interroga, ci sono conferenze, vertici,si discute, si parla. E se si vuole guerreggiare si usano metodi diversi, magari immettendo sul mercato un software per gli smartphone che costa un  decimo di quello prodotto dal tuo contendente ed è anche più moderno". Anche Jean Marc-Daniel vede una strana partnership all'orizzonte: "Si potrebbe profilare, a conflitto finito, un'alleanza conflittuale tra Cina e Stati Uniti, cioè tra il primo produttore di beni e il primo consumatore, che tuttavia è ancora la prima economia mondiale.
Se insieme trovassero un accordo, il G2 potrebbe costituire un primo blocco, in uno scenario nel quale la posizione più delicata tocca al Giappone, visti i cattivi rapporti con la Cina e la nuova complessità della relazione con gli USA. Inoltre non va dimenticato che anche il dollaro è ai minimi storici, e l'Europa si trova in una posizione intermedia, dalla quale forse potrebbe trarre qualche vantaggio. Ad esempio, le trattative di Sarkozy con la Cina sembrano volte da un lato a stabilizzare la situazione dei tassi, ma dall'altro anche a contenere in qualche modo gli Stati Uniti. Infine non si possono dimenticare né l'Arabia Saudita né la Russia, in quanto produttori di petrolio di cui tutto il mondo ha bisogno". Quello che andrà in scena al G20 di Seoul, dopo le fervide trattative sotterranee di queste settimane, potrebbe insomma essere l'inizio di uno scenario inedito. Ma intanto il duello a più contendenti prosegue, almeno per ora.
* Corrispondente Agi da Pechino

2011-2015: LE LINEE DEL 12° PIANO QUINQUENNALE – di Lorenzo Stanca*

È in arrivo la moderazione. Dopo anni di crescita vertiginosa, sembrerebbero pensare i leader di Pechino, la Cina deve scalare marcia e prepararsi a procedere ad una velocità più contenuta e sostenibile, sebbene ancora di tutto rispetto. Pochi se ne sono accorti, ma tra i vari risultati del diciassettesimo plenum del comitato centrale del partito comunista cinese, tenutosi a Pechino dal 15 al 18 ottobre, si può cogliere, in modo abbastanza evidente, anche questa importante decisione.
L'incontro passerà probabilmente alla storia per la nomina di Xi Jinping a vice presidente del della commissione militare centrale, che rappresenta un passo decisivo nel percorso che dovrebbe portarlo nel 2012 sulla poltrona attualmente occupata da Hu Jintao.
Ma un frutto altrettanto importante della riunione tenutasi dal 15 al 18 ottobre è senza dubbio l'approvazione delle linee principali del dodicesimo piano quinquennale. Ed è proprio nelle pieghe del documento che descrive il piano a grandi linee (il piano vero e proprio sarà poi elaborato nelle prossime settimane), che si coglie un'impostazione fortemente incentrata sulla giustizia sociale e con una crescita attesa "relativamente rapida".
"Il periodo dal 2011 al 2015 – recita il comunicato - sarà un momento critico per la costruzione in Cina di una società dalla moderata prosperità e il paese punta a mantenere una crescita stabile e relativamente rapida".
Tema di fondo del piano è un progressivo allargamento del benessere con una più equa distribuzione dei redditi ed una riduzione delle ineguaglianze che oggi caratterizzano la società cinese. "La quota dei redditi personali nella distribuzione del reddito nazionale, dovrà essere accresciuta nei prossimi 5 anni", recita il comunicato del comitato centrale. Questo obiettivo potrà essere raggiunto attraverso un modello di crescita sempre più incentrato sulla domanda interna, con un ampliamento ed un miglioramento ed ampliamento dei servizi offerti dal settore pubblico.  
Non soprende come, nelle parole del comunicato ufficiale, l'obiettivo di una maggiore giustizia sociale, venga affiancato dal concetto di stabilità e di crescita "relativamente" elevata.
Anche i commenti degli organi vicini ai centri decisionali, come il China Daily, danno la percezione che l'accento si andrà spostando dalla crescita per sé, verso uno sviluppo socialmente sostenibile. Lo stesso China Daily nell'annunciare il documento del plenum sul paino cita, probabilmente non a caso, un numero che fa riflettere: la crescita nei prossimi 5 anni porterà il Pil cinese verso i 7,5 trilioni di dollari Usa, con un incremento rispetto al dato del 2010 di circa il 50%. Per dare un'idea, l'Economist nelle sue previsioni colloca il Pil cinese al 2015 a 9 trillioni di dollari. Certo, le ipotesi sul cambio e sull'inflazione inflazione possono avere un'influenza decisiva su questo tipo di proiezioni, a parità di crescita reale attesa. Ma non si può non riflettere sul tono generale del documento prodotto dal plenum, che nelle cifre citate dal China Daily troverebbe sostanziale conferma quantitativa. Un pil 2015 a 7,5 trillioni di dollari sottointenderebbe una crescita annua per i cinque anni a venire che si andrebbe progressivamente a collocare tra il 5% ed il 7%.
Insomma, ci sono tutti gli elementi per ritenere che a Pechino si vada riflettendo sulla sostenibilità di una crescita elevata a tutti costi, anche sul piano della stabilità sociale. Finora a Pechino si era ritenuto che un ritmo di crescita attorno al 10% fosse vitale per consentire di mantenere il consenso attraverso l'aumento del benessere. Oggi, probabilmente, ci si va rendendo conto come mirare solo alla quantità della crescita porti a sperequazioni che alla lunga porterebbero ad un crescente malcontento da parte di coloro che beneficiano in maniera ridotta del boom dell'economia, mentre pochi fortunati accumulano fortune enormi. Sarà fondamentale, a questo punto, analizzare il piano quinquennale quando verrà formulato nei suoi dettagli, per capire davvero in che misura le autorità di Pechino intendano utilizzare il pedale del freno, dopo essersi concentrati per anni su quell' dell'acceleratore.

*Managing Partner del Fondo Mandarin


 

POLITICA INTERNA


Analisi del V Plenum del XVII Comitato Centrale del PCC:  intervista in esclusiva a Jian Zhang

Chi è Xi Jinping (China Files per Agichina24).




INTERVISTA A JIAN ZHANG: ANALISI DEL V PLENUM del VXII COMITATO CENTRALE DEL PCC*

AgiChina24 pubblica in anteprima la trascrizione della video-intervista a Jian Zhang, docente di Scienza Politica presso l'Istituto di Affari Governativi dell'Università di Pechino. La video-intervista verrà proiettata nel corso del convegno "Dentro il 'Modello Cina': quadro politico e sviluppo economico" (Roma, 03 novembre). http://www.agichina24.it/modello-cina/

Pechino, 02 nov. - Professor Jian Zhang, la prima domanda che vorrei porle riguarda la situazione attuale della politica interna cinese. Pochi giorni fa ha avuto luogo l'ultimo Plenum del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese e contemporaneamente Xi Jinping è stato nominato vice presidente della Commissione Militare Centrale. Come descriverebbe la situazione della politica interna cinese di oggi alla chiusura di questo Plenum?

La promozione di Xi Jinping era stata prevista da tempo. Si sapeva che, prima o poi, avrebbe ricoperto quella posizione. In questi termini, pertanto, il fatto che Xi Jinping sia salito sulla poltrona di vice presidente della Commissione Militare Centrale non sorprende affatto, ma dice molto sulla situazione della nostra politica interna. È interessante notare, invece, che poco prima di questo V Plenum, il primo ministro Wen Jiabao abbia pronunciato una serie di discorsi concedendosi ai media nazionali e stranieri.

Sì, a Shenzhen e in un'intervista rilasciata a Fareed Zakaria sulla CNN.

Esatto. Discorsi in cui ha parlato di una sorta di riforma politica pro-democrazia, o meglio, di una specie di riforma politica orientata verso una maggiore libertà e una maggiore democrazia. In realtà, prima del V Plenum, l'interrogativo più grande non riguardava la promozione o meno di Xi Jinping, poiché si sapeva che sarebbe avvenuta: le aspettative maggiori della popolazione risiedevano piuttosto nell'appurare se i discorsi del primo ministro si sarebbero concretizzati. Al contrario, come mi sembra sia il caso, nessuno dei pronunciamenti di Wen Jiabao sulla libertà e sulla democrazia ha portato a una qualsivoglia azione reale durante il Plenum. Di fatto quest'ultimo si è incentrato sul Dodicesimo Piano quinquennale e su come promuovere la cosiddetta minsheng, vale a dire il benessere del popolo, mentre neanche una parola è stata spesa sulla riforma politica. L'unica frase che può essere intesa come una proposta politica è da rintracciarsi nell'intenzione di rafforzare il "social management" ovvero "l'amministrazione della società", in cinese shehui guanli. Non si è nemmeno parlato di "rule of law" e "rule by law". La democrazia non è mai neppure comparsa. Quindi direi che il Plenum è stato una grossa delusione per tutti coloro che si aspettavano che Wen Jiabao divenisse il leader pro-democrazia in Cina. Per quanto riguarda Xi Jinping, ribadisco che non c'è stata alcuna sorpresa. È trascorsa circa una settimana dal Plenum e penso che, in generale, l'atmosfera in seno alla società sia questa: "Nessuna sorpresa, e allora?". Penso che sia stata questa la risposta della popolazione al V Plenum.

Quindi nessuna sorpresa e delusione perché le parole di Wen Jiabao non hanno avuto seguito. Qual è dunque la sua visione circa le ragioni che hanno spinto Wen Jiabao ha pronunciarsi, a rilasciare l'intervista a Fareed Zakaria menzionando chiaramente e direttamente il bisogno di maggior democrazia? Perché?

Chi lo sa. Penso che nessuno conosca le politiche di Zhongnanhai. La conoscenza di chi è al di fuori si basa più che altro su voci e congetture. In qualità di studioso sento però di potere fare delle supposizioni circa il perché Wen Jiabao abbia pronunciato quei discorsi. Un'ipotesi molto diffusa circa le ragioni del discorso di Wen Jiabao è  che il primo ministro voleva unicamente farlo prima che il Premio Nobel venisse assegnato a Liu Xiaobo. Una sorta di "campagna promozionale" rivolta al Comitato per il Premio Nobel per la pace in Norvegia. Come a dire "non date il premio a un tipo che abbiamo appena condannato a 11 anni di prigione, perché ora stiamo parlando di democrazia, solo, dateci ancora qualche anno." Stando a questa teoria, quello di Wen Jiabao sarebbe stato in sostanza una sorta di attacco preventivo.

"Per favore non fateci pressioni e noi troveremo un modo lecito per fare pressioni su di voi".

È un'ipotesi, non sono se sia vera o no. Un'altra ipotesi riconosce invece maggiore finezza a Wen Jiabao. Sappiamo che si ritirerà fra due anni, cioè dopo il XVIII Congresso del Partito previsto per il 2012. In qualche modo, supponendo che Wen Jiabao sia una persona sensata, un politico che sa fare i suoi calcoli, potrebbe darsi che il suo discorso pro-democrazia e pro-riforme sia solo un modo per lasciare una qualche eredità politica per il futuro. È già una delle persone più potenti in questo Paese e nel mondo, e forse vuole essere ricordato anche dopo le sue dimissioni. Ha fatto molto come Primo Ministro, è stato fondamentalmente il timoniere dell'economia cinese per quasi dieci anni, ed ora vuole aggiungere un colore politico alla sua eredità. Ribadisco, questa è solo un'ipotesi sul perché Wen Jiabao abbia agito così, un'ipotesi basata su una conoscenza generica riguardo ciò che i politici vogliono. Generalmente, infatti, presumiamo che nelle democrazie occidentali i politici vogliano voti. Qui in Cina, invece, non abbiamo nessun problema di voti, ma abbiamo il problema dell'eredità. Wen non è un candidato papabile per un nuovo premierato perché sappiamo che non può occupare nuovamente la carica, ma forse vuole aggiungere un contenuto politico alla sua eredità.

Qualche altra ipotesi?

Altre ipotesi sono pure supposizioni che riguardano le fazioni politiche al vertice. Sono questioni sulle quali non sono molto ferrato e quindi preferisco non pronunciarmi a riguardo.

Dopo il premio Nobel a Liu Xiaobo abbiamo assistito ad una reazione piuttosto dura da parte della Cina. Come pensa che questo Nobel possa influenzare la politica interna cinese?

Credo che abbia già influenzato la politica interna perché immediatamente dopo l'assegnazione del premio alcuni cinesi con opinioni differenti da quelle del governo sono stati arrestati, sono sotto sorveglianza o sono stati sottoposti ad altre forme di limitazione della propria libertà. Se a Liu Xiaobo non fosse stato assegnato questo riconoscimento ciò non sarebbe avvenuto, per cui gli effetti del Nobel sono già visibili. È un'inezia, ma in un quadro generale direi che il governo cinese abbia in qualche modo "selezionato con cura" Liu Xiaobo quale leader dell'opposizione, perché senza la sentenza di undici anni è molto difficile immaginare che i norvegesi  avrebbero assegnato il premio proprio a lui. Possiamo scorgere un collegamento causale fra gli undici anni della sentenza e il premio Nobel. Forse il governo non aveva realizzato che gli occidentali, e in particolare il Comitato norvegese per il premio Nobel, avrebbero reagito in questo modo. Direi pertanto che da un punto di vista di puro pragmatismo politico, il governo cinese abbia preso una cattiva decisione. È una situazione che, per certi versi, possiamo accostare al caso di Nelson Mandela, o a quello di Kim Dae Jong nella Corea del Sud, ma solo per quanto riguarda la configurazione del potere. La situazione sociale è certo differente, ma in generale si tratta di casi in cui sussiste una lotta di potere tra il governo e ogni opposizione, così come accade in Cina. Liu Xiaobo è il leader dell'opposizione perché così hanno deciso i suoi detrattori, nella fattispecie il governo cinese, ed è per questo che ritengo che gli interventi di Wen Jiabao siano stato il frutto di una cattiva decisione. A mio parere, credo che, alla lunga, vi siano alte possibilità che tutti i dissidenti cinesi o tutti quelli che semplicemente non sono soddisfatti di questo Paese senza essere necessariamente dissidenti politici, vengano gradualmente associati alla causa di Liu Xiaobo. Ora hanno il simbolo, ora hanno una bandiera, ora hanno un leader.  A lungo andare l'assegnazione del Nobel per la pace a Liu Xiaobo potrebbe diventare – tutto dipende da quali saranno gli sviluppi futuri – uno spartiacque nello sviluppo della politica interna cinese. 

Come Lei ha ricordato, nel 2012 ci sarà una nuova generazione di politici e di leader e Wen Jiabao non sarà più Primo Ministro. Come pensa che questa nuova generazione potrà reagire a tutta questa nuova gamma di opinioni che si stanno diffondendo in Cina e non? E dobbiamo aspettarci una reazione più morbida oppure più dura?

Predire il futuro è sempre pericoloso, specialmente per un accademico, ma mi lasci fare una supposizione. L'ipotesi più ragionevole è che il governo cinese reagirà ai cambiamenti sociali con misure ancora più dure. Come ho poc'anzi ricordato, in seno al Comitato del V Plenum non è stata menzionata alcuna riforma politica ma solo il rafforzamento della "amministrazione" della società, per la quale è stata coniata la nuova espressione shehui guanli di cui si parlava prima. In altre parole, il Partito vuole rafforzare il controllo sulla società. Apparentemente il governo è ancora sicuro di poter controllare la situazione, è in grado di tenere sotto controllo tutte le novità all'interno della società – come manifestazioni o altri tipi di azioni di dissenso da parte della società civile – in alcuni casi anche reagendo. Questo almeno è quanto i governanti pensano, sicuri di poterlo fare. Perché dico che la direzione della nuova leadership sarà quella di intraprendere misure più dure in risposta alla nuova situazione sociale? Perché quella che il governo sta mettendo insieme non è una leadership politica maggiormente pro-cambiamento e pro-riforme. Sappiamo tutti che Xi Jinping diventerà il nuovo leader supremo, e questo è molto, molto simbolico per l'intero Paese perché tutti sappiamo che Xi Jinping è il figlio di una vecchia guardia rivoluzionaria.

Un Principe Rosso.

Sì, si può dire così. Le possibilità che molte persone con un simile background a far parte del Comitato Permanente dell'Ufficio Politico sono molto alte. Questo è quindi un forte messaggio per tutti: "Abbiamo intenzione di rimanere attaccati alle nostre tradizioni e al nostro 'uomo di casa', piuttosto che immettere forze nuove nei vertici della nostra dirigenza". Un paragone molto interessante può essere fatto fra la cosiddetta quarta generazione e la quinta generazione che sta arrivando. Se a capo della quinta generazione del PCC c'è Xi Jinping e altri figli o nipoti di vecchie guardie rivoluzionarie, non possiamo dire lo stesso della quarta generazione, quella di Hu Jintao e Wen Jiabao, i cui padri erano dei signor nessuno. Hu e Wen erano davvero delle persone comuni e sono riusciti a salire ai vertici del PCC. Direi che nel 2002, durante il XVI Congresso del Partito, si era nutrita una ragionevole speranza che il Partito stesse andando verso una democratizzazione.

Quindi il Congresso del 2002 è stato in qualche modo più moderno di quello del 2012?

Possiamo dire così, sì. Viviamo in un altro tempo e in un altro spazio. Il tempo non sempre è  lineare, possiamo viaggiare in avanti e indietro nella storia. Direi che, dieci anni dopo il XVI Congresso del Partito, se tutto andrà come pianificato, si tratterà di un passo indietro da un punto di vista storico. E a costituire la nuova leadership ci ritroveremo i figli e le figlie, i nipoti e i generi di qualcuno. Questo è ironico davvero se si considerano tutte le speranze e gli ottimismi circa le èlite politics del Partito Comunista Cinese. Vedo all'orizzonte un ritorno al passato.

In alcuni Paesi occidentali riscontriamo che alcuni sostenitori delle politiche cinesi sono guidati dal fascino che il "modello Cina" esercita su di loro, specialmente per quanto riguarda l'economia. Dall'altra parte troviamo accademici e analisti convinti che il governo cinese non possa contare ancora a lungo sulla sola crescita economica. Lei pensa che questo cosiddetto "modello Cina" cambierà a breve in qualche modo, ad esempio nel sistema previdenziale e sanitario?

Innanzitutto non direi che esiste un "modello Cina", non sono d'accordo su questo. Non sono un economista, ma alcuni ottimi studiosi di economia sostengono che il successo economico della Cina degli ultimi trenta anni sia dovuto al fatto che, più o meno, ha seguito il cosiddetto "Washington consensus". La liberalizzazione del mercato del lavoro e di tutti i tipi di aziende in campo economico, una certa deregolamentazione dell'economia pianificata, i passi compiuto verso l'economia di mercato di altri Paesi: ecco l'origine del miracolo economico cinese.

Come Lei ha detto, però, le riforme economiche non sono state seguite da nessuna riforma politica sostanziale.

Se lei vuole sapere se penso che ci siano discrepanze tra le riforme economiche più o meno favorevoli all'apertura del mercato e l'adesione politica a un regime rigido di stampo stalinista, allora sì, la mia risposta è sì. Se vuole prendere tutte queste discrepanze, metterle insieme e dargli il nome di "modello Cina", allora sì, esiste un "modello Cina". Ora, questo modello è sostenibile? Io penso di no. In realtà, persino in termini puramente economici, il cosiddetto miracolo economico cinese non è poi così miracoloso se si considerano tutte le risorse naturali che vengono svendute. Il nostro territorio è sottostimato, la gente non dà nessun valore all'ambiente. Chi vive a Pechino conosce tutti i problemi derivanti dall'inquinamento atmosferico e dal traffico. Perciò se teniamo conto di tutte le perdite in termini di aria e acqua pulita, di circolazione stradale, di ambiente naturale, c'è da chiedersi se il livello di produzione economica raggiunto dalla Cina sia davvero così desiderabile. Lasciando da parte l'ambiente, consideriamo un altro fattore, quello umano. Naturalmente, alcuni tra i migliori esperti di studi sulla Cina sostengono che la Cina può permettersi questo ritmo di sviluppo grazie a un totale disinteresse per i diritti umani. Per esempio questo nuovo edificio alla moda che ci ospita è stato costruito sfrattando o trasferendo le persone che ci vivevano senza dare loro nulla in cambio o proponendogli un indennizzo irragionevolmente basso. E' grazie a questo che ora abbiamo tutti questi centri commerciali alla moda. Non sappiamo neppure se la crescita economica sia umanamente desiderabile. Ecco l'altra faccia della medaglia di quello che definiamo "successo economico". È c'è ancora un altro aspetto della crescita, è quello che riguarda il grande cambiamento della natura stessa della crescita economica cinese. La mia opinione personale è che fino alla fine degli anni Novanta la Cina sia stata molto vicina a quello che gli economisti chiamano "condizione di massimo vantaggio" e che le condizioni di vita di tutti siano in qualche modo migliorate. Per qualcuno sono migliorate di più, per altri di meno, ma nessuno ha visto peggiorare il proprio livello di vita. Questa è la storia delle riforme economiche della Cina fino al 1995, 1998 circa. Da qual momento in poi la crescita cinese ha continuato a mantenersi stabile, tenendosi sempre a una certa velocità – intorno al 10% –  ma ora qualcuno inizia a non trarre assolutamente alcun vantaggio dalle performance dell'economia. Pensiamo ad esempio a tutti i contadini costretti a separarsi dalle loro famiglie.

L'ultimo resoconto dell'Istituto Nazionale di Statistica cinese mostra che la differenza tra le città e le campagna non è mai stata così grande.

Direi che durante l'epoca maoista  in Cina vigeva una parità quasi commuovente mentre ora c'è una disparità drammatica. Come ha appena detto, il rapporto tra i ricchi e i poveri non è mai stato cosi impari. L'economia cinese sta crescendo molto velocemente ma non tutti traggono benefici da questa crescita. In realtà, per quanto concerne l'aspetto della distribuzione e ridistribuzione della ricchezza, sempre più persone – non dico la maggioranza, ma sicuramente una fetta sempre più grande della popolazione – dimostrano un malcontento nei confronti della riforma economica e lamentano che il benessere proprio e quello della loro famiglia non migliori nonostante una crescita del 10% annuo. La crescita è stabile ma è sempre più insoddisfacente per un numero crescente di persone.

Con ripercussioni negative sulla vita quotidiana della gente normale.

Con ripercussioni, direi, sulla classe media e medio-bassa. In Cina l'economia sta diventando per  qualcuno. In altri termini si potrebbe dire "Io guadagno perché tu perdi. Io divento ricco perché rubo i soldi a te". Non è più una questione di deregolamentazione O DI REGOLAMENTAZIONE?, o di liberalizzazione del mercato. Oggi ognuno può migliorare la propria condizione personale. La storia è completamente cambiata.

Se questo modello non è sostenibile, come può la nuova generazione di politici renderlo di nuovo sostenibile?

Questo dovrebbe chiederlo a loro.

Mi piacerebbe.

Credo di avere due grandi certezze riguardo al potere coercitivo che hanno tra le loro mani. Oserei dire che i politici hanno una sorta  di "culto" riguardo alla crescita economica. Non parlano mai esplicitamente del fatto che, di fatto, per un numero crescente di persone la questione della ridistribuzione  della  ricchezza nazionale è diventata sempre più importante rispetto alla semplice crescita economica. Secondo me siamo ancora rinserrati nelle convinzioni di trent'anni fa: se l'economia fosse cresciuta, tutti sarebbero stati felici e il miglioramento economico si sarebbe tradotto in sostegno politico, o meglio in una legittimazione politica. I politici non hanno detto che, in realtà, la natura della crescita economica è già mutata e a un numero crescente di persone piace sempre meno essere "comprate" dai giochi economici.

 *di Antonio Talia, corrispondente Agi da Pechino
  Traduzione a cura di Miriam Castorina


CHI E' XI JINPING – a cura di China Files*

Il vice presidente cinese Xi Jinping, nel recente Plenum del Comitato Centrale, è stato nominato vice presidente della Commissione militare centrale del Partito comunista. Dall'ultima giornata del quinto plenum del diciassettesimo comitato centrale del Pcc è uscito il nome del probabile erede del presidente Hu Jintao a segretario generale del partito e conseguentemente a capo dello Stato. La nomina sarebbe dovuta arrivare già dodici mesi fa. Rumors indicarono funzionari legati alla potente Lega giovanile comunista come gli artefici della mancata promozione. La Lega è la base di potere dello stesso Hu e, secondo gli analisti, l'ascesa di Xi quando mancavano ancora tre anni alla fine del secondo mandato presidenziale di Hu, avrebbe potuto ridurre l'autorità del capo di Stato.
Benvenuti nell'era dei principini, ha scritto su Twitter Secretary Zhang, noto personaggio del mondo web cinese, suo malgrado simbolo del recente premio Nobel a Liu Xiaobo, uno dei tanti eventi che ha reso elettrica l'aria che ha circondato il Plenum del comitato centrale. La sua BBS (Bullettin Board System), 1984, celebre tra gli internauti per la libertà di critica anche su temi sensibili, è stata chiusa. Invitato a prendere un the da alcuni poliziotti, Secretary Zhang ha spento la sua agora on line, ma non ha smesso di dire la sua. Negativo anche il commento di Isaac Mao, altro blogger influente: «non è un segnale positivo per le riforme, Xi è in linea con l'idea del Partito unico».
Il Partito Comunista non è monolitico come spesso ci viene raccontato o vuole sembrare: al suo interno esiste una dialettica, delle correnti e battaglie non da poco, che seguono spesso traiettorie suggerite da legami, i guanxi, più che linee ideologiche. Si è arrivati così ad un Plenum in cui le forze sembravano essere divise tra il gruppo di Shanghai che fa riferimento ai fedeli dell'ex leader Jiang Zemin, il cui uomo attuale di punta era Xi Jinping, e i populisti, ovvero i seguaci della linea dell'armonia suggerita da Hu Jintao e Wen Jiabao: due filoni che sono arrivati ad un compromesso, sancito nel nome di Xi Jinping. Su quest'ultimo, 57 anni, già a capo del Partito a Shanghai e della scuola di partito, pesa anche la provenienza: è infatti uno dei taizidang, il partito dei principi, figlio di Xi Zhongxun uno dei padri fondatori della Repubblica Popolare. Noto per il suo matrimonio con la famosa cantante Peng Liyuan, in un viaggio effettuato lo scorso anno in Messico, non aveva avuto parole incoraggianti circa il rapporto con l'Occidente: «Alcuni stranieri con la pancia piena non hanno niente di meglio da fare che puntare il dito contro la Cina. La Cina non esporta rivoluzione, così come non esporta fame e povertà. Cos'altro c'è da dire?»
La sua nomina finisce per porre nuovi scenari nell'orizzonte politico cinese: «Hu potrebbe diventare un'anatra zoppa», aveva scritto sabato l'Asahi Shimbun. Un concetto ribadito da una fonte diplomatica cinese citata dal quotidiano nipponico: «Dare o meno la vice presidenza a Xi è una pedina di scambio nel passaggio d'autorità». L'ex segretario del partito a Shanghai appare come una figura di compromesso: «senza dubbio Hu aveva sicuramente altre preferenze», ha spiegato Joseph Cheng dell'Università di Hong Kong all'Associated Press, «ma forzare la mano con un cambio sarebbe stato troppo rischioso».
Xi Jinping, hanno sottolineato gli analisti, dovrà ora sbilanciarsi su quale sarà la sua politica. Al vertice della Cina c'è una divergenza di opinioni sul come garantire crescita economica, stabilità sociale, tenuta del partito.
Le prime risposte dovrebbero arrivare dal dodicesimo piano quinquennale (2011-2015) di cui si è discusso nei quattro giorni di Plenum. La parola d'ordine all'inizio del conclave rosso è stata crescita inclusiva. Tradotto, vuol dire cercare di bilanciare gli interessi della parte più ricca della popolazione cinese con quelli della parte più povera, gli interessi delle città con quelli delle campagne.
A rimarcare il ruolo del partito in Cina, del resto, è stato il partito stesso: «la leadership del Partito Comunista Cinese sarà garanzia fondamentale per raggiungere gli obiettivi di sviluppo economico e sociale fissati», si legge nel comunicato diffuso alla fine dei lavori.
 
*di Simone Pieranni e Andrea Pira
China Files un'agenzia di stampa specializzata in reportage e inchieste sulla Cina. www.china-files.com




POLITICA ESTERA


Ecco i nuovi attori della politica estera cinese in una indagine del Sipri (AgiChina24)

Esiste un modello cinese in politica estera? (di Enrico Fardella)

Verso il G20 (di Giovanni Andornino)



ECCO I NUOVI ATTORI IN UNA INDAGINE DEL SIPRI – di Antonio Talia*

"L'elemento più interessante che emerge dalla nostra indagine è che oggi, in Cina, esiste una pluralità di voci che cercano di influenzare la politica estera. In che misura i loro suggerimenti vengano poi recepiti e tradotti in azioni effettive è molto difficile da stabilire": Linda Jakobson, ricercatrice del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute), presenta così ad AgiChina24 il suo nuovo dossier. Jakobson vive in Cina da più di 15 anni, ha scritto sei libri sulla politica cinese, ed è oggi direttrice del China and Global Security Programme del SIPRI, uno dei più importanti think tank al mondo. "New Foreign Policy Actors in China" è il frutto di oltre  un anno di ricerche e interviste "off the records": grazie anche al sostegno del ministero degli Esteri finlandese, lo staff di ricercatori SIPRI è riuscito a conversare con più di una settantina di funzionari politici, accademici, giornalisti, uomini d'affari e blogger cinesi, che hanno tracciato un profilo per molti versi inedito dei processi decisionali del Dragone sullo scacchiere internazionale. "Siamo di fronte a una frammentazione nella formulazione della politica estera cinese - spiega Jakobson - e l'emergere di questi nuovi attori, insieme ai cambiamenti intervenuti all'interno dell'apparato decisionale ufficiale, significa che gli stranieri non si troveranno più a negoziare solamente con una certa agenzia governativa o con un certo organo di partito. Tutto ciò si riflette anche in diversi approcci all'internazionalizzazione: se da un lato, ad esempio, il ministero del Commercio, alcuni governi locali e alcune importanti aziende di Stato spingono per un maggiore ruolo internazionale della Cina, dall'altro istituzioni come la Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme vogliono ridurre la dipendenza della Cina dai mercati esteri e il ministero della Sicurezza di Stato teme che una sempre maggiore diffusione dei valori occidentali possa minare l'autorità del Partito Comunista".

L'apparato ufficiale

Le decisioni definitive vengono prese dall'organo più importante del Partito Comunista Cinese, la Commissione Permanente del Politburo: si presume che i 9 appartenenti al Gotha del PCC si incontrino con regolarità, ogni 7-10 giorni, per discutere le più importanti questioni di politica interna ed estera. Anche se le decisioni vengono prese all'unanimità, la maggior parte degli intervistati del SIPRI concordano nell'affermare che il ruolo giocato da Hu Jintao e Wen Jiabao sia centrale in qualsiasi decisione di politica estera. Un esempio? Sembra che nel 2006, quando la Corea del Nord riavviò il suo controverso programma nucleare, Hu Jintao scrisse di suo pugno il comunicato con la reazione ufficiale cinese, in quanto nessuno degli altri membri intendeva prendersi la responsabilità di una questione così scottante. La Commissione Permanente ha l'ultima parola anche su decisioni a carattere economico ma dalle ovvie ripercussioni politiche: quando, sempre nel 2006, la Cina si trovò a scegliere di acquistare i reattori nucleari dai francesi di Areva o dagli americani di Westinghouse, la scelta ricadde su quest'ultima per placare i malumori statunitensi sugli squilibri della bilancia commerciale tra le due nazioni; il placet di Hu, inoltre, fu ancora una volta fondamentale. Nessuno dei membri della Commissione Permanente ha un incarico specifico sulla politica internazionale, pertanto tutti gli attori di rango inferiore dell'apparato ufficiale possono provare a influenzarne le scelte, conducendo talvolta a decisioni che il direttore di un think-tank cinese di supporto al governo non esita a definire "goffe, disordinate e inefficienti".
I "Leading Small Groups" sono una delle chiavi che consentono di esercitare questa influenza: si tratta di una assemblea ristretta formata da un membro della Commissione Permanente più altri funzionari di alto livello del Politburo; "Molti dei nove della Commissione non hanno dimestichezza con le complesse questioni internazionali - dicono i ricercatori SIPRI - e devono pertanto fare affidamento sull'esperienza dei membri delle LSG". Gli esperti intervistati nel dossier concordano sul fatto che la LSG dedicata agli affari internazionali sia una delle principali fucine della politica estera del Dragone: nonostante l'appartenenza a queste camarille sia segreta - e notizie su chi ne faccia parte effettivamente filtrino sui media cinesi solo di tanto in tanto - è qui che emerge il ruolo centrale occupato dal Consigliere di Stato Dai Bingguo, presunto presidente di quest'organo, che in molti indicano come l'uomo responsabile di formare l'agenda internazionale che poi verrà passata alle altissime sfere della Commissione Permanente. Ma se finora abbiamo menzionato esclusivamente organi del Partito Comunista, non è possibile escludere l'altro apparato che forma in parallelo l'ossatura della politica cinese, creando delle sovrapposizioni continue sempre complesse da decifrare: il governo - o Consiglio di Stato - e tutte le sue articolazioni di livello più basso hanno comunque un ruolo importante nei processi decisionali. Molti osservatori, però, ritengono che negli ultimi anni l'importanza del ministero degli Esteri si sia andata  progressivamente assottigliando per due ragioni: "Il crescente ruolo internazionale della Cina ha portato alla proliferazione di altri centri decisionali della cui expertise il ministero si deve avvalere e con i quali entra in competizione - spiega Jakobson ad AgiChina24 - e inoltre, dal 1998, la base di potere del ministero degli Esteri all'interno del Partito è in continuo declino".
È noto, insomma, che il rango all'interno del Partito superi per importanza il ruolo occupato nell'amministrazione, tanto da spingere alcuni funzionari a dirsi "dispiaciuti" per il ministro degli Esteri Yang Jiechi: "Durante gli incontri con le delegazioni internazionali, Yang occupa solo la quinta o la sesta posizione nel protocollo". La prevalenza del Partito sul governo si applica anche ad un caso che riguarda l'Italia da vicino: il ministero degli Esteri viene visto come l'attore più importante per le relazioni coi paesi Ue, fatta eccezione per Francia, Germania e Inghilterra, considerate nazioni con un peso specifico troppo elevato per essere lasciate alle sole cure del ministero. Secondo il SIPRI anche il "fiasco di Copenaghen" va attribuito a questi contrasti, allorquando Wen Jiabao decise di affidare le trattative ai funzionari della Commissione Nazionale Sviluppo e Riforme, notoriamente più attenti alle questioni interne di quelli degli esteri. Altre aree di influenza degli Esteri sarebbero state rosicchiate dal ministero per il Commercio Estero (tra i più fieri sostenitori di un controllo sul tasso di cambio dello yuan), dalla Banca Centrale (che invece appoggia maggiori fluttuazioni), dal ministero della Pubblica Sicurezza (in ascesa da prima del 2008, a causa delle Olimpiadi) e, come detto prima, dalla Commissione Nazionale Sviluppo e Riforme. E l'esercito? Nessun membro dell'Esercito di Liberazione Popolare occupa un seggio nella Commissione Permanente del Politburo dal 1997, ma secondo osservatori come il professo Jin Canrong dell'Università Renmin, la sua importanza sarebbe aumentata negli ultimi anni grazie anche ai maggiori scambi internazionali e alla crescente professionalizzazione degli alti comandi; ma due importanti militari e un ricercatore intervistati dal SIPRI smentiscono questa visione:  l'esercito si considera ancora parte integrante del Partito, e la sua prima missione consiste nel vegliare sulla sua stabilità.
 
Gli attori ufficiosi

Ma secondo il SIPRI, a causa della modernizzazione del paese, gli attori in campo sono molti di più di quelli ufficiali. E non è detto che il loro intervento renda le cose meno bizantine di quanto non faccia già l'apparato: un ruolo fondamentale e in continua ascesa, ad esempio, è quello delle grandi multinazionali di Stato, in particolare quelle del settore energetico. "La politica e le grandi aziende di Stato, in Cina, mantengono un rapporto simbiotico- dice Jakobson- e in generale le prime non intervengono direttamente negli affari internazionali. Ma quando le prime avvertono che un grosso profitto è connesso a scelte di politica estera, non esitano a cercare di influenzare gli apparati ufficiali". Se, da un lato, i dirigenti dei grandi conglomerati statali sono soggetti alle decisioni dei funzionari politici per gli investimenti all'estero, dall'altro va ricordato che i vertici di aziende strategiche come CNPC (China National Petroleum Corporation) e Baosteel vengono nominati direttamente dal Dipartimento Organizzativo del Partito; gli executives delle compagnie energetiche, inoltre, vengono sistematicamente consultati dagli organi decisionali per fornire pareri tecnici e, in diversi casi, siedono contemporaneamente nel consiglio d'amministrazione dell'azienda occupando anche un ruolo politico di qualche rilevanza; tre dei CEO delle maggiori imprese di Stato, ad esempio, godono di rango ministeriale. Ma in qualche caso, gli executives scalpitano: secondo un intervistato SIPRI a lui molto vicino, nel 2009 Fu Chengyu, CEO di CNOOC (China National Offshore Oil Corporation), sottopose un investimento straniero ai funzionari attraverso le procedure consuete, ed espresse formalmente la sua irritazione per le lungaggini burocratiche del processo decisionale. L'investimento venne, con ogni probabilità, approvato, e a volte le mosse delle multinazionali cinesi hanno un profondo impatto geopolitico: è il caso, ad esempio della pipeline Cina-Asia Centrale che, a regime, fornirà al Dragone i quattro quinti del gas naturale turkmeno, cioè –secondo calcoli del 2009- la metà del fabbisogno cinese.
Si è trattato di un'invasione di quella che la Russia percepisce come la sua sfera d'influenza: quanto hanno giocato su questa mossa gli studi tecnici delle grandi compagnie energetiche? Di sicuro, il viaggio di Hu Jintao in Turkmenistan nel 2008 è stato il primo di un capo di stato cinese in quasi un decennio. Su un altro piano vengono messi gli accademici, molti dei quali ambiscono al ruolo di consiglieri del principe e le cui opinioni sembrano quantomeno sempre più ascoltate, se non determinanti: "Nel corso di un'intervista un importante professore universitario ci disse di essere stato ricevuto da Hu Jintao per sottoporgli le sue idee su una certa questione estera- racconta Jakobson- e si tratta chiaramente di qualcosa che anche 10-15 anni fa sarebbe stata inconcepibile". Il trend dei funzionari politici che si avvalgono dei pareri di accademici, anche a livello puramente personale, sembra in netta e continua ascesa a partire dal 2000. E, infine, i cittadini, che possono sempre più esprimere le loro opinioni attraverso la rete facendosi strada prudentemente attraverso le maglie della censura. Sull'argomento, Jakobson è lapidaria: "Si tratta sicuramente di una tendenza sempre più diffusa. Un funzionario di altissimo livello ha ammesso che il parere della cittadinanza via internet su questioni di politica estera, dai rapporti con gli USA al dossier Taiwan, vengono ignorati quando si presentano spaccature e polarizzazioni. Ma quando la maggioranza è schiacciante, non la si può assolutamente ignorare".
"Nonostante la differenza di prospettive, l'idea che Pechino debba difendere i suoi interessi sulla scena internazionale con maggiore vigore è ormai preminente tra tutti questi nuovi attori - conclude Jakobson - ed è solo coinvolgendo continuamente ed efficacemente la Cina nell'agenda politica internazionale che le nazioni occidentali potranno fugare nell'establishment i sospetti che l'Occidente miri solo a bloccare la crescita economica della Cina".
 
* Corrispondente Agi da Pechino



LA CINA NEL G20 – di Giovanni Andornino*

L'11 e il 12 novembre prossimi la capitale della Corea del Sud, Seoul, ospiterà  il primo summit del G20 a svolgersi al di fuori di Stati Uniti ed Europa. La presidenza di questo giovane forum – nato nel 1999 a seguito delle crisi economiche della seconda metà degli anni '90 ed elevato al rango di capi di Stato e di governo da George W. Bush per affrontare la crisi finanziaria del 2008 – è passata a Londra nel 2009, tornata in capo agli Stati Uniti pochi mesi dopo con il meeting di Pittsburgh, e si trasferisce ora ai leader di questo piccolo ma determinato gigante economico dell'Asia orientale.
È una circostanza felice e opportuna per diversi motivi. Il primo riguarda la rappresentatività del G20, da sempre un punto critico per la legittimità del summit: è salutare che l'agenda e il coordinamento dell'incontro non siano curati da funzionari di Stati Uniti e Regno Unito, i due paesi più colpiti dall'ultima crisi e, soprattutto, accusati di esserne gli artefici. Che l'onore e l'onere di guidare il G20 in un frangente delicato come l'attuale spettino a una nazione asiatica non soltanto offre una dimostrazione plastica della natura veramente inclusiva di un forum che, oltre a riunire 19 paesi più l'Unione Europea, rappresenta oltre l'85% del PIL mondiale, ma attribuisce anche la dovuta centralità a un rappresentante delle economie di nuovo sviluppo. D'altra parte, come è stato confermato ancora l'8 ottobre scorso dal Presidente della Banca Mondiale Robert Zoellick, si stima che sarà da queste economie, e dai paesi in via di sviluppo in genere, che deriverà circa il 50% dell'intera crescita mondiale nei prossimi anni.
Vi è poi una seconda ragione per cui la presidenza coreana del G20 costituisce una novità positiva per quanti credono nella capacità delle principali nazioni del mondo di cooperare in modo costruttivo nonostante il difficile contesto economico-politico, quanto mai a rischio di scatenare politiche beggar-thy-neighbour, come la recente controversia sui cambi valutari ha dimostrato. La Corea del Sud si trova a gestire in questo summit il delicato dossier relativo all'istituzione di un segretariato permanente per il G20, dopo che nel gennaio scorso si è stabilito che esso debba tenersi stabilmente una volta all'anno in autunno, a partire dall'incontro in Francia nel 2011. Non si tratta di una decisione di poco conto, dal momento che potrebbe preludere all'ampliamento del catalogo di tematiche affrontate dal summit, finora limitate agli ambiti economico e finanziario, ma che alcuni vorrebbero estendere fino a trasformare il G20 in una cabina di regia per la governance globale. In questo senso la Corea del Sud – storico alleato degli USA e nazione che ha lottato per aderire ai valori liberal-democratici occidentali, ma al contempo paese-simbolo della specifica esperienza di stato sviluppista nota come "miracolo est-asiatico" – è meno esposta alle critiche di quei paesi che, come la Cina, tradizionalmente resistono ogni tentativo di istituzionalizzare consessi internazionali suscettibili di costringere la libertà decisionale dei governi nazionali.
La Cina sarà un osservato speciale a Seoul. Da parte sua, Washington ha dimostrato di voler rinnovare il proprio ruolo di leadership creativa nell'elaborazione delle policies intorno a cui creare consenso, come dimostra il mezzo successo sul tema dei cambi valutari conseguito dai ministri delle finanze dei 20 nell'incontro tecnico di Gyeongju lo scorso 22 e 23 ottobre. La Germania – altro grande protagonista nella discussione sugli squilibri nella bilancia dei pagamenti globale – non si sottrae al confronto sul merito delle politiche proposte, argomentando e perseguendo con fermezza posizioni anche impopolari, come già avvenuto nelle fasi più concitate della crisi economica, allorché Berlino rifiutò di seguire la via dello stimolo pubblico dell'economia sulla scorta di quanto avvenuto in Cina e Stati Uniti. I dubbi riguardano ancora una volta le scelte della leadership di Pechino, che sembra distaccata e poco incline a contribuire in modo proattivo alla formazione del consenso che caratterizza la natura deliberativa – più che decisionale – del G20.
Questa non è una buona notizia. Lo stesso G20 è nato a partire dalla consapevolezza dei paesi più avanzati di condividere un interesse strategico per l'integrazione di una serie di nazioni di prima importanza nella discussione sui principali dossier che richiedono una governance di respiro globale. La Cina era chiaramente il primo obiettivo di questa azione, anche data la riluttanza di Pechino ad essere coinvolta nelle attività del G7/G8, come avvenuto con successo in precedenza con la Russia. I leader cinesi hanno declinato numerose aperture in questo senso in ossequio a una tradizionale politica che vuole la Repubblica Popolare Cinese come campione dei paesi in via di sviluppo, categoria entro cui la retorica governativa cinese continua a collocare la Cina medesima (e ciò nonostante gli appelli cinesi per il riconoscimento dello status di economia di mercato, su cui si è pronunciato di recente il Presidente Napolitano durante la sua visita a Pechino). In realtà il problema sostanziale riguarda l'aggiustamento strutturale che la leadership cinese avrebbe dovuto operare in vari ambiti della propria politica estera (e non solo) nel momento in cui avesse accettato di associarsi in modo strutturato al gruppo degli 8 Grandi, con il relativo grado di corresponsabilità nella governance globale.
Il G20 consente a Pechino di operare in un ambiente in cui le responsabilità sono diluite tra un maggior numero di attori, mentre la presenza di altri paesi emergenti ovvia al problema della coerenza tra la retorica neo-terzomondista e la condivisione del palcoscenico con i leader dei principali paesi avanzati. Il problema è che questo contesto non sembra fino ad ora incentivare la dirigenza cinese ad assumere posizioni propositive su molte delle tematiche al centro del confronto internazionale. Al contrario, Pechino appare ansiosa di sottolineare la natura unilaterale delle proprie scelte (come quella recente di consentire un ulteriore, lieve apprezzamento del renmimbi sul dollaro appena prima dell'incontro di Gyeongju), che di rado vengono presentate come prodotto del consenso raggiunto nei summit del G20.
Non è dato sapere con certezza se questo avvenga per ragioni di politica interna – onde evitare ai leader accuse di debolezza dinnanzi alle pressioni occidentali – o come parte di una deliberata politica estera volta a non favorire il rafforzamento di istituzioni internazionali capaci di limitare in certa misura l'esercizio della sovranità dei singoli paesi. Quello che è più chiaro è che il prossimo biennio, in particolare dopo la transizione della leadership a Pechino nel 2012, sarà critico per verificare non soltanto la disponibilità della Cina a giocare "secondo le regole", ma ancor più a monte, a "giocare" in senso lato la partita del rinnovamento dell'architettura della governance globale, evitando un proliferare cacofonico e idiosincratico di unilateralismi o pericolosi allineamenti di natura puramente tattica.

* Docente di Relazioni Internazionali dell'Asia Orientale presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Torino e la Facoltà di Scienze Linguistiche dell'Università Cattolica del Sacro Cuore; è Vice Presidente di T.wai, il Torino World Affairs Institute.Dal 2009 Visiting Professor presso la School of Media and Cross Cultural Communication, Zhejiang University Hangzhou (PRC), Giovanni è Fellow della Transatlantic Academy del German Marshall Fund of the United States per il 2010.Giovanni è General Editor del portale TheChinaCompanion (www.thechinacompanion.eu), specializzato in politica, relazioni internazionali ed economia politica della Cina contemporanea. Dal 2007 coordina TOChina, l'unità di lavoro sulla Cina attiva presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Torino (www.to-asia.it/china). E' editorialista di AgiChina24.



ESISTE UN MODELLO CINESE IN POLITICA ESTERA?  - di Enrico Fardella*

Si potrebbe dire che la Cina oggi rappresenti, piú che un modello, forse un prototipo non facilmente esportabile o replicabile altrove; infatti, la fisiologia di questo paese, composta da un insieme particolarmente complesso e articolato di fatti geografici, storici e culturali che insieme costituiscono un unicum realmente irripetibile, carica di identità specifiche l'esperienza cinese e ne appesantisce i tratti.
Se la Cina è un prototipo, anche la visione "cinese" del mondo appare fuori dagli schemi interpretativi normali: una visione che dovrá necessariamente essere 'innovativa' e per certi versi dunque anche 'revisionista' - o 'rivoluzionaria' a seconda delle prospettive dalle quali la si osserva.
Infatti, se la Cina fin dal 1949 è stata sempre nel mondo, solo recentemente è diventata parte determinante di esso. Quando questo processo ebbe inizio - alla fine degli anni '70 – la Cina si trovó di fronte ad un sistema strutturato da idee, valori, regole e codici di comportamento di tipo occidentale. Una struttura solida che, se da un lato sembrava prefigurare per la Cina la possibilità di uscire dall'isolamento internazionale, dall'altro minacciava di spingerla in un angolo oscuro, quello dell'integrazione dipendente. Se il sistema era plasmato dall'Occidente, infatti, l'integrazione implicava un certo grado di 'internalizzazione' del sistema stesso, un compromesso necessario per la serena cooptazione di un paese comunista nell'opulenta 'famiglia delle nazioni'. L'internalizzazione del rapporto con l'Occidente, implicita nella riforma economica denghista, era tuttavia accettabile per Pechino fintanto che essa coincideva con il rafforzamento della stabilità e del benessere del paese e, di conseguenza, con la progressiva crescita del suo leverage in ambito internazionale. Ma veniva contrastata se rischiava di minacciare la stabilità interna, di scalfire cioé la supremazia del Partito: il cittadino cinese poteva pur essere produttore e consumatore ma non portatore di diritti politici individuali come in Occidente, poiché ció rischiava di indebolire e condizionare il progetto della leadership e il suo ruolo guida.
Se la Cina voleva essere parte del sistema internazionale, il suo profilo storico-politico richiedeva dunque che essa divenisse anche parte della matrice alla base del sistema stesso. L'identitá contemporanea della Cina è stata fortemente influenzata dalla lotta contro l'imperialismo e dalla 'liberazione' contro le interferenze straniere. Negli anni '60 la Cina aveva cercato di vincere questa lotta attraverso l'isolamento e l'antagonismo radicale; ció tuttavia aveva posto il paese ancora una volta di fronte al rischio della disintegrazione, marginalizzazione e invasione straniera. La Cina decise dunque di muoversi verso l'integrazione e riuscí a sfruttare questa opportunità trasformandosi progressivamente nel centro dell'economia globale.
Sebbene la Cina sia oggi di fatto posizionata al "centro" del sistema globale,  non ne è ancora parte a tutti gli effetti. Per poter garantire la propria indipendenza – e riacquisire l'identità perduta – la Cina oggi vuole essere pienamente parte del 'centro'. Farne pienamente parte significa avere la possibilità di influire sulla struttura del sistema stesso, significa influenzarne i valori, la cultura, le regole e i suoi codici di condotta. Significa flettere i limiti che hanno impedito fino ad oggi ad essa di essere parte attiva del "centro", limiti che però rischiano se imposti in modo forzoso, di trasformare una transizione pacifica in una pericolosa esplosione.
Se si vuol dunque parlare di un modello o 'prototipo' cinese si dovrebbe forse parlare di un modello di resistenza e revisione pacifica. Resistenza ad un sistema che non prevede il protagonismo cinese e revisione dello stesso per far si che la preveda. Il tutto attraverso l'utilizzo degli strumenti meno coercitivi del potere, quali la diplomazia e il leverage economico. E questo non solo per evitare conflitti che possano ritorcersi contro la stabilità del paese e il suo percorso di crescita economica ma anche per rafforzare il suo soft power e presentarsi sempre piú agli occhi del resto del mondo come una forza responsabile, razionale e pacifica. Piú la Cina verrá percepita come forza responsabile, maggiori saranno le sue possibilità di partecipare al sistema e influenzarne dall'interno il suo funzionamento. (Si pensi ai rapporti che essa coltiva con i paesi 'antagonisti',  quali l'Iran e la Corea del Nord ad esempio. Da un lato Pechino cerca di espandere il proprio ruolo in queste aree cruciali sfruttando il vuoto lasciato dagli Stati Uniti, ma al contempo usa il leverage accumulato nei confronti di questi paesi come moneta di scambio per accrescere il suo ruolo internazionale e il suo prestigio come forza responsabile.)
Ciononostante è difficile identificare una visione coerente nella strategia globale cinese. Il successo della strategia cinese, la ricerca del prestigio all'esterno e l'immagine responsabile del paese rischiano spesso di infrangersi contro l'esigenza della stabilità interna. Un paese nel quale è tuttora la forza la protagonista del mantenimento di un ordine turbato da problemi ancora per certi versi 'risorgimentali' – intesi in termini di unificazione nazionale incompleta (si pensi a Taiwan, Tibet, Xinjiang, ma anche alle spinte dei localismi e regionalismi vari) e legittimità della leadership. La supremazia del Partito, codificata nel preambolo della Costituzione, aggiunge un ulteriore elemento alle esigenze classiche della sicurezza di un paese. Ció influenza notevolmente il modo in cui questa Cina guarda all'esterno e plasma la sua strategia. La supremazia del Partito – ritenuta dalla leadership la chiave di volta della sicurezza del paese – diventa dunque l'elemento centrale nella strategia cinese sia all'interno che all'esterno del paese. Maggiore sará la forza del Partito piú coerente potrá essere la strategia e la visione del mondo che la Cina potrá esprimere.
Negli ultimi trent'anni tutte le maggiori potenze regionali, inclusi gli Stati Uniti, hanno sempre guadagnato dalla stabilità in Cina. Stabilitá e apertura: una combinazione virtuosa che è stata garantita fino ad oggi proprio dal ruolo guida del Partito. Il successo della peaceful rise cinese, accompagnato e favorito da questa convergenza di interessi ha tuttavia raggiunto oggi un punto particolarmente delicato. La crisi economica sembra aver ulteriormente rafforzato le posizioni di Pechino: Pechino non parla piú da una posizione subordinata ma da quel 'centro' che oggi sente di occupare a pieno titolo.
La Cina è dunque oggi realmente al "centro del mondo", ma il 'mondo' non sembra ancora disposto a lasciarle lo spazio da essa richiesto e le recenti tensioni con gli Stati Uniti e il Giappone, ne sono una dimostrazione. Se la stabilità - fondata sul ruolo guida del Partito - e l'apertura non saranno dunque piú sufficienti come garanzie del rapporto pacifico tra Cina e Occidente allora la strategia di entrambi potrebbe mutare, e non in meglio.

 *Research Fellow, S&T Fellowship Program China, UE, Peking University


SOCIETA'


Nobel a Liu Xiaobo

Intervista a Yu Hua (Emma Lupano e Silvia Pozzi per AgiChina24)



INTERVISTA A YU HUA SUL NOBEL A LIU XIAOBO – di Emma Lupano* e Silvia Pozzi*

«Non credo che questo Nobel cambierà la vita dei cinesi». Yu Hua, scrittore impegnato, autore tra gli altri di Brothers e Arricchirsi è glorioso (Feltrinelli), commenta così, a caldo, l'assegnazione del Nobel per la pace al dissidente cinese Liu Xiaobo. L'8 ottobre 2010, giorno dell'assegnazione del premio, Yu Hua ha ricevuto la notizia dalla sua traduttrice italiana, Silvia Pozzi. «Sono in viaggio nel sud della Cina, scopro ora dalla tua e-mail che Liu Xiaobo ha vinto il Nobel – è sua la prima reazione –. Ho appena finito di navigare nella rete e non ho trovato alcun accenno alla notizia, evidentemente il governo ne ha proibito la divulgazione», ha aggiunto l'autore, che vive a Pechino. Secondo i "cinguettii" apparsi su Twitter nelle ore successive all'assegnazione, il Dipartimento centrale di propaganda del Partito comunista cinese ha infatti ordinato immediatamente ai media di non trattare il tema, proibendo persino il classico e "sicuro" copia e incolla del dispaccio dell'agenzia di stampa governativa Xinhua.
 
Pozzi, evitando accuratamente di citare il nome del neo Nobel nel testo e nel titolo del suo messaggio di posta elettronica, ha confezionato la sua e-mail come se si trattasse di un semplice invio di "materiale tradotto". Una precauzione necessaria, per evitare che il suo testo fosse fermato da server allertati a intercettare e bloccare ogni messaggio che citasse Liu Xiaobo. Yu Hua ha risposto subito alle domande della traduttrice, accettando di correre il rischio di "stimolare" le antenne della censura.
 
Yu Hua, che effetto avrà sui cinesi questo riconoscimento?
La stragrande maggioranza della gente ignora l'esistenza di questo dissidente rinchiuso in una prigione. Ciò dipende dalla censura operata in Internet e dai mezzi d'informazione riguardo qualsiasi notizia legata a Liu Xiaobo. Per questo motivo non credo che questo Nobel cambierà la loro vita.
 
Crede che la notizia circolerà in Cina, in un modo o nell'altro?
Al momento, in Cina non c'è alcuna reazione al Nobel di Liu Xiaobo, qui sono ormai le 23.30 [dell'8 ottobre, ndr] e nessuno mi ha telefonato. Mi sa proprio che nessuno dei miei amici immagina che cosa sia accaduto oggi. In ogni caso, non è possibile operare un controllo totale della rete e credo che la notizia si diffonderà per gradi, e lentamente verranno a saperlo sempre più persone.
 
Cosa pensa lei del Nobel a Liu Xiaobo?
Mi auguro che questo riconoscimento porti quanto prima al rilascio di Liu Xiaobo. Non posso accettare che un uomo sia detenuto per divergenze politiche in un Paese come la Cina che si sta aprendo sempre di più. Tuttavia, non credo che la notizia cambierà l'atteggiamento del governo nei confronti degli intellettuali, intendo dire che la loro situazione non subirà dei peggioramenti, né registrerà dei miglioramenti. Soprattutto perché, nel mio Paese, l'influenza degli intellettuali è davvero limitata.
 
Con questo riconoscimento, l'Occidente torna a reclamare il rispetto dei diritti umani in Cina. Cosa pensa di questa posizione?
A mio avviso la critica dei media occidentali sulla situazione dei diritti umani in Cina è sempre condotta in un'ottica politica. Da scrittore che da sempre vive nella Repubblica Popolare di Cina, io sono più attento alla condizione in cui versano i poveri del mio paese, gente che ha perso moltissimo. Ma chi si occupa dei loro diritti? In altre parole, la mia visione dei diritti umani in Cina parte da un'ottica sociale, più che politica.
 
L'altra grande aspettativa di Europa e Usa è che la Cina diventi un Paese democratico. Si tratta di una speranza realistica?
Nella Cina di oggi, accade sempre più di frequente che il potere prenda il posto della legge, pertanto la questione fondamentale è quando la Cina riuscirà davvero a diventare uno stato di diritto e non uno stato autoritario. Mai come ora il processo di democratizzazione diventa importante ed essenziale.
 
Sarà una democratizzazione "con caratteristiche cinesi"?
È irrealistico pretendere che la Cina diventi tutto d'un colpo una democrazia sul modello di quelle occidentali: il nostro passato è completamente diverso dal passato dell'Occidente, di conseguenza anche il nostro oggi non può che essere diverso dal vostro.
 
*Emma Lupano, giornalista professionista e dottoranda di ricerca sui media cinesi, cura per AgiChina24 una rassegna stampa bisettimanale volta a cogliere pareri autorevoli di opinionisti cinesi in merito a temi che si ritengono di particolare interesse per i nostri lettori.
*Silvia Pozzi, traduttrice di Brothers (2008) e Arricchirsi è glorioso (2009)

 

ITALIA-CINA


La trama fine del rapporto con la Cina (Paolo Borzatta per AgiChina24)



LA TRAMA FINE DEL RAPPORTO CON LA CINA – di Paolo Borzatta*

Un peschereggio cinese si fa trovare nelle acque territoriali delle Isole Diaoyu (in cinese) o Senkaku (in giapponese) che il Giappone amministra e che considera sue, ma sono rivendicate dalla Cina. La Marina giapponese sequestra barca ed equipaggio e mette il comandante in prigione. Questo incidente scatena una reazione violenta del governo cinese e manifestazioni di popolo. Addirittura vengono bloccate le consegne al Giappone di terre rare, materie prime vitali per molti settori ad alta tecnologia che la Cina produce in quantità quasi monopolistiche. Il governo giapponese è costretto a cedere e a liberare il comandante. Questo genera reazioni in Giappone che si sente umiliato e questo a sua volta scatena reazioni in Cina, ecc. Ancora nei giorni scorsi, a settimane dall'incidente, ci sono state manifestazioni nei due paesi, perfino violente in Cina.
Questo fatto credo sia denso di segnali sul futuro della Cina e dei suoi rapporti con l'occidente, bisogna però inquadrarlo nel contesto di molti altri eventi importanti accaduti tutti nelle scorse settimane e decrittandoli al di là del loro "valore facciale".
Il Comitato Centrale del Partito Comunista nomina Xi Jinping Vice Presidente della Commissione Centrale Militare, segnale di luce verde – salvo incidenti di percorso - per la nomina a successore di Hu Jintao al termine del mandato presidenziale (2012). Nel comunicato finale del Comitato è stato messo l'accento sullo sviluppo economico attraverso lo sviluppo del mercato interno, ma anche la riforma politica è stata menzionata come necessaria. Decrittazione: probabilmente si va per la seconda volta verso una transizione morbida di leadership e i riformisti hanno convinto che occorre muoversi, almeno lentamente, sulla strada della riforma politica. La battaglia tra conservatori e riformisti si svilupperà quindi probabilmente sul tipo di riforma politica da fare e con quale velocità più che sul fatto di farla o meno.
Viene annunciato il lancio di un nuovo treno cinese ad altissima velocità (> 500 km/h). Decrittazione: la Cina è oramai all'avanguardia della tecnologia ferroviaria dell'alta velocità oltre ad essere già il paese con la più lunga rete ferroviaria di alta velocità (>7000 km).
L'Università di Pechino annuncia di avere avuto l'incarico dal Governo Centrale per mettere a punto i test psicologici per sottoporre a valutazione tutta la leadership cinese (decine di migliaia di funzionari) perché gli anni futuri saranno di grande cambiamento e il Governo vuole essere sicuro di avere le persone giuste al posto giusto. Decrittazione: rafforzamento del potere centrale per poter guidare il paese nella prossima fase di sviluppo (checché questo voglia dire).
La Banca Centrale incrementa a sorpresa (18 ottobre) il tasso base di 0,25 punti per raffreddare la bolla speculativa dell'edilizia. Decrittazione: la Cina non vuole fare la fine del Giappone alla fine degli anni ottanta.
Vediamo in controluce queste mosse della Cina con quelle dell'Occidente nei suoi confronti.
Il principale settimanale (anglosassone) economico The Economist scommette che a vincere la gara sarà l'India e non la Cina. Motivazioni addotte: l'India è più giovane e ha già la democrazia, avrà una strada in discesa. Commento: l'India si sta muovendo, sta anche accelerando, ma per ora i lacci e lacciuoli di una democrazia professata da una moltitudine di poveri con poca scolarità (quindi proni alle manipolazioni pre-elettorali) sembrano rallentare di molto lo sviluppo. Inoltre la Cina comincia a dare segnali di allentamento della politica del figlio unico e quindi potrebbe non invecchiare così rapidamente come profetizziamo.
 Viene dato il premio Nobel per la pace al dissidente Liu Xiaobao. Commento: ottima e giusta affermazione di principio, impatto interno in Cina, molto basso.
 Obama pospone l'uscita del rapporto dell'Amministrazione sulla "manipolazione della valuta" da parte della Cina. Loda invece il lento apprezzamento del renminbi da luglio e annuncia però un'indagine sulle pratiche commerciali cinesi. Commento: Obama sembra avere capito che con la Cina la negoziazione morbida e non confrontazionale paga di più che le prese di posizioni frontali.
 Piazza Italia, il megaprogetto del "Sistema Italia" per la distribuzione del cibo italiano in Cina, è definitivamente fallito e il responsabile italiano non potrà lasciare la Cina finché tutti i debiti non saranno stati pagati. Il progetto era una iniziativa pubblico-privato di rilevanti ambizioni. Come molti altri tentativi commerciali collettivi è fallito per una chiara mancanza di approfondimento delle caratteristiche vere del mercato locale e di una conseguente intelligente strategia. Ambizione, approssimazione, superficialità, mancanza di professionalità hanno sempre contraddistinto l'operare del cosiddetto "Sistema Italia" in Cina (ma anche in altri paesi esteri).
 Francesco Sisci ricordava, alcuni giorni fa su La Stampa, che la prima centrale nucleare cinese fu data e costruita dall'Italia (merito di Vittorino Colombo) e che il Governo Italiano (merito – se ben ricordo – di Gianni de Michelis), prima di altri, aveva capito l'importanza dell'operazione Pudong promettendo importanti fondi per il suo raddoppio. Poi il Governo successivo cancellò questo impegno. L'Italia che con la Montedison era – anche negli anni più chiusi del regime maoista – uno dei pochi partner commerciali della Cina, ha sempre avuto una particolare capacità di intuire l'importanza di questo straordinario Paese (Matteo Ricci docet), poi il "Sistema Italia" è stato sempre incapace, per pura incompetenza, di tramutare le intuizioni negli straordinari risultati che avrebbero potuto essere.
Quali lezioni possiamo trarre da questo collage di informazioni?
La Cina ha chiara la sua strategia. Non intende "mollare" nessuno dei suoi capisaldi (integrità territoriale, passaggio molto progressivo e morbido alla democrazia, accento forte sullo sviluppo). Intende usare tutti i mezzi a sua disposizione per affermare la propria strategia. Nello stesso tempo mostra capacità di azione e innovazione forte sul piano industriale e scientifico, ma anche politico: intende rafforzare con metodi suoi l'efficacia della sua capacità di governo. Ha una strategia geo-politica molto raffinata e sulla quale investe massicce dosi di energie di governo (si vedano il numero di viaggi in Africa del Presidente e del Primo Ministro nell'arco degli ultimi 5 anni!). In occidente tendiamo ancora a sperare che la Cina "perda" la gara: una volta speravamo che la perdesse con "noi", oramai speriamo che la perda con l'India, essendo chiaro che "noi" l'abbiamo quasi persa.
Il Presidente Obama sembra aver capito che occorre muoversi in modo diverso. L'Europa – in quanto tale – sostanzialmente tace.
In questo contesto l'Italia non ha ancora capito la lezione di Sun Tzu, il generale cinese che scrisse "L'arte della guerra" più di 500 anni prima di Cristo. Sun Tzu dedicò più capitoli del suo libro all'importanza della minuziosa conoscenza del terreno e all'importanza assoluta della preparazione, della professionalità e della serietà: fino al punto di far giustiziare una concubina del re perché non aveva preso seriamente l'addestramento militare a cui aveva voluto partecipare!
Un metodo oggi non accettabile. Uhm, ma forse…


*Senior Partner di The European House-Ambrosetti. Editorialista di AgiChina24.