PIU' DI 29MILA CINESI EVACUATI DALLA LIBIA

PIU' DI 29MILA CINESI EVACUATI DALLA LIBIA

Pechino, 28 feb. – Sono 29mila i cinesi evacuati via mare, aria e terra nelle ultime ore dalla Libia in fiamme. Giunge quasi al termine l'operazione di salvataggio per condurre quello che è stato definito il più grande esodo della storia cinese. Di questi 29mila lavoratori, 2.500 hanno già fatto ritorno a casa, 23mila sono stati distribuiti tra Grecia, Malta, Tunisia, Sudan ed Emirati Arabi  in attesa dei voli che li riporteranno in Cina, e altri 3.400 si sono imbarcati a bordo di navi, scortati dalla fregata lanciamissili cinese Xuzhou al largo delle acque libiche.

 

"Il governo cinese ha dimostrato di saper rispondere rapidamente all'emergenza" ha commentato il quotidiano on-line Global Times, mentre la Cina si prepara a un'ulteriore accelerazione degli interventi, inviando 15 aerei al giorno per le prossime due settimane per completare le operazioni di evacuazione dei cinesi rimasti in Libia.

 

Il rimpatrio ha avuto inizio in seguito agli attacchi da parte di bande armate ad alcune compagnie cinesi in Libia come China National Petroleum Corporation (CNPC), colosso petrolifero cinese. Oltre a questo settore, anche quello ferroviario e delle telecomunicazioni contano un gran numero di presenze cinesi. In seguito agli episodi di violenza, gli interessi commerciali che per decenni hanno legato la Cina a Gheddafi stanno ponendo il Dragone, tradizionalmente sostenitore di una politica di non-ingerenza, di fronte a un nuovo dilemma in politica estera.

 

Già in passato era stato proprio il governo libico ad aver criticato l'invasione cinese nel continente africano, con il Ministro degli Esteri Musa Kusa che non si era risparmiato dal dichiarare che "gli effetti di questo fenomeno saranno molto simili a quelli sortiti dal colonialismo". E non può essere considerato felice neppure il recente riferimento alle proteste di Tian'anmen del 1989 - uno dei temi più sensibili della storia cinese e ancora oggi oggetto di censura - da parte di Muammar Gheddafi a giustificazione dell'uso delle forze armate per reprimere l'insurrezione.

 

Sebbene Pechino si sia sempre astenuta dal prendere una posizione su questioni interne, adesso i diplomatici cinesi temono che le violenze subite dai lavoratori cinesi nel Paese libico possano infervorare la popolazione cinese, dando vita a proteste nazionalistiche che costringerebbero il governo ad assumere posizioni meno estranee alla vicenda e a dimostrare un maggior coinvolgimento nella situazione nordafricana.

 

Nel frattempo si fa sempre più reale l'eventualità di una vera e propria corsa all'oro nero da parte della Cina, dopo che lo sgombero del personale cinese ha dimezzato il volume produttivo di petrolio libico facendo schizzare i prezzi del greggio a 110 dollari al barile, il livello più alto dal 2008.

 

di Anna Rita De Gaetano e Sonia Montrella

 

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