Più consumi negli emergenti

Riccardo Sorrentino
Sembravano sull'orlo dell'abisso. Ora sono i primi a riprendersi e a correre, con una particolarità: stanno anche cambiando modello di sviluppo. Molti paesi emergenti sono già usciti della crisi al traino non più delle esportazioni, come nel passato, ma della domanda interna.
Il fenomeno è particolarmente evidente in Asia. In Cina soprattutto, dove le vendite al dettaglio stanno salendo a un ritmo del 16% annuo e gli investimenti privati a una velocità del 40% annuo. I consumatori stanno riprendendo a spendere anche in Indonesia e in Corea del Sud, mentre a Hong Kong e a Taiwan la contrazione dei consumi è ora meno negativa. In India, infine, le famiglie iniziano ad acquistare automobili, segno evidente di una ritrovata capacità di spesa. Tutto questo lascia pensare che presto anche le esportazioni di ciascun paese verso i partner asiatici - da sempre sottovalutate, ma molto forti - sono destinate ad aumentare.
Forse non tutti riusciranno davvero a liberarsi della dipendenza dal commercio internazionale. «Cina e India - spiega il team di Frederic Neumann della Hsbc - stanno entrambe sostenendo i mercati interni e così diventano relativamente resistenti alle turbolenze mondiali». Molto diversa, aggiungono però gli analisti della banca asiatica, è invece la situazione di Taiwan, Filippine, e Corea, dove continuerà a pesare l'andamento delle esportazioni.
Il fenomeno però non è solo asiatico. Non è difficile incrociare situazioni simili e quelle di Cina e India in Messico, Brasile e Russia. Il quadro che emerge, allora, è quello di un grande cambiamento in corso dei modelli di sviluppo. Cosa sia successo è semplice: i paesi emergenti non hanno dovuto affrontare problemi finanziari o creditizi e hanno orientato la loro politica monetaria al sostegno di consumi e investimenti. «Grazie ai loro solidi fondamentali - spiega Markus Jaeger di Deutsche Bank - i maggiori paesi emergenti sono stati, o saranno, in grado di dar vita a una ripresa più o meno rapida spingendo la domanda domestica». In molte di queste economie, questo stimolo fiscale e monetario - che è transitorio - ha accelerato un processo già in corso, e proprio questo particolare permette di parlare di una piccola, e benvenuta, rivoluzione.
Sarebbe un errore però pensare che la domanda interna possa sostituirsi del tutto al traino delle esportazioni. «Nessuno dei maggiori paesi emergenti potrà compensare del tutto quello che sembra essere un declino permanente della crescita della domanda esterna. Anche se le condizioni finanziarie globali tornassero ai livelli pre-crisi (e questo è un grande "se"), la crescita di queste economie resterà più lenta rispetto al passato», aggiunge Jaeger. A maggior ragione, sarebbe sbagliato sperare, come qualcuno ha fatto nei mesi scorsi, che l'Asia si trasformi in una locomotiva dell'economia globale.
Il risultato finale sarà comunque positivo: un maggior equilibrio tra le fonti di crescita nelle economie emergenti, e la fine - o quasi - di un modello di sviluppo trainato dalle esportazioni che ha creato qualche difficoltà in passato. Non solo in Asia e in America latina. Nascosti dall'euro, i rapporti tra la Germania esportatrice, e la Spagna importatrice, hanno riproposto in piccolo quel grande squilibrio tra Cina e Usa, il grande consumatore globale, che ora sembra lentamente ridursi. Forse, per il dopo-crisi, dobbiamo aspettarci grandi cambiamenti anche in Eurolandia.
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04/08/2009