Per Cina e India il futuro è il torio

Ci vorrà del tempo, quindici, venti anni o forse più. Ma sia la Cina che l'India hanno già lanciato il loro dado nucleare: la futura costruzione di reattori di quarta generazione a base di torio, il novantesimo elemento della Tavola periodica, a lungo sbandierato da Carlo Rubbia come l'uovo di Colombo dell'energia (senza che nessuno lo ascoltasse). Per l'esattezza, come annunciato dall'Accademia delle scienze lo scorso gennaio, la Cina si prepara a sviluppare reattori a sali fusi (o Msr, molten salt reactor) sostenuti dal torio.
Su questo pianeta, il torio è quattro o cinque volte più abbondante dell'uranio. Si ricava da numerosi minerali, come la monazite, ed è distribuito con una certa uniformità nel mondo, con i maggiori giacimenti in India, Australia, Stati Uniti e Norvegia. È radioattivo e ha numerose forme isotopiche, ma si trova in natura come torio-232. Il guaio è che non è fissile e quindi, per "accendere" un reattore Msr è necessario bombardare di neutroni il torio-232 in modo da trasformarlo in uranio-233. Ma gli inconvenienti, dicono i suoi sostenitori (come la Thorium Energy Alliance, con sede nell'Illinois), finiscono praticamente qui.
Ayhan Dermibas, un esperto nucleare turco, sintetizza i suoi vantaggi: il torio non ha bisogno di essere arricchito come l'uranio; produce fino a 10mila volte meno scorie; è praticamente impossibile estrarre materiale bellico da un reattore Msr; è impossibile che arrivi a una fase di meltdown, anche solo parziale come quella che affligge la centrale di Fukushima in Giappone. «Se comincia a surriscaldarsi – ha detto l'ingegnere nucleare Kirk Sorensen, al Daily Telegraph di Londra – i sali fusi penetrano nel contenitore. Non c'è bisogno di computer o di quelle pompe elettriche che sono state compromesse dallo tsunami. Il reattore si protegge da solo».
In realtà, l'Msr non è un'invenzione cinese, o indiana. Il primo reattore a torio è stato sperimentato all'Oak Ridge National Lab nel Tennessee, fra il 1964 e il 1969. Il premio Nobel Rubbia, ai tempi in cui era al Cern, aveva studiato come migliorare il processo, argomentando che «una tonnellata di torio può produrre l'energia di 3,5 milioni di tonnellate di carbone». Ma poi non è successo nulla.
O meglio, l'anno scorso la società norvegese Aker Solutions ha rilevato i brevetti di Rubbia e – insieme a lui – ha sviluppato il disegno di un nuovo tipo di reattore (che si chiama Adtr, accelerated driven thorium reactor) da 600 Mw, relativamente piccolo. Non è ufficiale. Ma gira voce che la Aker Solutions stia già trattando con le autorità nucleari cinesi.
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21/04/2011