Pechino: tutelare gli investitori

NEW YORK
La Cina è preoccupata dei livelli del debito americano e ha deciso di far sentire la sua voce il giorno dopo la minaccia a sorpresa di downgrade fatta da Standard&Poor's al Governo Usa. «Speriamo che il Governo americano adotti politiche responsabili per salvaguardare gli interessi degli investitori» ha detto ieri il ministero degli Esteri di Pechino, maggior creditore del Tesoro Usa con più di 1.100 miliardi di dollari di titoli Usa in portafoglio.
Le velate minacce della Cina non hanno tuttavia preoccupato almeno per il momento Washington, che ha assistito a una seconda giornata consecutiva di aumenti, non di diminuzione, della domanda e dei prezzi dei Treasury. Alla luce dei problemi finanziari in Europa e in Giappone, infatti, oggi non c'è alternativa credibile ai titoli Usa. E ieri sia il Giappone che l'India hanno confermato la loro fiducia nei bond emessi dal governo americano nonostante la minaccia di declassamento di S&P's.
Il presidente Obama e il ministro del Tesoro Tim Geithner intanto hanno passato la giornata a rassicurare la nazione e il mondo intero sulle ottime probabilità di raggiungere un accordo sulla riduzione dei deficit americani prima del 2013, anno in cui scatterebbe il downgrade. «La questione non è più se abbassare i deficit, ma come - ha detto Obama - l'inazione potrebbe causare gravi danni all'economia».
I rischi che l'accordo non venga raggiunto restano lo stesso elevatissimi proprio per la «profonda divisione ideologica» tra i due partiti menzionata sempre ieri dal presidente. Democratici e repubblicani non sono d'accordo nemmeno su cosa ha causato la lievitazione incontrollabile dei deficit negli ultimi 10 anni, ha notato proprio ieri il Wall Street Journal. Per i democratici sono state le due guerre (Iraq e Afghanistan) e i tagli alle aliquote fiscali voluti dal presidente George Bush a creare un buco di bilancio ingigantito successivamente dalla crisi finanziaria. Per i repubblicani sono i livelli eccessivi di spesa pubblica simboleggiati dal pacchetto di stimoli anticrisi varato nel 2008 senza effetti significativi sul livello di crescita e di occupazione.
Ecco quindi che la proposta Obama di tagliare 4.000 miliardi nei prossimi 12 anni verte su un aumento delle tasse e su alcuni tagli alla spesa, mentre quella di analogo importo fatta dal deputato repubblicano Paul Ryan verte su tagli più incisivi alla spesa e sulla privatizzazione della mutua per anziani Medicare. Nessuna delle due proposte include tuttavia le riforme strutturali alla spesa militare, alle pensioni, alla previdenza sanitaria e alla tassazione considerate inevitabili dalla cosiddetta "gang of six", il gruppo bipartitico di sei senatori incaricati di formulare proposte di riforma fiscale, per abbassare in modo duraturo i deficit futuri.
La riforma della tassazione farebbe salire il gettito e l'equità fiscale senza aumenti delle aliquote eliminando detrazioni per le imprese e la detrazione degli interessi sui mutui per i cittadini: il mondo aziendale, quello immobiliare e una grossa fetta della popolazione sono contrari. La riforma delle pensioni (definite da molti una sorta di schema alla Ponzi) implicherebbe l'innalzamento dell'età pensionabile e tasse sulle pensioni dei più agiati: contrari sia molti democratici che molti repubblicani. Sulla riduzione dei servizi mutualistici favorevoli i repubblicani e contrari i democratici. Il calo della spesa militare infine comporta un acceso e sofferto dibattito sulla sicurezza nazionale e sugli equilibri geopolitici mondiali. Insomma, le difficoltà nel raggiungere un compromesso sono indiscutibilmente elevate, specie a un anno e mezzo dalle elezioni presidenziali del novembre 2012. Ma il semplice fatto che se ne parli è, a detta del presidente, di per sé un grosso passo avanti.
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20/04/2011