Pechino sempre più protagonista

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
Scambi di valuta con Indonesia, Malaysia, Corea del Sud, Hong Kong, Bielorussia e Argentina. Impegni a sostenere lo sviluppo dell'America Latina. Accordi di cooperazione nell'energia nucleare con il Sudafrica. Finanziamenti alla Russia per la costruzione di un maxi-oleodotto. Mentre la grande crisi continua a mordere le economie del mondo intero, l'attivismo della Cina sul palcoscenico globale è sempre più frenetico.
La Cina che si presenta oggi al Vertice del G-20 non è la stessa che, solo cinque mesi fa, partecipò al summit di Washington. È una Cina più forte. Soprattutto sul piano politico. Il gran numero di accordi economici e di intese di cooperazione siglato negli ultimi tempi da Pechino in giro per il pianeta, infatti, ha aumentato notevolmente il peso specifico della superpotenza asiatica nell'agone politico internazionale.
In questi mesi di caos e d'incertezza, sebbene si sia trovata in grosse difficoltà sul fronte interno, la Cina non ha dimenticato il fronte esterno. Mai, neppure per un attimo. La nomenklatura ha continuato a fare la spola con l'Emisfero Sud, l'area del pianeta sulla quale il Dragone ha fatto da tempo la sua grande scommessa politica (qualche giorno fa il Governatore della People's Bank of China, Zhou Xiaochuan, era a Medellin). Nello stesso tempo, Pechino ha continuato a tenere le porte aperte a tutti i leader dei Paesi emergenti in trasferta oltre la Grande Muraglia per battere cassa (l'ultimo, la settimana scorsa, è stato il presidente uruguayano, Tabaré Vàzquez).
«Faremo la nostra parte e garantiremo il sostegno a tutti i Paesi con i quali abbiamo assunto degli impegni di cooperazione» aveva promesso il premier, Wen Jiabao, qualche mese orsono quando scoppiò la crisi dei mutui subprime. E così è stato. La potenza finanziaria del Dragone (2mila miliardi di riserve valutarie, e un debito pubblico tra i più bassi del pianeta) e le sue solide argomentazioni (concreti vantaggi immediati per le controparti) hanno reso l'offensiva diplomatica cinese più incisiva. Il temporaneo vuoto geopolitico lasciato dalle altre superpotenze, impegnate anima e corpo nel contrastare la crisi finanziaria, ha fatto il resto.
Gli accordi di swap annunciati nelle ultime settimane sono il risultato più concreto di questa offensiva su larga scala. Benché siano inefficaci sotto il profilo tecnico (lo yuan è una moneta inconvertibile), i 100 miliardi di dollari di currency swap messi sul tavolo da Pechino rappresentano un'importante apertura di credito verso le nazioni beneficiarie. Dovete importare merce dall'estero, ma avete paura dell'instabilità del mercato dei cambi? Comprate il made in China usando i nostri yuan, e non correrete alcun rischio valutario, ha suggerito il Dragone ai suoi partner commerciali, che di questi tempi navigano in acque perigliose.
Se oggi la Cina può permettersi di fare la voce grossa e di reclamare una nuova valuta di regolamento per gli scambi internazionali che sostituisca il dollaro è proprio per il consenso politico che si è conquistata negli ultimi mesi in giro per il mondo. Non è un caso che, alla vigilia del G-20, da svariate capitali siano arrivati entusiasti attestati di sostegno alla proposta cinese. Basta con il dollaro, evviva la nuova moneta sovranazionale che stabilizzerà i commerci e gli investimenti globali, è il messaggio inviato a Londra da Giacarta, Buenos Aires, Manila, Kuala Lumpur, Caracas.
Ovviamente, non se ne farà nulla. Almeno per ora. Ma il fatto che su una proposta tanto rivoluzionaria e dirompente una larga fetta del mondo emergente si sia schierata con Pechino la dice lunga sullo straordinario potere d'influenza raggiunto oggi dalla Cina. Una Cina che, sapendo di muovere da una posizione di forza, in vista del summit londinese ha sparato alto per centrare un obiettivo più basso: ottenere un maggiore peso decisionale in seno agli organismi internazionali (a partire dall'Fmi) che s'avviano a essere riformati. Probabilmente, il Vecchio Mondo sarà costretto a piegarsi alle richieste cinesi. Sarà il primo passo di uno spostamento epocale degli equilibri di potere globali: quando la grande crisi economica finirà, Pechino avrà un ruolo più importante.
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02/04/2009