Pechino scarica i bond di Tokyo

Per una preoccupazione giapponese che cade, se ne rilancia un'altra nei confronti della Cina. Da un lato, Pechino non intende diversificare il suo portafoglio accumulando titoli di Tokyo e aggravando la tendenza al rialzo dello yen: in agosto ha ceduto quasi tutti gli asset finanziari nipponici acquistati in modo molto più aggressivo del solito nel periodo da gennaio a luglio. I timori espressi dal ministro delle Finanze Yoshihiko Noda si rivelano infondati, tanto più che ieri si è confermata la virtuale irrilevanza del fattore-Cina nell'influenzare i movimenti dello yen, che ha toccato nuovi massimi da 15 anni sul dollaro fin sotto quota 82.
Dall'altro lato, il governo giapponese ha approvato ieri una nuova manovra di stimolo all'economia – salita oltre la richiesta iniziale del premier Naoto Kan a 5.050 miliardi di yen, pari a 61,3 miliardi di dollari – nella quale all'ultimo momento sono stati inseriti finanziamenti per rendere il paese un po' meno dipendente da Pechino nel delicatissimo settore delle terre rare: materiali indispensabili all'industria tecnologica di cui il potente vicino continentale detiene la stragrande maggioranza della produzione e delle riserve globali. Per la verità, la Cina ha negato le voci secondo cui avrebbe bloccato le sue esportazioni di terre rare verso Tokyo come ritorsione per l'arresto del capitano di un peschereccio sequestrato nelle acque contestate intorno alle isole Senkaku; in ogni caso il governo di Kan ha ben presto ceduto alle pressioni e liberato il capitano, attirandosi le critiche della destra. È stato però riscontrato un atteggiamento dilatorio da parte delle autorità cinesi in varie operazioni doganali e la vicenda ha suscitato apprensioni tali che ora Tokyo ha deciso di offrire agevolazioni pubbliche per cercare alternative di prodotto e di approvvigionamento di terre rare. Il nuovo pacchetto di stimoli si aggiunge a una precedente minimanovra da poco più di 10 miliardi di dollari approvata il mese scorso attingendo alle riserve di bilancio e giudicata un po' da tutti insufficiente.
Adesso sarà necessario un bilancio addizionale e l'approvazione parlamentare potrebbe incontrare ostacoli. L'obiettivo è di spingere il Pil di uno 0,6%, con misure che includono sostegni alle medie imprese ed erogazioni per spronare i consumi. L'atteggiamento di Tokyo lancia un messaggio ad altre economie a rischio di ricaduta in recessione: non bastano ulteriori allentamenti della politica monetaria, ma occorre tornare agli stimoli fiscali. La Banca del Giappone ha da poco portato ai limiti una politica monetaria espansiva, tornando ai tassi zero e annunciando persino che comprerà non solo titoli di stato ma anche asset di rischio come fondi immobiliari ed Etf. «Misure che probabilmente cadono più nella categoria della politica fiscale che in quella monetaria», osserva Seiji Shiraishi della Hsbc.
Eppure lo yen non ha smesso la corsa, tanto che ieri Kan ha ribadito di voler mantenere le mani libere per nuovi interventi diretti sui cambi, pur auspicando un coordinamento internazionale. Che in agosto la Cina si sia alleggerita di asset finanziari giapponesi – per lo più a breve – per il record di oltre 2mila miliardi di yen (dopo averli aumentati per 2.300 miliardi nei primi 7 mesi), è stata una sorpresa. «Una possibile spiegazione è che la precedente fuga verso la qualità da asset in euro ai bond in yen seguita alla crisi fiscale europea si sia invertita tornando all'area euro – ritiene Yonosuke Ikeda di Nomura – Pechino potrebbe anche considerare aggiustamenti nella composizione del suo portafoglio in yen».
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09/10/2010