Pechino respinge Coca-Cola

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
La Cina dice no ai piani di espansione di Coca-Cola. Ieri il Governo ha respinto la proposta di acquisto di China Huiyuan Juice, il maggiore produttore domestico di succhi di frutta, lanciata lo scorso autunno dal gruppo americano. Che per rilevare il colosso cinese dei soft drink aveva messo sul piatto ben 2,4 miliardi di dollari.
«L'acquisizione darebbe a Coca-Cola una posizione dominante, limiterebbe la competizione, e danneggerebbe gli operatori minori. In questo modo, i consumatori si vedrebbero costretti a pagare un prezzo più elevato e si ritroverebbero a scegliere tra una minore varietà di prodotti», spiega una nota del ministero del Commercio che, appellandosi alla legge antimonopolio, ha dato semaforo rosso all'operazione.
Nel merito, la decisione di Pechino è ineccepibile. Acquisendo China Huiyuan Juice, infatti, Coca Cola avrebbe portato ben oltre il 20% la propria quota sul mercato domestico delle bevande analcoliche. Troppo, ha sentenziato l'Authority sulla concorrenza cinese. Niente di strano: dopo essere stata accusata per anni dai suoi grandi partner commerciali (Stati Uniti in testa) di non avere una legge antimonopolio, ora che finalmente ne ha una (è entrata in vigore la scorsa estate), la Cina ha deciso di applicarla.
Ma dietro la bocciatura di quello che sarebbe stato il più grosso takeover straniero su una società cinese, s'intravede anche una motivazione politica. I grandi marchi nazionali non si vendono agli stranieri. Anche se sono in gioco gli interessi di settori non strategici.
Per un Paese emergente, costretto a difendere la propria industria dall'aggressione della più attrezzata concorrenza straniera, potrebbe essere una scelta legittima. Ma oggi la Cina, con la sua poderosa industria manifatturiera, con il formidabile tasso di penetrazione dei suoi prodotti sui mercati mondiali, e con le sue stratosferiche riserve valutarie, è un Paese emergente un po' particolare. Per questo, il no a Coca-Cola rischia di innescare una pericolosa reazione a catena.
Negli ultimi mesi, di fronte al progressivo aggravarsi della crisi finanziaria globale, Pechino ha invitato più volte il resto del mondo a non cadere in tentazioni neo-protezionistiche. E il resto del mondo, che per decenni nonostante i massicci investimenti diretti effettuati oltre la Grande Muraglia è rimasto tagliato fuori dal mercato cinese, ha apprezzato la svolta libero-scambista del Dragone.
Una svolta che molti critici ritengono dettata da puro opportunismo. I moniti anti-protezionistici lanciati recentemente da Pechino, in sostanza, servirebbero a preparare politicamente il terreno per lo shopping cinese prossimo venturo in giro per il pianeta.
Assetata di materie prime, desiderosa di conquistare nuovi sbocchi di mercato per i propri prodotti, e ricca di valuta pesante, mai come oggi la Cina è stata tanto proiettata verso l'estero. L'equazione è (o meglio, sembra) semplice: da un lato, ci sono gli asset dei Paesi industrializzati iper-svalutati dalla crisi che si possono portare a casa per quattro soldi; dall'altro ci sono le aziende cinesi che, con il sostegno del loro Governo, potrebbero comprarsi tutto.
In questo scenario, molti osservatori erano convinti che il Dragone avrebbe dato via libera alla scalata di Coca-Cola su China Huiyuan Juice per fornire una prova concreta della propria volontà liberista, e aprirsi così le porte a future acquisizioni internazionali. Invece, è accaduto il contrario. Segno che, dietro i proclami altisonanti, le logiche di Pechino restano quelle di sempre: avendo memoria lunghissima dei torti subiti dagli stranieri in passato, alla fine i cinesi non hanno resistito a vendicarsi per il no opposto nel 2005 da Washington all'operazione Cnooc-Unocal.
Le conseguenze si vedranno presto. Nelle scorse settimane, Chinalco, azienda pubblica cinese produttrice di alluminio, ha offerto 20 miliardi di dollari per aumentare la propria partecipazione nella società mineraria australiana Rio Tinto. L'operazione richiede l'approvazione del Governo australiano. Ma con l'aria che tira a Canberra in questi giorni, e dopo il gran rifiuto del Dragone a Coca-Cola, ora la corsa del colosso metallurgico cinese su Rio Tinto s'annuncia tutta in salita.

LA SCHEDA



Flessione del 26%
Nei primi due mesi di quest'anno gli investimenti diretti esteri (Ide) in Cina sono calati del 26,2% a quota 13,37 miliardi di dollari. Lo scorso anno la Cina ha attirato investimenti diretti esteri (che escludono quelli finanziari) per 92,4 miliardi di dollari, una cifra record, facendo segnare un aumento del 23,6% rispetto al 2007

19/03/2009