Pechino processa le sue società

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
L'affare Rio Tinto si colora sempre più di giallo. L'inchiesta della magistratura cinese, che la settimana scorsa ha condotto all'arresto di un alto dirigente del colosso minerario anglo-australiano e di suoi tre stretti collaboratori, si sta allargando. E in questa brutta vicenda di spionaggio e corruzione ora rischia di restare invischiato anche il Gotha della siderurgia cinese.
Talvolta (ma solo quando lo decide il governo per ragioni strategiche), la Cina è un po' come l'Italia: gli sviluppi delle grandi inchieste giudiziarie si apprendono a mezzo stampa. Ieri, alcuni quotidiani hanno rivelato che i giudici che stanno lavorando al caso Rio Tinto avrebbero allargato il perimetro delle indagini alle principali società siderurgiche nazionali, e anche alla Chinese Iron and Steel Association (Cisa).
I magistrati sospettano che alcuni manager di Baosteel e Angang abbiano fatto da sponda alle attività illecite condotte in Cina da Stern Hu, il capo della consociata cinese di Rio Tinto arrestato qualche giorno fa a Shanghai. Dietro pagamento di tangenti, alcuni dirigenti dei due colossi siderurgici potrebbero aver passato a Hu informazioni riservate sul mercato dell'acciaio cinese e sulle strategie studiate da Pechino per affrontare le trattative sul prezzo 2009 dei materiali ferrosi. In questa girandola di mazzette potrebbe essere coinvolto anche qualche alto funzionario dell'associazione di categoria, Cisa.
Le rivelazioni della stampa cinese da un lato aumentano la suspense sull'inquietante vicenda, che nei giorni scorsi ha messo sotto tensione le relazioni diplomatiche tra Australia e Cina. Dall'altro, chiariscono il mistero sulla doppia pista accusatoria a carico di Hu: spionaggio, perché il manager di Rio Tinto avrebbe carpito segreti di stato sull'industria siderurgica cinese; corruzione, perché per entrare in possesso di questi dossier riservati avrebbe pagato tangenti.
Alla luce di questi ultimi sviluppi, l'affare Rio Tinto, dopo aver avuto un forte impatto sul piano internazionale, ora potrebbe trasformarsi in un elemento di rottura all'interno dell'industria siderurgica cinese. La Cina è il principale consumatore di acciaio del mondo. Le trattative che si svolgono ogni anno per la determinazione del prezzo dei minerali ferrosi, quindi, per Pechino sono una questione di grande importanza strategica.
L'ultimo round negoziale avrebbe dovuto concludersi il 30 giugno. Ma la Cisa (l'associazione di categoria rappresenta i produttori nazionali nella trattativa) non è riuscita a raggiungere un accordo con i produttori di minerali ferrosi, tra i quali figura appunto anche il gigante anglo-australiano Rio Tinto. Il che ha scatenato l'ira dei gruppi siderurgici cinesi, che hanno accusato la Cisa di aver tirato troppo la corda al tavolo del negoziato: l'associazione puntava infatti a spuntare uno sconto maggiore rispetto al taglio del 33% sul prezzo 2008 già ottenuto dai signori dell'acciaio coreani e giapponesi.
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LA VICENDA



Gli arresti
Stern Hu, capo dell'ufficio marketing di Rio Tinto in Cina, e tre suoi colleghi vengono arrestati domenica 5 luglio con l'accusa di aver «rubato segreti di stato». Nei giorni successivi viene arrestato anche un dirigente di un'azienda siderurgica cinese, con le stesse accuse. L'ipotesi è che alcuni dirigenti cinesi abbiano fornito informazioni riservate al gruppo minerario australiano sulle strategie negoziali di Pechino sui prezzi dell'acciaio. In cambio avrebbero incassato tangenti
I negoziati sui prezzi
Rio Tinto organizza ogni anno dei negoziati con i maggiori produttori di acciaio per concordare i prezzi dei materiali ferrosi. Secondo la stampa locale, i produttori cinesi avevano accettato una riduzione del 33% dei prezzi (anche se chiedevano un taglio maggiore) in linea con quanto fatto dagli altri gruppi asiatici, alle prese con un forte calo dei margini. Si tratta del primo calo dei prezzi dell'acciaio da 7 anni

15/07/2009