Pechino ha smesso di rivalutare lo yuan

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
Tra Cina e Stati Uniti si riaccende la diatriba sul giusto valore dello yuan. «Apprezziamo la rivalutazione del tasso di cambio del renminbi registrata negli ultimi anni, ma al tempo stesso riteniamo che si debbano fare ulteriori progressi in questa direzione», ha ammonito ieri il segretario al Commercio americano, Gary Locke, parlando a una conferenza stampa a Canton.
Probabilmente Locke, in trasferta oltre la grande muraglia per preparare il terreno in vista della visita di Barack Obama in Cina di metà novembre, non ha scelto casualmente il palco da cui lanciare il monito al governo cinese. Canton è la capitale del Guangdong, cioè della più ricca provincia cinese, nonché principale base manifatturiera del mondo che sforna circa i tre quarti delle esportazioni del Dragone. In fondo, se il sistema industriale di questa regione non è stato completamente spazzato via dalla grande crisi finanziaria e dalla conseguente paralisi della domanda mondiale è proprio grazie allo yuan.
Uno yuan che, a partire dallo scorsa estate quando è parso chiaro che la tempesta partita da Wall Street avrebbe finito per investire anche la Cina, ha smesso improvvisamente di rivalutarsi sul dollaro. Dopo aver resistito a lungo alle pressioni di Stati Uniti, Europa e Giappone, nel luglio 2005 Pechino si decise finalmente a sganciare il renminbi da un peg ultradecennale con il dollaro e lo ancorò a un paniere valutario di cui non è mai stata resa nota la composizione.
Da allora fino all'agosto 2008, lo yuan si è apprezzato di circa il 21% nei confronti della valuta americana. Dopo di che, la marcia rialzista della moneta cinese si è improvvisamente arrestata. Perché? Semplice: perché di fronte al repentino crollo delle proprie esportazioni, la Cina ha smesso di assecondare la lenta ma progressiva ascesa dello yuan.
Insomma, per sostenere il made in China nel mondo di fronte alla grande crisi globale, Pechino ha deciso di usare il renminbi come uno strumento protezionistico. A farne le spese, più che gli Stati Uniti, in realtà è stata l'Europa. Da quando lo yuan ha smesso di apprezzarsi sul dollaro stabilizzandosi a quota 6,8 contro il biglietto verde, infatti, per effetto della brusca discesa del dollaro sull'euro, il renminbi si è fortemente svalutato nei confronti della moneta unica. Con il risultato di rendere più competitive le merci cinesi nel vecchio continente e più care quelle europee oltre la grande muraglia.
Ciononostante, a lamentarsi di più sono stati ancora una volta gli americani. Lo scorso gennaio Obama accusò apertamente la Cina di manipolare il tasso di cambio dello yuan. Poi, vista la dura reazione di Pechino (principale finanziatore del debito pubblico americano), Washington ha corretto il tiro. Gli Stati Uniti non hanno più parlato di manipolazione, ma hanno continuato a sostenere che il renminbi è sottovalutato in relazione alla potenza commerciale della Cina che oggi, grazie alla forza delle sue esportazioni, è arrivata ad accumulare qualcosa come 2.273 miliardi di dollari di riserve valutarie.
Fra tre settimane, durante la sua trasferta in Cina, Obama chiederà sicuramente a Hu Jintao di contribuire al riequilibrio del colossale sbilancio commerciale tra le due sponde del Pacifico. Ma sarà difficile che il presidente cinese possa accontentarlo: prima di mollare le briglie dello yuan, infatti, le esportazioni del made in China dovranno tornare a viaggiare in alta quota.
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DI NUOVO GIÙ

Lo sganciamento
Nel luglio 2005 la Cina, in seguito alle pressioni di Stati Uniti, Europa e Giappone, decise di sganciare la sua valuta - lo yuan - da un peg ultradecennale con il dollaro e la ancorò a un paniere valutario di cui non è nota la composizione. Da qual momento il renminbi si è apprezzato di circa il 21% nei confronti della moneta americana

La retromarcia
Nell'agosto del 2008, con l'affacciarsi della crisi finanziaria dei titoli tossici, lo yuan ha smesso all'improvviso di rivalutarsi e si è stabilizzato a quota 6,8 nei confronti del dollaro. Il motivo? Il crollo delle esportazioni cinesi che hanno risentito del momento difficile per l'economia mondiale. La fine della rivalutazione ha aiutato la Cina a riprendere il suo ruolo di leader nell'export

Il richiamo di Washington
Gli Stati Uniti, pur apprezzando gli sforzi recenti di Pechino, hanno chiesto però «ulteriori progressi». La questione valutaria sarà tra i temi in discussione nell'imminente visita di Obama in Cina, in programma a metà novembre

28/10/2009