Pechino fissa il target 2010: l'economia crescerà dell'8%

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
Nel 2010 la Cina punta a aumentare il prodotto interno lordo dell'8 per cento. Un target in linea con quelli fissati negli ultimi anni da Pechino. D'altronde, quando si parla di crescita economica, l'8% è una sorta di numero magico per la nomenklatura: secondo il governo questo ritmo di espansione è il minimo necessario per mantenere in equilibrio i livelli occupazionali e garantire così la pace sociale.
In questo decennio la Cina è riuscita quasi sempre a battere le indicazioni programmatiche (l'unica eccezione fu il 2001). Anche nel 2009, nonostante la crisi globale, il Pil registrerà un incremento superiore all'8 per cento. E l'anno prossimo la congiuntura si espanderà a tassi vicini al 9 per cento. Incrementi che però non soddisfano fino in fondo la classe dirigente cinese. Dopo un decennio di boom, infatti, Pechino continua a badare alla quantità ma vorrebbe al tempo stesso cambiare la qualità della sua crescita economica.
La caduta delle esportazioni causato dal tracollo della domanda globale del 2008 ha messo in luce la debolezza strutturale di un'economia troppo dipendente dal ciclo mondiale. E ha spinto il governo a tracciare un nuovo paradigma di sviluppo più incentrato sui consumi interni. Per questo, ha annunciato che gli incentivi fiscali introdotti alla fine dell'anno scorso sugli acquisti di automobili (le vendite di veicoli sono state il grande motore della spesa privata negli ultimi dieci mesi), resteranno in vigore anche nel 2010. Ciononostante, ha avvertito ieri il ministro dell'Industria, Li Yizhong, non sarà facile mantenere i consumi dei cinesi in alta quota. Perché gli incentivi fiscali perderanno progressivamente la loro spinta propulsiva. E perché, di fronte alle prime avvisaglie di ripresa dell'inflazione (qualcuno parla già di rischio surriscaldamento), Pechino dovrà frenare la politica monetaria ultraespansiva, che ha dato un forte contributo al sostegno della domanda aggregata cinese.
Per sostenere la crescita del suo sistema produttivo, la Cina ha sempre più bisogno di energia. Così, a pochi giorni dall'inaugurazione della prima tratta del gasdotto tra il Turkmenistan e lo Xinjiang, Pechino si è assicurata anche le forniture di petrolio dalla Birmania. Per raggiungere questo obiettivo, si è scomodato addirittura Xi Jinping, l'uomo politico destinato a diventare entro qualche anno il nuovo leader cinese. Durante il fine settimana, l'attuale vicepresidente è volato in Birmania per incontrare il generale Than Shwe, il capo della giunta militare che da anni tiene in pugno il paese. Al termine dei colloqui, il generale Shwe ha promesso a Xi che la Birmania vigilerà per mantenere la sicurezza lungo la turbolenta linea di confine tra i due paesi. La stabilità della frontiera sino-birmana è la condizione necessaria per realizzare l'oleodotto lungo 770 chilometri, progettato da China National Petroleum per trasportare il greggio dall'Oceano Indiano alla Cina.
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22/12/2009