Pechino e l'inevitabile lunga marcia delle riforme

«Dobbiamo risolvere il problema dell'eccessiva concentrazione di potere e creare le condizioni per permettere al popolo di criticare e controllare il governo». Non sono le parole di un intellettuale che si batte per i diritti civili in un paese autoritario, sono le parole del leader più popolare in Cina, il primo ad arrivare nei luoghi devastati da inondazioni o in genere da tragedie, sono le parole dette dal primo ministro Wen Jabao domenica scorsa. E "il primo ministro del popolo", così lo chiamano, non ha detto quelle parole in una qualunque occasione, ma alle celebrazioni del 30° anniversario della creazione, da parte di Deng Xiao Ping, delle Zone economiche speciali. E non in una città qualunque, ma a Shenzhen, da dove partì il grande balzo della Cina fino al secondo posto al mondo come potenza economica. La ragione addotta da Wen Jabao per auspicare un'apertura del regime è infatti tutt'altro che di principio o ideale: «Se nessuna riforma del sistema politico sarà garantita, i risultati delle riforme economiche saranno annullati».
Certo, Wen Jabao è un riformatore solitario e per ora soprattutto a parole, c'è chi dice che sia solo il volto buono di un regime senza spiragli. Ma intanto quelle parole sollevano un interrogativo reale: si può essere la seconda potenza economica del mondo e il 75° paese, un gradino sotto il Venezuela e uno sopra il Kazakistan, nella classifica dell'indice di prosperità del Legatum Institute, autorevole organizzazione indipendente universalmente riconosciuta come tale? Nel lungo periodo no e per almeno tre ragioni.
La prima riguarda la nascita, come conseguenza dello sviluppo economico e delle aperture ai commerci e agli spostamenti con l'estero, di una classe media sempre più consapevole che il benessere non è mai abbastanza e non è soltanto l'abbondanza nelle mie tasche, ma anche la soddisfazione delle mie aspirazioni. Per questo il consumatore cinese prima o poi vorrà anche essere un elettore. Poi è facile spostare d'imperio centinaia di migliaia di persone dalla disperata campagna alla speranzosa città per produrre le macchine di un costruttore occidentale o per organizzare le Olimpiadi.

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Ben più difficile è convincere alcune di quelle stesse centinaia di migliaia di persone a tornare nelle campagne, dove si guadagna in media tre volte e mezzo in meno che nelle città (il gap più elevato al mondo), se un rallentamento rende indispensabile una ristrutturazione con licenziamenti o se i giochi olimpici sono finiti.
I primi movimenti dei lavoratori si vedono. Fermarli senza dar loro diritto di parola e di rapprentanza con i sindacati sarà sempre più difficile. Anche perché la seconda ragione che fa prevedere una qualche forma di democratizzazione ha a che fare con il gioco di vasi comunicanti che solo una democrazia riesce a contenere nel medio o lungo periodo: sono i vasi comunicanti delle disuguaglianze. Più la Cina cresce più aumentano le disuguaglianze tra città e campagne, tra centro e periferia, tra ricchi e poveri, tra favoriti del partito e no. Senza sbocco politico la forza della rabbia sociale diventa incontenibile, esonda: con la rappresentanza e la speranza di cambiare le cose si garantisce quella stabilità che ha anche un ovvio valore economico.
La terza ragione è finanziaria. Nel senso che la tanto bistrattata finanza, colpevole secondo i più della corrente crisi, ha delle ragioni che il cuore di un regime autoritario non può capire. Per continuare a crescere servono gli investimenti e se gli investitori arrivano poi hanno bisogno di ragionevoli certezze sul futuro dei loro soldi spesi. La Cina è il secondo paese al mondo come recettore di investimenti diretti.
Se le grandi banche cinesi vanno in Borsa vuol dire che si aprono. Se l'80 per cento dell'economia un tempo statale è stata in un modo o nell'altro privatizzato vuol dire che nascono soggetti autonomi e l'autonomia si espande in libertà e solo se c'è libertà. Prima o poi Pechino sentirà il bisogno, lo sta già sentendo e alcune riforme sono avviate, di adeguare il proprio sistema finanziario al suo rango di seconda potenza economica mondiale.
Sono il consumatore e il lavoratore cinese alleati con l'investitore straniero a spingere la Cina sulla via della democrazia. Come ha scritto Yang Yao, direttore del China Center for Economic Research all'Università di Pechino, su Foreign Affairs di febbraio: «Non c'è alternativa a una sempre maggiore democratizzazione se il Partito comunista cinese vuole incoraggiare la crescita economica e mantenere la stabilità sociale».

25/08/2010