Pechino decide aumenti dei salari minimi

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
Gli scioperi allo stabilimento Honda a Foshan e la catena di suicidi nella città-fabbrica di Foxconn a Longhua spingono verso l'alto il costo del lavoro in Cina. Nessuno nell'establishment cinese lo ammette esplicitamente, ma la simultaneità con cui gli operai del gruppo giapponese hanno incrociato le braccia per rivendicare salari più alti, e una decina di giovani dipendenti del colosso taiwanese della componentistica elettronica si sono gettati nel vuoto, ha fatto riflettere il governo. Che ieri ha annunciato a mezzo stampa un aumento dei salari in tutto il paese.
Si comincia dal centro, nel senso politico del termine, da Pechino, la grande capitale profondamente scossa dal malessere sociale crescente tra le tute blu che lavorano alla periferia dell'Impero. Dal 1° luglio il salario minimo in tutta la municipalità aumenterà del 20% per salire a 960 yuan mensili (120 euro). È un incremento notevole se si considera che dal 1994, quando il governo cinese introdusse la nozione di salario minimo in tutto il paese, la crescita annuale degli stipendi nelle fabbriche situate nell'area metropolitana è stata di poco superiore al 10% l'anno.
Ma questo, ha fatto sapere ieri la stampa domestica, è solo l'antipasto di una lievitazione generale dei livelli salariali in tutta la Cina. Pechino, infatti, sarà solo una della trentina di province e municipalità che nell'immediato futuro ritoccherà verso l'alto le paghe minime dei lavoratori. Tra queste, dicono le indiscrezioni, figurerà sicuramente anche Shanghai che, dopo gli aumenti salariali già varati di recente dalle autorità locali, vanta oggi le retribuzioni più elevate di tutta la Cina, pari a 1.120 yuan al mese (140 euro).
Retribuzioni con le quali non c'è molto da scialare, soprattutto nelle grandi città costiere dove il costo della vita sale quotidianamente a vista d'occhio. E che i dati dell'inflazione, nella loro fredda rigidità statistica, registrano solo in minima parte.
Sale il prezzo del cibo, come dimostrano gli aumenti parossistici dell'aglio, cui nelle ultime settimane hanno fatto seguito quelli del grano. Sale il prezzo delle scarpe, dell'abbigliamento, dell'educazione e della sanità. Sale in modo vertiginoso il prezzo delle case che, ai valori attuali di mercato, sono ormai destinate a restare confinate nei sogni dei giovani cinesi. «Una volta, ma intendo solo qualche anno fa, c'era un rapporto ragionevole tra i salari e il costo degli appartamenti. Oggi, invece, questi ultimi hanno raggiunto livelli tali da risultare irraggiungibili anche per chi, come me, ha un salario decisamente superiore alla media», spiega un impiegato shanghainese sulla trentina che guadagna 5.800 yuan al mese (700 euro).
Insomma, sotto la cenere di una crescita economica prodigiosa e di una modernizzazione che per velocità non ha uguali nella storia dell'umanità, cova anche l'insoddisfazione di una parte del paese che, dopo aver beneficiato per anni del grande balzo in avanti, ora vede i propri standard di vita ridursi progressivamente.
Chiamarlo malcontento popolare forse è troppo. Di sicuro, però, i segnali giunti nelle ultime settimane dal Guangdong, la grande base manifatturiera cinese, preoccupano molto un governo cronicamente ossessionato dallo spettro delle rivolte sociali e dell'instabilità. Sarà un caso che Pechino abbia deciso di annunciare i robusti aumenti salariali proprio ieri, ventunesimo anniversario del massacro studentesco di Piazza Tiananmen?
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IN ARRIVO

+ 20%
Paga minima a Pechino
Dal 1° luglio il salario minimo in tutta la municipalità salirà a 960 yuan mensili (120 euro).
Ma l'aumento riguarderà nell'immediato futuro una trentina tra province e municipalità di tutto il paese

1.120 yuan
Paga di Shanghai
Il salario minimo mensile aumenterà anche a Shanghai che, dopo gli aumenti varati di recente dalle autorità locali, già vanta le retribuzioni più elevate di tutta la Cina

05/06/2010