PECHINO CRITICA I REPUBBLICANI, "ACCUSE INFONDATE" SU TIBET E MARI

Di Eugenio Buzzetti

 

Pechino, 21 lug. - Pechino si arrabbia con i repubblicani. La Cina chiede la fine di quelle che ritiene "accuse senza fondamento" sui temi del Tibet e del Mare Cinese Meridionale da parte del partito che ha candidato Donald Trump alla Casa Bianca. La piattaforma programmatica dei repubblicani non piace a Pechino per i riferimenti riguardanti la Cina sulle questioni del Tibet (dove avviene un "genocidio culturale" da parte del Partito Comunista Cinese) e sul Mare Cinese Meridionale: il partito di Trump considera "insensate" le rivendicazioni cinesi, a cui la Corte Permanente di Arbitrato dell'Aia ha negato ogni diritto storico nella sentenza del 12 luglio scorso.

"I partiti statunitensi dovrebbero guardare allo sviluppo cinese in maniera oggettiva e razionale", ha affermato il portavoce del Ministero degli esteri di Pechino, Lu Kang, e "comprendere i temi che emergono nel dibattito bilaterale". Lu ha poi chiesto la fine delle "accuse senza fondamento" alla Cina e delle "interferenze negli affari interni cinesi". Da mesi, sulla stampa cinese, i commentatori di politica internazionale si chiedono quale possa essere la scelta migliore per la Cina, tra Trump e Hillary Clinton, (con una preferenza per il primo tra i cittadini, e un testa a testa tra i due nell'opinione degli analisti). Il candidato repubblicano ha già provocato i primi dissapori e ad aprile scorso aveva ricevuto un primo rimbrotto da parte del ministro delle Finanze cinese. Lou Jiwei. Dalle pagine del Wall Street Journal, Lou aveva definito Trump "un tipo irrazionale" per la sua proposta di applicare dazi alle importazioni di merci made in China, spiegando che "sono più le cose che accomunano che quelle separano" Cina e Stati Uniti.

Propri nei giorni scorsi sono emersi nuovi sentimenti di astio nei confronti degli Stati Uniti, in Cina, per quelle he Pechino giudica come interferenze di Washington nelle questioni relative alla sovranità sul Mare Cinese Meridionale. In undici città cinesi nel fine settimana si sono tenute proteste contro la catena del pollo fritto a stelle e strisce Kfc, che non sono state apprezzate agli alti vertici. Pechino è impegnata a contenere le manifestazioni di quelli che definisce "auto-proclamatisi patrioti", scrive in un editoriale pubblicato il quotidiano China Daily. Il patriottismo "non è una scusa" e le manifestazioni anti-Kfc sono state classificate come un atto di "sciovinismo".

 

21 LUGLIO 2016

 

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