Pechino al contrattacco: « In regola con la Wto»

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
La Cina respinge le accuse di concorrenza scagliatele contro da Stati Uniti ed Europa. E contrattacca Washington aprendo un nuovo contenzioso commerciale sulla carne di pollo.
Ieri, Pechino ha subito replicato alla protesta ufficiale contro le restrizioni alle esportazioni cinesi di alcune materie prime, inoltrata martedì all'Organizzazione per il Commercio mondiale da Usa e Unione europea. «Il principale obiettivo delle politiche cinesi sull'esportazione è proteggere l'ambiente e le risorse naturali», ha spiegato il ministero del Commercio di Pechino, aggiungendo che «la Cina ritiene che tali politiche siano in linea con le regole della Wto».
L'accusa formulata contro la Cina da Stati Uniti e Ue non è nuova. Secondo Washington e Bruxelles, nonostante gli impegni assunti in sede Wto, il Dragone continuerebbe a imporre un sistema di quote e di tassazione agevolata, finalizzato a scoraggiare le esportazioni di bauxite, coke, magnesio, zinco e di altre materie prime largamente utilizzate nell'industria manifatturiera e di cui il gigante asiatico è uno dei principali produttori mondiali.
Grazie a queste politiche, la Cina riuscirebbe a mantenere artificialmente bassi i prezzi di approvvigionamento di tali materie prime per le aziende di trasformazione domestiche, creando però una distorsione concorrenziale dannosa per le società straniere. A questo riguardo, le più penalizzate sono le imprese siderurgiche che, da anni ormai, sono costrette a confrontarsi con una concorrenza cinese sostenuta da incentivi fiscali e da finanziamenti pubblici agevolati.
Ma questa volta, dopo oltre due anni di proteste all'indirizzo di Pechino, Europa e Stati Uniti hanno deciso di passare dalle parole ai fatti, investendo ufficialmente della questione la Wto. «Sosterremo le nostre tesi nelle consultazioni, in modo da risolvere la disputa secondo le procedure previste dall'Organizzazione per il Commercio Mondiale», ha affermato ieri il governo cinese ostentando sulla questione una buona dose di serenità e sicurezza.
D'altronde, dopo sette anni di militanza nella Wto, Pechino sa bene come funzionano le cose a Ginevra. E, soprattutto, ha imparato a usare i meccanismi della stessa Wto per sferrare rappresaglie commerciali contro i suoi avversari. Così ieri, subito dopo aver chiarito la propria posizione sul dossier materie prime, la Cina ne ha aperto un altro in cui figura lei stessa come parte lesa.
Pechino ha chiesto alla Wto di aprire un'indagine sulle restrizioni alle importazioni di pollame cinese imposte dagli Stati Uniti. «Le misure poste in atto dal governo americano sono discriminatorie e violano apertamente tutti gli accordi commerciali internazionali», ha tuonato il ministero del Commercio cinese.
Stati Uniti e Cina vietarono reciprocamente le importazioni di pollame nel 2004, subito dopo lo scoppio della febbre aviaria. Passata l'emergenza, l'anno scorso, la Cina ha rimosso il bando agli acquisti di prodotti avicoli made in Usa. Washington, però, non ha mai ricambiato il favore, sostenendo che la carne di pollo cinese non è sicura per i consumatori americani.
Ma al di là delle singole dispute, la sensazione generale è che le due superpotenze siano ormai a un passo da una guerra commerciale in piena regola. Una guerra che, da quando la Cina è entrata nella Wto, è sempre stata serpeggiante. E che ora, complice la grande crisi economico-finanziaria che ha risvegliato nuove tensioni protezionistiche sulle due sponde del Pacifico, si va materializzando ogni giorno che passa in nuove scaramucce: prima il Buy American; poi il Buy Chinese; e ora anche il software antipornografia obbligatorio sui pc cinesi che ha mandato su tutte le furie i produttori di computer americani. Il rischio è che il conflitto si allarghi a macchia d'olio: ieri le dogane di Canberra hanno aperto un'indagine per accertare se Pechino pratichi dumping sui prezzi dei prodotti in alluminio made in China venduti sul mercato australiano.
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25/06/2009