Offensiva americana sullo yuan

Mario Platero
NEW YORK. Dal nostro corrispondente
Fra le mille divisioni che squarciano Washington due senatori, il democratico Charles Schumer e il repubblicano Lindsey Graham hanno ritrovato l'unità bipartisan contro la provocazione cinese: le dichiarazioni di domenica del primo ministro cinese Wen Jiabao, secondo cui il rapporto yuan dollaro è di giusto equilibrio non sono piaciute. E dunque i due senatori hanno rispolverato una vecchia proposta di legge del 2007 e chiedono che, se non vi saranno aggiustamenti al rialzo della valuta cinese, si passi alle misure forti e cioè al protezionismo. In alcuni casi chiedono tariffe fisse fino al 10% sull'import cinese in America. Un gesto distensivo, dicono, visto che la valuta cinese è sottovalutata fra il 30 e il 40% rispetto al dollaro. Non solo, a Wall Street abbiamo raccolto con crescente insistenza voci secondo cui il mercato si sta preparando ad attaccare per la prima volta in modo coordinato il rischio cinese: si ritiene che la forza dello yuan possa essere deleteria per l'economia del paese, che la crescita oggi sia surriscaldata e che a breve termine alcune contraddizioni, sia sul fronte inflazionistico che su quello della bolla immobiliare in Cina potrebbero esplodere.
Pechino è preoccupata da questi sviluppi. E forse è più preoccupata dai rumors di mercato che dalle parole roboanti del senatori che finora non hanno portanto a granché. E seguendo la tradizione tipica di chi è abitutato a una gestione centralizzata dell'economia ieri mattina a Pechino le autorità hanno convocato i rappresentanti delle principali multinazionali americane in Cina per convincerle ad esercitare pressioni di lobby sull'amministrazione e sul Congresso: «Ci auguriamo che le aziende americane in Cina esprimeranno il loro punto di vista in America per promuovere lo sviluppo del commercio globale e per opporsi in modo unito al protezionismo commerciale» ha dichiarato ieri Yao Jian, portavoce del ministro del commercio cinese.
Un gioco delle parti, che vede però la Cina sempre più in una posizione poco difendibile: «Da una parte sfruttano tutti i vantaggi del mercato aperto e accumulano riserve, dall'altra tengono la loro valuta debole in modo artificiale - osserva l'economista Allen Sinai, molto ascoltato in Congresso - si devono convincere che questo non è nel loro interesse. I banchieri centrali cinesi questo lo sanno e anche gli economisti cinesi. Purtroppo la decisione è dei politici. E preferiscono tenere la valuta debole». La spiegazione, osserva Sinai, è semplice: l'economia cinese poggia ancora sull'esportazione, il passaggio al traino della domanda interna è ancora in ritardo. Le autorità temono che accelerare la transizione potrebbe essere pericoloso per la stabilità economica interna. «Sono tuttavia contrario al protezionismo - dice ancora Sinai - quello sì che sarebbe un vero errore perché non affronta il vero problema che è di natura finanziaria più che commerciale».
Sinai inoltre nega che la Cina abbia un forte potere in quanto detiene i buoni del Tesoro americani: «È una paura esagerata perché se i cinesi vendessero i nostri buoni del Tesoro ci perderebbero e per noi in fatto di tassi di interesse non cambierebbe nulla».
Oltre alla minaccia del protezionismo, ci saranno altre strade. Barack Obama dovrebbe affrontare la questione valutaria in modo fin troppo esplicito durante il suo viaggio in Indonesia della settimana prossima. Il Congresso chiederà all'amministrazione, il prossimo 24 marzo, in occasione di una riunione in materia, di avviare «consultazioni immediate» con Pechino. Il dipartimento al Commercio e il Tesoro avrebbero inoltre già l'autorità per introdurre misure «contro paesi che agiscono in modo giudicato scorretto dal punto di vista del protezionsimo valutario» rivolgendosi anche alla Wto.
Inoltre, al posto dell'attuale normativa, che consente all'amministrazione di agire a propria discrezione nei confronti dei paesi accusati di manipolazioni valutarie, i due senatori vorrebbero l'introduzione di un objective test: qualora il test, sui giusti rapporti valutari, con margini di errore, non fosse superato, scatterebbero immediatamente le misure restrittive previste dalla legge.
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17/03/2010