Non solo Cina nello stop di Forlì

Emilio Bonicelli
FORLÌ. Dal nostro inviato
Nel distretto dei divani di Forlì «la crisi dura da più di dieci anni» ed è partita ben prima dell'arrivo dei cinesi. Nel tempo si è tentato di tutto, ma l'emorragia di aziende e occupati, scesi quest'anno sotto la soglia delle 2mila unità, a quota 1.890, non si è mai arrestata.
L'arrivo degli imprenditori cinesi, che spesso hanno occupato i capannoni di società italiane dismesse, ha però aggravato le cose, creando allarme tra i piccoli terzisti dell'indotto. Nel distretto forlivese dei divani le aziende del dragone sono 40, in continua crescita (+135% dal 2003) su un totale di 263 unità, complessivamente in calo. L'accusa nei confronti delle società cinesi è quella di lavoro nero, violazione delle norme sulla sicurezza, salari ridotti anche a un quinto rispetto a quanto pagato dalle aziende italiane, attività svolte con orari illimitati.
A più riprese associazioni e sindacati, come spiega Stefano Bernacci, segretario della Confartigianato di Forlì, hanno denunciato questa «concorrenza sleale», e «l'inadeguatezza dell'azione ispettiva».
Ora però si è giunti a una svolta che potrebbe portare a conseguenze imprevedibili. Nel 2007 due imprenditrici locali, titolari di piccolissime aziende della subfornitura, Elena Ciocca e Manuela Amadori, hanno chiesto l'intervento della magistratura. Un atto di accusa, spiega Elena Ciocca, contro «un sistema malato, in cui mi vedo rubare il lavoro da parte di chi non rispetta le regole». Dopo oltre due anni di indagini si è chiuso il fascicolo della Procura e, se il Gip non deciderà l'archiviazione, sul banco degli imputati rischiano di finire non solo aziende cinesi, ma anche alcune delle principali aziende italiane, quasi la spina dorsale del distretto. Il sostituto procuratore Fabio Di Vizio ha infatti ipotizzato una specie di società di fatto, quasi un patto segreto tra aziende italiane e cinesi tale da creare una turbativa del mercato.
Presso la sede di Confindustria Forlì Cesena, dove si parla di un clima da «caccia alle streghe», Franco Tartagni, presidente di Atl Group, denominata Tre Erre al tempo dell'avvio delle indagini, principale azienda del distretto con 230 dipendenti, rigetta ogni accusa e racconta la sua verità.
«I veri problemi del comparto hanno un'altra origine. Derivano dalla concorrenza internazionale e dalle grandi catene di distribuzione che chiedono prezzi sempre più bassi e, se non li ottengono, vanno altrove, come successo recentemente con Ikea che ha disdetto i nostri contratti per rivolgersi a produttori dell'Europa dell'Est. La nostra azienda ha 25 subfornitori locali e, tra questi, solo tre sono piccole società gestite da cinesi. A tutti però noi offriamo analoghi compensi, secondo un unico listino, e a tutti chiediamo documenti precisi sulla regolarità contributiva e del lavoro. Se poi al suo interno un'azienda compie violazioni, non compete a noi l'attività ispettiva, ma noi siamo i primi a chiedere per tutti il rispetto delle regole».
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20/10/2009