Non ancora sufficienti i segnali da Usa e Cina

di Alessandro Merli I segnali di ripresa dell'economia globale e i miglioramenti nel settore manifatturiero emersi questa settimana negli Stati Uniti, in Europa e in Cina, non bastano per far invertire la rotta delle politiche di sostegno alla crescita. Il momento della exit strategy, della via d'uscita da una politica monetaria estremamente accomodante e da una politica fiscale di forte stimolo, non è ancora arrivato, anche se è bene predisporre i piani.
Il trittico di incontri dei policy-makers internazionali nel mese di settembre - avviato ieri dall'Ecofin, e che continuerà nel fine settimana a Londra con la riunione dei ministri finanziari del G-20 a Londra e con il vertice dei leader dei venti a Pittsburgh a fine mese - confermerà questa linea, su cui si sono orientati ieri i ministri europei. Nonostante le sollecitazioni del tedesco, Peer Steinbrück, che in una lettera ai colleghi del G-20, ancora una volta, ha chiesto quanto prima l'avvio di una strategia d'uscita.
Ma la linea resta la stessa annunciata in tutte le sedi prima dell'estate, quando gli stessi ministri finanziari dissero che non è ora di sottrarre gli incentivi e, subito dopo la pausa, a Jackson Hole, dove è stato detto esplicitamente dalle quattro banche centrali più importanti - Stati Uniti, Europa, Gran Bretagna e Giappone - che i tassi sono destinati a restare bassi ancora a lungo.
Il quadro però è cominciato a cambiare con una certa rapidità con i dati degli ultimi giorni. Gli economisti di mercato tendono a dare maggior peso alla svolta dopo che questa settimana l'industria manifatturiera ha visto indicazioni positive negli Usa, in Cina, in Francia e in Australia (ma non nel Regno Unito), anche se indubbiamente influenzate in alcuni casi dagli incentivi alla rottamazione delle auto. Secondo diverse analisi, il miglioramento è stato più veloce e più vigoroso del previsto. L'altro elemento che ha diffuso un certo ottimismo è stata la rilevazione di una prima, timida ripresa del commercio mondiale, fatto positivo soprattutto per le economie emergenti e per quelle avanzate più vocate all'esportazione, come Germania e Giappone (anche se la Wto ritiene che gli scambi internazionali subiranno comunque quest'anno una contrazione del 10%).
Quel che frenerà i governi, nel cammino delle discussioni da Bruxelles a Londra a Pittsburgh, sulla moderazione delle politiche di sostegno è però la consapevolezza che la disoccupazione è destinata a reagire più lentamente e continuerà a crescere anche dopo la ripresa dell'economia. Proprio questa settimana se n'è avuta la conferma sia in Europa (pur con il dato anomalo della Germania) sia negli Stati Uniti. L'altro elemento che induce a non modificare l'assetto della politica economica è il timore che un peggioramento delle condizioni economiche che seguisse alla rimozione dello stimolo possa ripercuotersi nuovamente sullo stato di salute delle banche, molte delle quali, su entrambe le sponde dell'Atlantico, sono a malapena fuori dalla terapia intensiva e, in molti casi, ancora sotto l'ombrello protettivo del settore pubblico.
Una fonte del governo britannico, ha dichiarato che dagli incontri del G-20 dovrebbe uscire un impegno ad adottare le strategie di uscita dalle politiche di incentivi solo una volta che la ripresa si sia consolidata e comunque in modo coordinato. Sui compensi dei banchieri, per limitare i quali c'è una forte pressione da parte dei paesi dell'Europa continenale, ci si muoverà, secondo quanto espresso dal cancelliere Alistair Darling in una lettera ai suoi colleghi, sulle linee già indicate dal Financial Stability Board, mentre il risultato più concreto, fra Londra e Pittsburgh, dovrebbe venire dall'accordo finale per triplicare le risorse del Fondo monetario, dopo l'offerta di ieri della Ue.
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03/09/2009