No di Obama al diktat cinese

Mario Platero
NEW YORK
Luca Vinciguerra
SHANGHAI
Barack Obama incontrerà il Dalai Lama entro la fine del mese alla Casa Bianca. La conferma, lapidaria dopo le aggressive minacce cinesi, è venuta da Dan Burton, uno degli assistenti del presidente americano, in viaggio con lui in New Hampshire, dove si doveva parlare soprattutto di politica interna e di bilancio.
«Il presidente aveva già anticipato ai leader cinesi durante il viaggio in Cina che avrebbe incontrato il Dalai Lama e dunque lo farà», ha detto Burton, rispondendo all'avvertimento di Pechino che aveva detto di considerare «irragionevole» l'incontro. «Il Dalai Lama è un leader religoso e culturale rispettato sul piano internazionale - ha aggiunto Burton - e il presidente lo incontrerà in quella sua funzione». Come leader religioso, dunque, e non come simbolo dell'indipendenza del Tibet, al punto che Burton ha anche specificato che gli Stati Uniti considerano il Tibet come parte integrante della Cina «anche se ci sono preoccupazioni per il rispetto dei diritti umani dei tibetani e dunque chiediamo al governo cinese di proteggere l'unicità della delle tradizioni religiose e culturali del Tibet». E poi il finale, da perfetto comunicato stampa: «Il presidente vuole costruire una relazione positiva e collaborativa con la Cina».
Di tutt'altro tono le parole che erano giunte da Pechino: «Il nostro governo è risolutamente contrario a qualsiasi incontro tra il presidente statunitense e il Dalai Lama», aveva detto il responsabile per il Tibet del Partito Comunista cinese, Zhu Weiqun. Aggiungendo che una stretta di mano fra Obama e la massima autorità spirituale tibetana, avrebbe danneggiato «profondamente la fiducia e la cooperazione tra i due paesi».
Quella di Pechino è una posizione non troppo diversa da quelle sottoscritte in passato. Ma il gioco delle parti ha sempre seguito, sino a oggi, lo stesso copione. Tutti i predecessori di Obama, infatti, hanno sempre aperto le porte della Casa Bianca al Dalai Lama, con le stesse proteste isteriche della Cina. L'ultimo, nell'ottobre 2007, fu George W. Bush, passato alla storia come il primo presidente americano in carica ad apparire in pubblico a fianco del leader tibetano (fino ad allora infatti gli incontri erano avvenuti in forma privata). In quell'occasione poi il monaco buddista fu anche insignito della Medaglia d'Oro dal Congresso. Per Pechino si trattò di un doppio schiaffo. La reazione fu dura, la Cina si dichiarò «offesa e furiosa» per lo sgarbo subito da Washington. Ma poi, nonostante la violenta rivolta tibetana della primavera 2008 e le condanne del mondo intero per la repressione cinese che urtarono ancora di più la suscettibilità della nomenklatura, il governo cinese si riconciliò con Bush e con gli americani in occasione delle Olimpiadi.
Il nervo tibetano tuttavia è sempre scoperto e duole nelle fauci del Dragone, che vede in qualsiasi gesto di apertura istituzionale dei paesi stranieri nei confronti del Dalai Lama un atto di lesa maestà nei confronti della sovranità cinese in Tibet.
Di questi tempi, a giudicare dalla raffica di strali e minacce lanciati dal governo cinese all'indirizzo di Washington nelle ultime ore, i nervi scoperti sono tanti. Qualora il messaggio di sabato scorso non sia stato sufficientemente chiaro, ieri Pechino è ritornata rabbiosamente sulla maxi-commessa bellica a Taipei. «Le aziende statunitensi coinvolte nell'operazione hanno ignorato l'opposizione cinese, e insistono nel voler vendere armi a Taiwan. Alla Cina non resterà che punire queste aziende, imponendo loro delle sanzioni», ha tuonato il ministero degli Esteri. Nel mirino cinese ci sono tutti i grandi gruppi americani che producono armamenti: Raytheon, Sikorsky Aircraft, Lockheed Martin, McDonnell Douglas.
L'ultimo dardo velenoso scagliato ieri da Pechino verso l'altra sponda del Pacifico rientra nella categoria degli attacchi preventivi. La settimana scorso il Pen American Center, un'organizzazione che si batte per la difesa dei diritti umani nel mondo, aveva proposto il dissidente cinese, Liu Xiaobo, come Premio Nobel per la Pace 2010. «Se il Nobel dovesse andare a questo individuo, sarebbe davvero un errore clamoroso», ha detto il governo cinese. Liu era stato tra i promotori di Carta 08, il documento con cui oltre 10mila intellettuali avevano chiesto a Pechino di rispettare i diritti umani, di avviare una riforma del sistema politico, garantendo l'indipendenza del potere giudiziario. Per questo motivo, a fine dicembre un tribunale di Pechino ha condannato il dissidente a 11 anni di carcere con l'accusa di attività sovversiva contro i poteri dello Stato.
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UNA VITA IN ESILIO

Buddha della Compassione
Tenzin Gyatso, 74 anni, è il 14° Dalai Lama (nella foto), leader spirituale dei tibetani per i quali è la reincarnazione del Buddha della compassione. Dal 1959 vive in esilio in India, portando la causa tibetana nel mondo e cercando un negoziato con Pechino per aumentare l'autonomia del suo paese. In Tibet ogni sua immagine è sacra, ma per Pechino possederla costituisce un reato
La denuncia della repressione
Nel marzo 2008, quando esplosero le violenze contro i tibetani nell'anniversario della ribellione del Tibet soffocata nel sangue dalla Cina, il Dalai Lama (Premio Nobel per la pace nel 1989) aveva indurito i suoi toni verso le autorità cinesi. E aveva denunciato la repressione in Tibet, l'assenza di libertà religiosa e le violazioni dei diritti umani, invitando la comunità internazionale a ricordarlo in occasione delle Olimpiadi che si sarebbero disputate in agosto
Il pressing di Pechino
Dopo i disordini e le violenze del marzo 2008, e le polemiche che hanno accompagnato le Olimpiadi, Pechino ha fatto ulteriori pressioni sui leader stranieri perché non incontrassero il Dalai Lama (la Cina aveva protestato in passato per i meeting tra il leader tibetano e George W. Bush, Angela Merkel, Gordon Brown e Nicolas Sarkozy)
La diplomazia di Barack
Lo scorso ottobre Barack Obama aveva rinunciato a ricevere il Dalai Lama a Washington, dove il leader spirituale tibetano era in visita, per evitare conseguenze sulla sua missione di novembre in Cina. Ma aveva promesso che lo avrebbe incontrato entro l'anno. E ieri ha detto che manterrà quella promessa, non piegandosi dunque al diktat di Pechino: no al meeting, aveva detto il governo cinese, o le relazioni tra i due paesi ne usciranno danneggiate

03/02/2010