No dei Bric agli indicatori del G-20

PARIGI. Dal nostro inviato
I ministri e i governatori a cena all'Hotel de Marigny, un bel palazzo ottocentesco vicino all'Eliseo, appartenuto al barone Gustave de Rothschild. I loro aiutanti impegnati sulle carte al ministero dell'Economia francese a Bercy, in quella che da programma ufficiale è indicata semplicemente come «redazione delle conclusioni». Compito non facile, che ieri sera a tarda ora si è concluso con un fallimento e un rinvio alla riunione di oggi dei ministri, dopo che nel pomeriggio la lista degli indicatori, predisposta per misurare e poi limitare gli squilibri che minacciano l'economia globale, ha incontrato la netta opposizione dei grandi paesi emergenti. Capeggiati dalla Cina, che alla vigilia aveva già espresso la sua contrarietà, ora appoggiata dall'intero fronte dei Bric, che comprende anche Brasile, India e Russia.
Fonti di diversi paesi europei sembravano ancora convinte ieri sera di poter arrivare a un compromesso, a questo punto rinviato alla giornata di oggi, e il segretario al Tesoro americano, Timothy Geithner, ha detto semplicemente che «non c'è alternativa», ricordando che gli squilibri globali possono bloccare «la crescente fiducia nella ripresa mondiale». I quattro indicatori sui quali i tecnici avevano trovato un'intesa di massima nei lavori preparatori e che dovrebbero in futuro servire a orientare le politiche economiche dei paesi, in modo che non abbiano effetti controproducenti sul resto dell'economia mondiale, sono: la bilancia delle partite correnti, il cambio reale effettivo (con attenzione anche alle riserve ufficiali), il debito pubblico (compensato dai risparmi privati, come da richiesta italiana), e il deficit pubblico.
«I Bric - ha detto il ministro brasiliano Guido Mantega in rappresentanza del gruppo, che dalla prossima riunione includerà anche il Sudafrica - non sono d'accordo con l'inclusione della bilancia delle partite correnti, ma preferiscono che si parli di bilance commerciali, quindi ci si concentri sullo scambio di beni, escludendo voci come le rimesse e il rimpatrio di profitti e dividendi». La Cina, il cui forte avanzo dei conti con l'estero è particolarmente fuori linea (mentre il surplus commerciale, altrettanto forte, si sta recentemente ridimensionando) ha adottato la linea più dura, fino a suggerire che le venga concessa una clausola di "opt-out", cioè di non essere tenuta a rispettare questo particolare indicatore. Un'esclusione che svuoterebbe di significato l'intero esercizio, secondo diversi rappresentanti occidentali, fra cui il sottosegretario tedesco, Joerg Asmussen.
Soprattutto da parte americana è continuata la pressione su Pechino per una rivalutazione più rapida dello yuan, pressione che finora non ha sortito alcun effetto. Anche ieri, il presidente della Banca centrale cinese, Zhou Xiaochuan, ha rimarcato che la Cina procederà al passo di sua scelta. «I paesi in surplus - aveva detto nello stesso dibattito il presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, con riferimento trasparente alla Cina - devono consentire al cambio di riflettere meglio i fondamentali di mercato e incrementare gli sforzi per sostituire la spinta dell'export con quella della domanda interna». Il presidente della Fed ha peraltro ricordato, riferendosi agli Usa, che i paesi in deficit devono agire aumentando i risparmi, anche attraverso la politica fiscale.
Mantega ha dichiarato anche l'opposizione del Brasile e degli altri Bric al tentativo di imporre limiti ai controlli sui capitali che diversi paesi emergenti, il suo compreso, hanno adottato nei mesi scorsi per cercare di arginare l'enorme afflusso di investimenti dall'estero, che, secondo stime del settore privato, dovrebbe arrivare a sfiorare quest'anno i mille miliardi di dollari e crea diversi problemi alle politiche economiche. Nelle intenzioni della presidenza francese, si dovrebbe arrivare a una sorta di codice di condotta, elaborato del Fondo monetario, per gli interventi sui flussi di capitale. I paesi emergenti sono contrari anche a limitare l'accumulazione di riserve che molti di essi hanno utilizzato come "assicurazione" contro la crisi, ma che, soprattutto nel caso della Cina, è anche il frutto dei massicci interventi per impedire la rivalutazione del cambio e quindi mantenere la competitività dell'export.
La ricerca di un compromesso sugli indicatori e fra le politiche dei paesi in surplus e quelli in deficit è cruciale, ha sostenuto il governatore della Banca d'Inghilterra, Mervyn King, per non correre «il rischio che questo conflitto deprima permanentemente la crescita mondiale e mantenga alta la disoccupazione». Oggi spetterà ai ministri la difficile ricerca di un accordo.
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19/02/2011