Niente effetto yuan: l'export cinese aumenta del 44%

SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
Il mercato globale mette le ali ai piedi alle esportazioni cinesi, riaprendo così un nuovo punto interrogativo sulla "giusta quotazione" dello yuan.
A giugno, le vendite del Dragone sui mercati esteri sono ammontate a 137 miliardi di dollari, in crescita del 44% rispetto lo stesso periodo dell'anno precedente. Frattanto, le importazioni sono state pari a 117 miliardi di dollari (+34% anno su anno). La brusca accelerazione registrata a giugno dalle vendite di prodotti made in China sui mercati d'oltremare ha consentito a Pechino d'incamerare un robusto surplus commerciale (20 miliardi di dollari tondi tondi), di poco superiore a quello di maggio e il più elevato degli ultimi nove mesi.
Il boom dell'export di giugno è andato oltre le più rosee previsioni degli analisti che, alla vigilia della pubblicazione dei dati doganali, erano perlopiù convinti che con l'arrivo dell'estate le esportazioni del Dragone fossero destinate a perdere spinta dopo la corsa primaverile. E questo, dicono in generale gli analisti esperti della piazza asiatica, è un segnale positivo sia per la Cina che per il resto del mondo. «Le esportazioni cinesi sono andate meglio del previsto perché l'impatto della crisi debitoria europea è stato inferiore di quanto temessero i mercati», spiega Liu Nenghua, economista di Bank of Communication.
Solo il tempo dirà se l'esperto cinese ha ragione oppure no. Intanto, nel mare d'incertezza in cui ancora annaspa l'economia globale, l'andamento del commercio estero di Pechino rappresenta sicuramente un'indicazione positiva e confortante. Se la Cina continua a vendere quote crescenti delle sue merci (l'elettronica, in particolare, è il settore trainante) in giro per il mondo, vuol dire che c'è qualcuno che le compra. Vista da Pechino, quindi, la ripresa della congiuntura internazionale sembra qualcosa di più di una semplice speranza.
Come puntualmente accaduto in passato, però, l'ennesimo, consistente balzo in avanti del surplus commerciale cinese è destinato a dare fuoco alle polveri della vecchia polemica tra Washington e Pechino sul giusto valore dello yuan.
Tre settimane fa, con una mossa a sorpresa, la Cina ha deciso di sganciare la sua moneta dal dollaro al quale era legata dall'estate 2008. Così facendo, la People's Bank of China ha ripristinato il regime di cambio in vigore dal luglio 2005 al luglio 2008, che prevedeva l'oscillazione quotidiana dello yuan in una banda compresa tra +0,5 e -0,5 per cento.
Ma l'operazione finora non ha prodotto grandi risultati, giacché dal 21 giugno a oggi il renminbi si è apprezzato solo dello 0,8% nei confronti del biglietto verde americano. Il che ha riacceso gli animi del movimento trasversale all'interno del Congresso americano che accusa apertamente la Cina di protezionismo valutario e che, presumibilmente, tornerà presto alla carica dell'Amministrazione Obama chiedendo misure punitive contro Pechino.
C'era da aspettarselo. I termini e le modalità del ritorno della Cina al regime valutario precedente alla crisi economico-finanziaria del 2008, infatti, avevano lasciato intendere molto chiaramente che Pechino non è pronta a fare grandi concessioni sul fronte valutario. E che, quindi, la rivalutazione dello yuan (sempre che di questo si tratti, perché niente può escludere che in futuro la moneta cinese si muova in direzione opposta) sarà un processo lento e graduale.
ganawar@gmail.com

I NUMERI



+58%
L'export verso Taiwan
A giugno, le vendite del Dragone sui mercati di Taiwan sono letteralmente schizzate
20 miliardi
Il surplus commerciale
La performance dei prodotti cinesi ha consentito a Pechino d'incamerare a giugno un robusto avanzo commerciale
+0,8%
L'apprezzamento
Dal 21 giugno a oggi il renminbi si è rivalutato solo dello 0,8% nei confronti del biglietto verde americano, molto poco rispetto alle aspettative di mercato

11/07/2010