Macchine da caffè in fuga dalla Cina

Paola Guidi
MILANO
L e prime avvisaglie di un rientro in Italia di produzioni di elettrodomestici delocalizzate in paesi a basso costo della manodopera c'erano già state all'inizio del 2009 quando due multinazionali, la Whirlpool e la Ametek, la cui sede europea è in Italia, avevano deciso di riportare nel nostro Paese rispettivamente dalla Turchia e dalla Cina alcune attività manifatturiere.
Per diverse ragioni a partire da quella che sembra essere ormai tornata importante, la qualità del prodotto e del servizio particolarmente difficile da seguire e mantenere lontano dall'Italia e dall'Europa. Ma con Polti, che ha chiuso in leggera crescita a 120 milioni di euro il 2009, il rientro cominciato in sordina è proseguito più consistente per tutto il 2009 e l'inizio del 2010. Dice Franco Polti, fondatore e presidente dell'omonimo gruppo: «Ho dovuto riportare dalla Cina in Italia tutta la fabbricazione delle macchine per caffè espresso e anche di tutti i nostri apparecchi di fascia media e medio alta. E per il mercato messicano e del Nord America abbiamo deciso di spostare ogni attività dalla Cina nello stabilimento da poco avviato in Messico. I prodotti fatti in Cina infatti non riescono a raggiungere la qualità minima. Là per ora resta una linea per la fascia bassa e per il mercato cinese. Per non parlare dei trasporti con attese sempre più lunghe e frequenti improvvisi fermi, molto onerosi». Il papà di Vaporella e Vaporetto è da poco tornato a comprare in Italia anche i componenti, soprattutto quei 4-5 "strategici" prodotti che garantiscono qualità e sicurezza. «Abbiamo inoltre contribuito a convincere la multinazionale Ametek che aveva portato in Cina la fabbricazione dei motori per aspirapolvere e piccoli elettrodomestici a rivedere questa scelta. O tornavano alla qualità europea o non avremmo più comprato da loro. E così è accaduto. Però non basta, perché per alcuni nostri apparecchi di fascia alta gli accessori che compravamo in Cina si sono rivelati un disastro, così abbiamo chiesto ai fornitori italiani di rivedere un po' i costi mantenendo comunque sempre la qualità. Adesso tutti gli accessori li compriamo qui». La politica della qualità sembra ripagare Polti dei maggiori costi anche perché i due anni di garanzia previsti dal codice del consumo non perdonano: un difetto non riparato o un prodotto non sostituito rovina l'immagine anche del brand migliore.
Così Polti, che non ha fatto cassa integrazione nel 2009, si appresta a lanciare diversi nuovi prodotti made in Italy. Ma per crescere di nuovo a due cifre ha dato mandato a Ge Capital di trovare un partner di minoranza con nuove risorse.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

07/03/2010