LO SCANDALO DELLE ADOZIONI

LO SCANDALO DELLE ADOZIONI

Pechino, 22 giu. - L'Economist titolava così un suo numero un anno fa: Gendercide, what happened to 100 millions baby girls?. Abbiamo provato a esplorare il mondo delle adozioni in Cina, attraverso diverse visuali (questo articolo). Quella di Caixin che ha svelato uno scandalo internazionale e quella di Xue Xinran, autrice di "Le figlie perdute della Cina", edito da Longanesi.

 

LO SCANDALO ADOZIONI

 

In povere provincie della Cina è accaduto anche questo: le famiglie che sgarravano rispetto alla legge del figlio unico, non denunciando un eventuale secondo bambino, hanno visto gli ufficiali incaricati della pianificazione famigliare sequestrare i propri figli dalle proprie case. Il "rapimento" avveniva spesso quando il padre non era presente, perché impegnato come migrante in qualche cantiere di una delle tante metropoli cinesi.

 

I bambini venivano poi portati in un orfanotrofio, dichiarati abbandonati e poi adottati da famiglie straniere (negli Usa principalmente, ma anche in Polonia e Olanda). Alle famiglie originarie veniva posto un ricatto semplice: o pagate la multa, molto salata, o dimenticate di avere un altro figlio. I funzionari della pianificazione guadagnano 100 euro per ogni bambino consegnato agli orfanotrofi. Cifra che arriva a 2500 euro nel caso il bambino venga poi adottato. Un traffico disumano, portato alla luce dalla rivista cinese Caixin e già oggetto di indagine ufficiale da parte delle autorità cinesi.

 

Una storia di povertà, uno degli effetti malsani della legge del figlio unico, che testimonia ancora una volta come lo sviluppo cinese comporti deliranti forme di ricerca del denaro, che si riversano poi contro i bambini, vittime più di altre di traffici e abusi ignobili.

 

Lo scandalo – guardandolo da una prospettiva cinese - conferma anche l'esistenza di un giornalismo di inchiesta locale, spesso non considerato dai media occidentali, rappresentato dalla rivista Caixin, e in grado di sollevare questioni di impatto internazionale. Secondo la rivista diretta dalla battagliera Hu Shuli, complessivamente tra il 2000 e il 2005 le autorità di pianificazione familiare avrebbero sequestrato almeno 16 bambini da genitori che avevano infranto le regole e non potevano pagare le multe conseguenti. Una fonte ha raccontato a Caixin che la maggior parte dei bambini sono stati adottati da famiglie straniere. Non tutti questi bambini erano stati accuditi ed educati da genitori biologici quando sono stati prelevati dalle loro case. Caixin ha appreso che alcuni erano stati allevati dai nonni, zie e zii dato che alcuni genitori lavoravano come i migranti in città lontane.

 

Povertà, legge che inganna, crudeltà e vittime innocenti: è il macabro quadro della realtà scoperchiata da Caixin, un risultato della legge del figlio unico, già messa in discussione recentemente dal censimento che ha evidenziato un paese vecchio. Se i bambini, poi, vengono venduti per essere adottati all'estero, il quadro non può che apparire desolante. E' partita un'indagine ufficiale, che i cinesi si augurano possa svelare i responsabili del traffico. Potrebbero cadere, come di consueto, teste e nomi rilevanti: spesso in Cina questo genere di scandali esce alla luce del sole non senza una chiara intenzione di un repulisti all'interno delle strutture del partito.

 

Il caso classico

Yuan Chaorong è un agricoltore di Gaoping. Nel 2004 trova una bambina abbandonata in una strada di Dongguan, provincia del Guandong. Yuan Chaorong è un povero lavoratore migrante, impiegato in una fabbrica che produce mobili. Raccoglie la bambina, la porta a casa e inizia le pratiche di adozione, lasciando la piccola nella casa della zia che la accudisce con parte del salario del nuovo padre, circa 350 yuan (35 euro) al mese. Tutto sembra andare liscio fino a quando nel 2005, cinque membri dello staff della pianificazione famigliare della provincia entrano in casa della zia e prendono la bambina. "Se la volete indietro, dicono gli ufficiali a Yang, dovete sborsare 8000 yuan come indennità". Una cifra troppo alta per le braccia di Yuan Chaorong, ancora impegnato nella fabbrica e impossibilitato ad abbandonare il lavoro. Quando riuscirà a tornare, scoprirà la bambina già in un orfanotrofio, pronta per essere adottata dall'estero. La piccola infatti è stata dichiarata ufficialmente "abbandonata" per essere inserita nelle liste dei bambini adottabili da persone straniere.

 

Gli ufficiali della pianificazione famigliare riceverebbero circa 100 euro per ogni bambino consegnato alle agenzie di adozione, con un premio di circa 2500 euro per la struttura di accoglienza nel caso il bambino venga poi adottato. Di questi soldi è assai probabile che una "stecca" venga data all'ufficiale responsabile del sequestro e della gestione burocratica dell'adozione. Da lunedì è in corso l'indagine per appurare le responsabilità di questo traffico di bambini, non nuovo in Cina, ma profondamente radicato specie nelle province più povere.

 

Non voglio essere un bambino cinese, madri e padri sono entrambi dei codardi, che per dimostrare la loro risolutezza, di fronte alla morte danno priorità ai loro leader. Lo canta Zhou Yunpeng cantautore non vedente cinese, nella celebre Bambino Cinese. Si riferisce in realtà ad un fatto accaduto in Xinjiang, regione nord occidentale della Cina, nel 1994, quando durante una celebrazione con leader e ragazzi, scoppiò un incendio.

 

Nelle procedure di evacuazione, venne data la precedenza ai leader politici anziché ai ragazzini presenti. Nel corso del tempo però la canzone è sembrata essere una cruda analisi di eventi cinesi: dallo scandalo del latte alla melamina, che ha colpito soprattutto neonati, ai bambini vittime dei crolli delle scuole durante il terremoto del Sichuan, ai bambini impiegati nelle fornaci e più in generale in fabbriche, fino ad arrivare al traffico di bambini con rapimenti e vendite che solo un anno fa provocarono gravi incidenti nelle province cinesi, come nel caso di alcune persone massacrate di botte all'uscita di una scuola, perché sospettate di essere lì per rapire i bambini (si scoprirà poi che erano semplici agenti di una casa editrice).

 

Li chiamano i Piccoli Imperatori, i figli unici accuditi dalle famiglie, viziati, per i quali vengono spesi tutti i risparmi custoditi spesso in casa, anziché in istituti di credito. Nelle città, perché nelle zone più povere i bambini sembrano essere considerati una merce di scambio, un business su cui arricchirsi, senza alcun rispetto per la loro educazione e condizione famigliare. E' un altro esempio delle velocità diverse del paese, tra città e campagne, tra bambini oltre modo vezzeggiati e spinti ad ottenere posizioni importanti nella società, a bambini venduti, dopo essere stati strappati alle cure delle proprie famiglie. Quando non interviene un "sequestro" accade anche l'abbandono naturale, specie nel caso delle femmine: in 10 anni sarebbero oltre 80 mila i bambini abbandonati e adottati da famiglie statunitensi.

di Simone Pieranni

 

LE FIGLIE PERDUTE DELLA CINA

 

 

Pechino, 22 giu. - Abbandonate, annegate, rifiutate, strozzate nel proprio cordone ombelicale. Avvolte in scialli di broccato o nascoste ai bordi della strada con un sassolino, una foglia, un nome nella mano. Cresciute in orfanotrofi o in famiglie che nulla sanno della loro origine. Sono queste Le figlie perdute della Cina che ci racconta Xue Xinran.

 

Fanno parte di quei cento milioni di bambine scomparse di cui chiedeva conto l'Economist con una copertina che gridava il nome dello scandalo: gendercide, omicidio di genere. Due minuscole scarpette rosa su un gigantesco sfondo nero. Una consuetudine rurale che fatica a scomparire, anche nella moderna e positivista Cina.

 

Il figlio maschio sarà un aiuto nei campi, permetterà di portare avanti il nome e la ricchezza del clan, accudirà i genitori quando invecchieranno. Sarà garanzia per il futuro e consolazione per gli antenati. E, se per legge è concesso un solo tentativo, la nascita di una bambina è temuta come una sciagura che si abbatterà sulla famiglia, una vergogna che ne infanga l'onore e che risale l'albero genealogico fino a sporcare il ricordo degli avi.

 

È indescrivibile il dolore che ogni madre deve affrontare per essersi sentita costretta a rinunciare a una figlia. Ed è un dolore taciuto, nascosto, represso. Bisogna continuare a vivere per provare a dare alla luce un maschio, e bisogna continuare a mentire perché si è disobbedito al Governo.

 

La stessa legge sulla pianificazione familiare, infatti, proibisce l'allontanamento delle donne che partoriscono figli di sesso femminile e afferma che è illegale abbandonare le neonate. Ma la realtà è sempre più complicata e la brava sposa di campagna sa che deve generare un maschio. È convinta che ogni donna che partorisce una bambina ha un'unica strada da percorrere: «sistemarla», ovvero, sbarazzarsene. Xue Xinran riesce a far parlare queste donne perché cerca disperatamente una giustificazione all'amore che sua madre le ha negato durante l'infanzia.

 

È cresciuta negli anni Sessanta, affrontando da sola la tremenda carestia che seguì il Grande balzo in avanti, la Rivoluzione culturale e i campi di rieducazione. Erano tempi difficili quelli, preoccuparsi della propria famiglia "era un comportamento capitalista e come tale poteva essere punito". La piccola Xinran si è sentita abbandonata e crede che ogni madre abbia il dovere di spiegare alla propria figlia i motivi del suo gesto, di convincerla dell'inevitabilità del suo amore. Anche se non la rivedrà mai più.    Così, quando alla fine degli anni Ottanta la Cina intraprese la strada delle riforme, Xinran cominciò a lavorare in una radio di Nanjing. Dal 1989 al 1997 fu conduttrice di uno dei più ascoltati programmi radiofonici locali. Si chiamava Parole nel vento della sera ed era rivolto alle donne. Girò la Cina in lungo e in largo per scoprire e raccontare il loro dolore silenzioso e capì che quelle storie che pensava appartenessero solo alla Cina rurale, abitavano anche le moderne metropoli. Vide la lavapiatti del ristorantino dove pranzava ogni giorno tentare il suicidio dopo aver assistito al compleanno di una bambina di città.

 

Non sapeva che una bambina potesse essere felice. Vide coppie che si allontanavano dal proprio luogo ufficiale di residenza e che si muovevano da una città all'altra per sfuggire i controlli abbastanza a lungo da partorire un maschio. Li chiamano "i guerriglieri delle nascite clandestine" e il loro percorso è disseminato di bambine abbandonate.  Convinse una vecchia signora che riparava biciclette a raccontarle il suo precedente lavoro da levatrice. Un compenso normale per la nascita di una femmina, da tre a sei volte tanto per la nascita di un maschio, una cifra di molto più elevata se doveva «sistemare» la bambina. A volte poteva farla sparire: venderla a una donna che non poteva avere figli propri, o abbandonarla. Non vide mai più quella signora, non poteva sopportare il peso dei ricordi.  Nel 1997 Xinran si trasferì a Londra, dove tutt'ora vive e lavora. Continua il suo lavoro di giornalista e cerca di colmare il vuoto lasciato dalle madri naturali negli orfani cinesi adottati all'estero. Sono oltre centoventimila, e sono quasi esclusivamente bambine. Il suo libro è dedicato a loro.

di Cecilia Attanasio Ghezzi

 

 

Questo articolo è apparso su China Files il 21 giugno 2011

 

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