Le scarpe Imac « scoprono» la Cina

Cristina Jucker
«I negozi per noi sono un lavoro nuovo, importante e molto impegnativo. Ho imparato più cose ora che nei trent'anni precedenti». Renato Mazzocconi, vice presidente e amministratore delegato di Imac (tra i primi cinque gruppi calzaturieri italiani) si dice soddisfatto dell'avventura iniziata nel 2007 con i Primigi store: in soli due anni sono stati aperti 40 negozi con questo marchio e l'obiettivo è di arrivare a 70 entro la fine del 2010. «Questa esperienza è stata molto importante per capire cosa vuole il mercato. In più ci ha portato ad allargare la nostra offerta lanciando, accanto alle scarpe (nella foto, un modello recente), le collezioni di abbigliamento per bambini da 0 a 14 anni sempre a marchio Primigi» spiega Mazzocconi.
Fondata dall'attuale a.d. e da suo fratello David (oggi presidente) nel 1975, la Imac spa di Montefiore dell'Aso (Ascoli Piceno) era partita come laboratorio per l'orlatura delle tomaie. Oggi ha sei stabilimenti di proprietà: quattro in Italia (due nelle Marche, uno in Umbria e uno in Abruzzo), uno in Tunisia e un altro in Bulgaria. Ogni giorno produce 32mila paia di scarpe, con poco meno di 1.500 dipendenti diretti. L'anno scorso è riuscita a mantenere i ricavi sullo stesso livello del 2008: 153 milioni circa, realizzati per il 43% in Italia, per il 57% sui mercati internazionali, in particolare Nord Europa, Nord America e Asia. «È soprattutto l'abbigliamento che ha tenuto» dice Mazzocconi. E quest'anno come sta andando? «Mi sembra che un po' di ripresa ci sia, soprattutto all'estero, in Germania, in Scandinavia e anche negli Stati Uniti. Il mercato italiano resta un po' fiacco: la crisi non è finita, e si sente. Comunque per ora a noi sta andando abbastanza bene, anche se resta un'incognita: gli ordini non mancano, il problema è incassare i soldi».
Dalla fine degli anni '90 il gruppo ha cominciato ad avviare la produzione in Tunisia e più tardi in Bulgaria: «Dall'estero arrivano i semilavorati – prosegue l'a.d. – poi tutti i prodotti vengono finiti qui, in Italia. Quando nel 1996 abbiamo iniziato a delocalizzare – ricorda – avevamo 300 dipendenti in Italia, adesso ne abbiamo 650. Allora erano soprattutto operai, ora sono soprattutto impiegati».
Ma la vera sorpresa del gruppo marchigiano si chiama Cina: non un concorrente pericoloso, ma un mercato che sta dando grandi soddisfazioni: le scarpe a marchio Imac hanno un grande successo. «C'è molto interesse per il nostro prodotto e per la particolare tecnologia con cui è realizzato (una tecnica di iniezione diretta del fondo in poliuretano, per cui la suola si forma aderendo direttamente alla tomaia, ndr). Con il nostro partner cinese abbiamo già aperto 14 negozi nei migliori centri commerciali. E ci aspettiamo nuovi sviluppi anche nei paesi vicini».
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02/04/2010