LE PECCHE DEL MODELLO CINA

LE PECCHE DEL MODELLO CINA

Milano, 30 nov.- Pil da record, successi commerciali, investimenti in tutto il mondo. L'economia cinese appare sempre più miracolosa, ancor di più da quando è riemersa apparentemente illesa dalla crisi finanziaria globale. Naturale che la leadership di Pechino, timoniera delle manovre, sia guardata con ammirazione da più parti nel mondo. Ma davvero la sua gestione politica è stata efficace?
 
 
Secondo Barry Naughton, presidente del Chinese International Affairs Center della Graduate School of International Relations and Pacific Studies dell'Università della California, no (leggi l'intervista). O, almeno, non in tutti i settori: «L'obiettivo di rallentare la crescita economica per favorire l'equità è stato mancato completamente -, segnala lo studioso -. I suggerimenti contenuti nel dodicesimo piano quinquennale [dal 2010 al 2015, ndr] sono simili a quelli che facevano parte già dell'undicesimo e del decimo piano. Tra gli altri, c'è quello di aumentare il reddito delle famiglie cinesi e di attuare lo "sviluppo scientifico", vale a dire ridurre l'inquinamento, investire di più nel settore dell'educazione e nella qualità del lavoro, puntare sull'innovazione nelle campagne e ridistribuire i vantaggi della crescita».
 
 
Queste dichiarazioni di intenti, unite ai continui appelli affinché si realizzi una società "armoniosa", non significano che la Cina stia davvero andando nella direzione auspicata. Anzi: «Sarebbe un grave errore equiparare ciò che la Cina auspica di realizzare con ciò che davvero realizza. La performance reale della Cina è stata molto poco costante in questi anni di riforma - dice Naughton -. Nei progetti legati al welfare, il governo ha ottenuto buoni risultati: nelle zone rurali ha eliminato tasse, aumentato gli investimenti nel settore dell'educazione e creato un bozza di assicurazione sanitaria; nelle aree urbane, ha ristrutturato il sistema delle pensioni e favorito l'aumento del numero dei laureati. Sono passi nella giusta direzione».
 
 
Tuttavia, quando si prende in esame l'obiettivo centrale del discorso sulla "armonia", quello del bilanciamento economico all'interno del Paese, secondo Naughton «le azioni del governo hanno segnato un totale fallimento. Sono sei anni che i leader cinesi promettono di riequilibrare il Paese, ma nulla si è riuscito a fare in questa direzione. Per portare la Cina verso un modello di sviluppo più sostenibile, il Pil avrebbe dovuto scendere, ma questo non è avvenuto». Che i livelli di disuguaglianza in Cina siano elevati lo conferma il rapporto OSCE del 2010: nel Paese l'indice di Gini (che misura la disparità reddituale da zero a 100) ha superato la soglia dei 40 punti, segnalando un gap tra ricchi e poveri maggiore di quello che si registra negli Usa, tempio del libero mercato.
 
Nella Repubblica popolare, questo si traduce in un enorme divario tra i redditi dei lavoratori urbani e quelli rurali, che sono fino a due o tre volte inferiori ai primi. La leadership non ha ammesso di aver mancato questo obiettivo: «I leader sono silenti rispetto al fallimento del ribilanciamento, che era uno degli obiettivi dell'ultimo piano quinquennale». Le riflessioni della dirigenza sull'ultimo piano quinquennale non si soffermano su questo problema, almeno non a livello ufficiale: «Wen Jiabao, come altri rappresentanti della leadership, nel marzo 2010 ha parlato di come la Cina abbia appreso dalla crisi economica che per contare su un sistema decisionale efficace servono una organizzazione forte e un potere concentrato».
 
 
Per Naughton, però, la ragione del fallimento degli ultimi piani quinquennali sta non tanto nella mancanza di un potere centrale forte, ma nel fatto che la politica economica non sia stata rinnovata e che, quindi, gli interessi dominanti nel sistema siano rimasti invariati: «Senza una ulteriore riforma economica è difficile ridistribuire la ricchezza nel Paese. Le aziende statali e il governo continuano ad essere i soggetti che dispongono delle maggiori risorse. Per cambiare questo modello bisogna introdurre una riforma economica che trasformi gli interessi dominanti». Il sistema cinese, al contrario, «ha istituzionalizzato la rappresentanza degli interessi economici al vertice (i top manager delle aziende spesso appartengono al comitato centrale del PCC) senza creare istituzioni per rappresentare gli altri interessi». Si tratta, per Naughton di una vera e propria «stagnazione» su alcune questioni fondamentali: «Il governo cinese offre ancora poche rassicurazioni al business privato rispetto a quelle che offre alle aziende di Stato. Alla scarsa credibilità legislativo-regolativa dell'intero sistema si aggiunge poi l'ostinata opposizione cinese all'apprezzamento della moneta, che avrebbe invece l'effetto di lanciare i consumi e la domanda domestica».
 
 
 
di Emma Lupano
 
 
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