LA POTENZA SCIENTIFICA DELLA CINA

Entro il prossimo decennio la Cina supererà gli Stati Uniti nella capacità di trasformare la sua ricerca e sviluppo in prodotti e servizi. La previsione è del prestigioso Georgia institute of technology statunitense. Già ora il gigante asiatico per il numero di lavori scientifici pubblicati è secondo solo agli Usa (120mila articoli contro i 350mila) e ha il più alto numero di studenti (25 milioni) iscritti in istituti e università di qualsiasi altro paese. In più, ha già avviato e sta intensificando gli sforzi per attirare in patria i migliori cervelli in fuga, strategia in linea con l'ambizione di diventare – come indicato nel Piano per lo sviluppo della scienza e della tecnologia 2006-2020 – una nazione orientata all'innovazione.
Ma quante probabilità ci sono che la Cina diventi una superpotenza scientifica? A oggi, i punti di forza che sostengono la creazione di un clima di ricerca favorevole si equiparano ad altrettanti punti deboli. Nel lungo termine, però, l'ago della bilancia potrebbe pendere definitivamente verso una supremazia scientifica della Cina (il titolo è una translitterazione della parola scienza, ndr), come il New Scientist ha titolato l'analisi di Jonathan Adams "Get ready for China's domination of science". In altri termini, Nord America ed Europa dovranno adeguarsi a un nuovo ordine mondiale anche in campo scientifico. È quindi solo una questione di tempo se, come sembra, la Cina sceglie di passare da un'economia manifatturiera a un'economia della conoscenza basata sulla ricerca che esce da istituzioni proprie.
I dati sugli investimenti in formazione, ricerca e sviluppo, e le politiche messe in atto da Pechino sembrano non lasciare dubbi, come riporta l'ultimo rapporto di Thomson Reuters. Ma ciò che ha fatto scalpore è stato il ritorno di ricercatori di alto livello, come il biologo Yigong Shi. Residente da 18 anni negli Usa, con tanto di cittadinanza, corteggiato dalle principali università americane, responsabile di un laboratorio all'Università di Princeton finanziato con 2 milioni di dollari all'anno per ricerche sul cancro, Shi nel 2008 si è dimesso rinunciando a 10 milioni di dollari per diventare preside alla Tsinghua University di Pechino. Con una preicsa missione: liberare la cultura scientifica cinese da clientelismi e mediocrità. E in meno di due anni ha già assunto 18 borsisti post doc provenienti quasi tutti dagli Usa, e ognuno ha già aperto un laboratorio indipendente.
E non è tutto. Vivek Wadhwa, direttore del Centro di ricerca, imprenditorialità e commercializzazione alla Duke Univerity, segnala su Twitter che «le misure anti-immigrazione americane e il boom economico in Cina facilitano il rientro dei cervelli cinesi». E riporta un sondaggio del 2008 svolto alla Duke, alla Berkeley e ad Harvard dal quale emerge che su 229 studenti cinesi, solo il 10% intende stabilizzarsi negli Stati Uniti. Ma anche se il paese del Dragone dimostra di essere una società sempre più moderna e in rapida trasformazione, il clima scientifico è ancora molto politicizzato. L'Accademia cinese delle scienze nell'elezione biennale degli accademici non ha considerato il rimpatriato Shi, nè altri "rientri eccellenti" come il biologo Yi Rao, che ha lasciato nel 2007 la Northwestern University per diventare preside della facoltà di Scienze della vita all'Università di Pechino. Giochi di potere che sopravvivono e che si manifestano anche nella blogosfera, dove Shi è stato definito uno "straniero" e tacciato di falsità e inaffidabilità proprio dai colleghi. Ciò dimostra che chi importa meritocrazia e trasparenza viene ancora boicottato. Non tanto dal governo centrale, aperto a nuove idee, quanto dalle rigide gerarchie locali. Offrire stipendi pari a quelli occidentali, quindi, non è il solo sforzo che Pechino deve fare per sradicare una cattiva condotta in campo scientifico. Le pressioni per ottenere risultati "visibili" incoraggiano frodi accademiche e corruzione. E su questi fronti la Cina deve lavorare ancora molto.
Nei rispettivi editoriali, le due principali riviste scientifiche internazionali, Nature e Lancet, hanno commentato il caso degli scienziati della Jinggangshan University accusati di aver fabbricato 70 documenti presentati alla rivista specializzata online Crystallographica. Il fatto è solo la punta dell'iceberg: da un sondaggio dell'Associazione cinese per la scienza e la tecnologia è risultato che più della metà degli scienziati cinesi sono a conoscenza di episodi di cattiva condotta da parte dei loro colleghi. E tra le ragioni c'è anche la mancanza di autonomia della comunità scientifica. Allora il sorpasso ci sarà solo quando la quantità si tradurrà in qualità. Per la legge dei grandi numeri, la Cina sfornerà nei prossimi anni una montagna di talenti. E sarà inevitabile misurarsi in termini di scoperte e premi Nobel.
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27/01/2011