La nemesi di Bretton Woods

di Riccardo Sorrentino
La Cina è un osso duro. Anche Barack Obama se ne è reso conto: dopo aver ricevuto un brutto «no» alla richiesta americana di rivalutare con decisione lo yuan, ha dovuto incassare una seconda bruciante sconfitta e assistere alla creazione, da sempre osteggiata, di un "Fondo monetario" asiatico per gestire le crisi, animato da Pechino e Tokyo che ora fanno valere il proprio ruolo di creditori globali.
I messaggi dei cinesi sono dunque molto chiari: non sono subalterni a Washington. Sul cambio, cambieranno strada quando, a loro avviso, sarà la cosa giusta da fare. E gli Stati Uniti, in fondo, lo sanno bene: uno yuan più forte ridurrebbe il valore degli enormi investimenti di Pechino in dollari, avrebbe costi ingenti per tutti. Senza contare che non rallenterebbe l'export, come sperano gli americani sommersi dalle merci cinesi: questi prodotti resterebbero comunque convenienti, anche grazie ai salari molto bassi. Quando il dollaro si svalutò del 50%, nel 1985, l'effetto sulle importazioni dal Giappone fu molto piccolo.
Per gli Stati Uniti, però, lo yuan resta il simbolo del loro più grande problema. In gioco non c'è solo l'economia, ma il ruolo internazionale di Washington, e non sempre questo aspetto emerge in modo evidente. In genere si dice che gli americani, indebitati e un po' spendaccioni, comprano in Cina e in altri paesi più prodotti di quanti vendano, creando un deficit con l'estero.
Il meccanismo in realtà funziona al contrario. La valuta Usa è la moneta di pagamento internazionale, e tutto il mondo indirizza risorse negli Stati Uniti per ottenere dollari e pagare, per esempio, petrolio e materie prime. Semplificando, investitori o banche centrali straniere aprono depositi o comprano bond a New York e acquistano così un credito a cui corrisponde un debito, a tassi convenienti, degli americani. Ogni volta che il Tesoro, la Fed e i privati non concedono crediti in altri paesi per un valore uguale, risparmiando - e non hanno alcun incentivo a farlo - il risultato è un deficit con l'estero.
Questo disavanzo e questo indebitamento americano sono il prezzo del primato valutario degli Usa. Hanno la funzione di fornire al mondo la liquidità necessaria alla crescita economica, un compito che gli Usa dovrebbero svolgere, per evitare una recessione globale, anche quando la situazione interna consiglierebbe invece di "chiudere i rubinetti" e ridurre l'offerta di moneta. Molte bolle finanziarie e qualche crisi trovano qui la loro lontana origine.
Gli Stati Uniti traggono molti vantaggi da questo primato: vivono al di sopra dei loro mezzi e hanno un evidente privilegio nelle relazioni economiche internazionali. Washington non sembra accorgersi però di camminare lentamente verso la catastrofe: il deficit minaccia di crescere nel tempo, e potrebbe erodere la credibilità del dollaro, facendolo collassare. Fu il destino della sterlina negli anni 20 del 900, e la crisi coinvolse anche la Francia che aveva accumulato ingenti riserve nella moneta britannica. Anche per questo motivo Pechino è preoccupata e resiste alle pressioni: potrebbe crollare come Parigi. Il paese riceve dall'estero flussi enormi di investimenti e le valute straniere qui dirette vengono canalizzate nelle riserve della Banca centrale, ormai vicine ai 2.300 miliardi di dollari, grazie ai queli oggi possiede un terzo del debito pubblico Usa.
Per Washington il problema è anche più grave. A ritorcersi contro l'America è il "suo" sistema finanziario internazionale, costruito nel 1944 con gli accordi di Bretton Woods e poi, dal 1971, con una politica unilaterale: prevede che l'onere di pareggiare i conti con l'estero ricada sui paesi debitori (più precisamente, quelli che accumulano debiti). Nessun escluso, neanche le economie molto solide come gli Usa. L'unica cura è stringere la cinghia, andare in crisi, ridurre i consumi e quindi l'import, e accumulare così un po' di risparmi. Succede, di tanto in tanto.
Prima degli anni 70, quando erano ancora creditori globali, gli Stati Uniti si sono in realtà accollati spesso l'onere di riequilibrare i conti dei partner, ma come concessione politica, allo scopo di rafforzare la propria sfera di influenza. Una volta diventati debitori, hanno moltiplicato le pressioni sui paesi "in attivo" perché li aiutassero: hanno avuto successo con Giappone e Germania nella svalutazione del 1985, ma la stabilizzazione è stata parziale, e non duratura. Non poteva essere altrimenti: il sistema lavora "contro" il dollaro, ne erode dall'interno la credibilità.
C'è una soluzione? Molte proposte - compresa quella del governatore della banca centrale cinese Zhou Xiaochuan - invitano ad adottare come moneta globale gli Sdr emessi dal Fondo monetario internazionale. La valuta di riferimento si sgancerebbe così dalle politiche di un singolo paese, e gli Usa (e la Cina) da una situazione ormai rischiosa; anche se il sistema resterebbe soggetto a crisi: l'onere del riequilibrio ricadrebbe ancora sui paesi debitori.
Sono in realtà proposte nate morte: gli Stati Uniti non accetteranno mai di perdere i privilegi generati dal dollaro, che sostengono il loro sistema finanziario e proiettano la loro economia ovunque nel mondo. Washington preferirà camminare su un filo, rischiare mille crisi. E continuerà a far pressioni sulla Cina come fece su Giappone e Germania nel 1985 per svalutare la sua valuta.
Pechino però non è Tokyo, né Bonn, allora più deboli verso gli Usa: è la capitale di un impero emergente e autocratico, geloso della propria indipendenza. La svolta del Fondo monetario asiatico, la Chiang Mai Initiative, insieme all'idea, che aleggia, di un Piano Marshall cinese per concedere prestiti ai paesi emergenti di Asia, Africa e America Latina, hanno però mostrato che la Cina vuol fare un passo avanti e far valere il suo status di creditore globale, e che non sarà facile fermarla. È dunque una sfida aperta all'America e al suo ruolo internazionale. Washington saprà rispondere?
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07/01/2010