LA LINGUA SEGRETA DI CHINATOWN

DI LUCA TREMOLADA
L'aria è pesantissima. Nell'internet point di via Arnolfo di Cambio, che incrocia Paolo Sarpi, l'arteria che divide in due la ChinaTown di Milano, non ci sono molte finestre. Si parte da qui per scoprire come e se la comunità cinese usa il web. Tastiere e monitor sono incassati dentro strettissime gabbie di legno da poco prezzo. Solo il bagliore dei monitor e un leggerismo ticchettio lascia intuire che qualcuno sta usando un pc. Nessuno ha voglia di raccontare quello che sta facendo, ideogrammi cinesi entrano ed escono da una finestra di chat, lentamente. In fondo alla sala stretta qualche suono indica la presenza di un videogame che però viene subito soffocata quando qualcuno percorre il corridoio. Poco distante, in una parallela di via Aleardi c'è un'altro internet point che però ha la porta sbarrata dalle forze dell'ordine perché nascondeva un albergo clandestino. Solo un mese fa controlli incrociati da parte dei carabinieri hanno messo sottosopra il quartiere. Forse sta tutto qui il riserbo che accoglie domande tutto sommato innocue. Ma bastano pochi passi nel quartiere cinese milanese per cambiare idea. «Chiu chiu (QQ) – risponde sicuro un giovane commercialista che ha aperto uno studio per le dichiarazioni dei redditi del quartiere –. Qui intorno tutti usano la chat di Qzone. È la più popolare, è internazionale nel senso che non ci sono solo cinesi ed è un buon metodo per passare il tempo in negozio».
Poco distante, in via Antonio Rosmini, dentro un negozio di accessori per pc: «Sì, QQ la conosco ma non è vero che è il più usato? Io – risponde un adolescente che dice di chiamarsi Lin – uso messenger di Msn o anche Google. Non c'è differenza – racconta senza togliere un secondo gli occhi dal monitor –. Non serve per parlare con la famiglia in Cina ma con gli amici che hai. Per i parenti basta il telefono, e poi da dove vengo io non c'è internet».
Altri cento metri, sempre lungo via Rosmini, un locale offre Wifi gratis. Dentro due adolescenti: la prima si scambia foto attraverso una chat in cinese. Il secondo gioca a un videogame di ruolo di ambientazione fantasy. «È gratis – osserva – non si paga e funziona bene. Ogni tanto gioco online in squadra con cinesi ma mi piace cambiare. Solo che scrivere in cinese è più facile mentre si gioca». Da fuori la lingua più importante delle tecnologie e del tipo di social network. Usare gli ideogrammi sembra essere un gesto di appartenenza. Ma non in senso nazionalista. Dalle tastiere, mi fa capire un anziano gestore di una libreria cinese, esce più un gergo giovanile che l'espressione di un connotato nazionale. «Chatteranno anche ma non leggono libri perché pochi conoscono bene il cinese scritto. Del resto, la comunità di Paolo Sarpi si è insediata da ben due generazioni. Sono molte le persone nate qui». Conoscono il dialetto ma parlano cinese, chattano su internet. E forse proprio sulla rete si sentono liberi di comunicare in modo nuovo.
luca.tremolada@ilsole24ore.com
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30/04/2009