La Fed non frena le Borse

Morya Longo
«Il rialzo del tasso di sconto americano allo 0,75% non rappresenta l'inizio di una stretta monetaria». A Bill Gross, il numero uno del fondo Pimco, basta una battuta per liquidare la decisione presa dalla Federal Reserve giovedì notte: non è cambiato molto. E in effetti anche i mercati hanno reagito con un'alzata di spalle. Le Borse hanno chiuso positive sia in America (Wall Street +0,22%), sia in Europa (Londra +0,62%, Parigi +0,58%, Milano +0,40%). E anche i T-Bond Usa hanno terminato la seduta con prezzi in rialzo, dando più importanza al debole dato sull'inflazione Usa (+0,2% a gennaio, sotto le attese) che al rialzo del tasso di sconto. Eppure, dietro le quinte, gli investitori sanno che sui titoli di stato Usa e sulle Borse ci sono molte nuvole: l'atteggiamento della Cina, le politiche della Fed, le decisioni delle agenzie di rating e la protesta delle banche contro il piano-Obama. Questi sono i veri nodi con cui i T-Bond americani, quindi i mercati di tutto il mondo, dovranno fare i conti nei prossimi mesi. Se di fronte al rialzo del tasso di sconto i mercati possono alzare le spalle, su tutte queste incognite non possono. Non è un caso che da inizio anno i T-Bond Usa hanno perso, nei confronti dei Bund tedeschi, più di mezzo punto percentuale: le tensioni ci sono.
Tra Cina e Dalai Lama
Quando pochi giorni fa è arrivata la notizia che Pechino non è più il principale possessore di titoli di stato americani, più di un osservatore ha avuto un sussulto. La Repubblica Popolare da anni è infatti il maggiore acquirente di titoli di stato americani. Un anno fa Pechino aveva quasi il 40% delle sue riserve investite in titoli di stato Usa, mentre a dicembre la percentuale è scesa al 31%. I timori sono legittimi: se la Cina riducesse gli acquisti di T-Bond, per gli Stati Uniti potrebbero esserci maggiori difficoltà a rifinanziare l'immensa quantità di debito pubblico. E le proteste di Pechino per la visita del Dalai Lama alla Casa Bianca non giovano certo a rasserenare gli animi.
Per ora, però, i timori sono solo latenti. La maggioranza degli economisti è anzi convinta che la Cina non intenda veramente diminuire gli acquisti di T-Bond americani. Barclays nota che Pechino non ha cambiato atteggiamento sui T-Bond: già prima della crisi aveva iniziato lentamente a ridurne gli acquisti a favore di una maggiore diversificazione. Alcuni giornali hanno anche ipotizzato che la Cina stia comunque comprando T-Bond attraverso banche estere. Altri economisti, però, vedono comunque un potenziale pericolo per gli Stati Uniti. Una cosa è certa: la variabile Pechino rende i T-Bond (e l'America) più vulnerabili.
La Fed e le banche
L'altro elemento di incertezza arriva dalla Federal Reserve. Il rialzo del tasso di sconto, come detto, non ha grande impatto: non si tratta dei Fed Funds (cioè dei tassi ufficiali), ma semplicemente del tasso a cui le banche si finanziano presso la Fed. A febbraio le banche Usa hanno preso in prestito solo 14 miliardi di dollari, poco. Per questo la "stretta" non muove quasi nulla. Anche perché la stessa banca centrale continua a ripetere che i Fed Funds resteranno invariati.
Il problema è un altro: la «exit strategy», ormai iniziata. La Fed ha terminato a ottobre il piano di acquisti di T-Bond e a marzo chiuderà il 90% dei programmi di acquisto di bond varati durante la crisi. Per tutti i bond Usa si ridurranno dunque questi sostegni, preziosi a tenere bassi i tassi d'interesse. Non solo. Il «Financial Times» sostiene che anche le banche Usa potrebbero ridurre gli acquisti di T-Bond se Obama portasse avanti il piano Volcker. Forse le cose andranno diversamente: ma se così fosse, il Tesoro Usa perderebbe anche il loro sostegno.
Le agenzia di rating
C'è poi la variabile rating. Il 6 maggio si terranno le elezioni in Inghilterra. Se non uscisse dalle urne un governo forte, qualche agenzia potrebbe tagliare il rating alla Gran Bretagna. Standard & Poor's ha già messo il rating in «outlook» (prospettive) negativo. Poi gli occhi si sposteranno sugli Stati Uniti. Già Moody's ha ventilato l'ipotesi di non considerare il rating Usa (attualmente "AAA") intoccabile. Se lo toccasse al ribasso, per i T-Bond sarebbero ulteriori dolori.
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20/02/2010