La Cina torna ai beni capitali

di Riccardo Sorrentino Era una fonte di stupore e di preoccupazione. La politica estera cinese, nei mesi scorsi, è stata segnata da una lunga serie di accordi commerciali con i paesi produttori di materie prime. Ora le cose stanno un po' cambiando. Lo sviluppo della Cina continuerà ad alimentare la domanda di risorse minerarie e le pressioni sui prezzi. La richiesta è però destinata a rallentare, sia pure in modo graduale. «Il pacchetto di stimolo basato su investimenti e infrastrutture prevede un uso intenso di materie prime nel 2010 e nel 2011 - spiega Glenn Maguire in un'analisi della Société Générale - ma l'avanzamento dei lavori di ferrovie e aeroporti è vicino al completamento e la Cina ora ha bisogno di beni capitali come segnali, meccanismi per gli scambi, sistemi di controllo computerizzato e così via».
Gli acquisti di macchinari diventeranno quindi sempre più importanti, e la "fame" di materie prime sempre più indiretta. A marzo 2010, l'importazione dall'estero di beni capitali è aumentata al ritmo del 50% annuo, e presto la quota di questi prodotti sul totale dei beni acquistati oltre frontiera comincerà ad aumentare rispetto alle commodities. Nello stesso mese - e non è un caso - le esportazioni tedesche sono cresciute del 10,7% mensile.
Il gioco delle valute, aggiunge infatti Maguire, non potrà che avvantaggiare Eurolandia. «La combinazione tra l'indebolimento dell'euro e l'evoluzione dell'attività di costruzione di infrastrutture in Cina verso una fase caratterizzata dall'uso più intenso di beni capitali sta già sostenendo il commercio con l'estero tedesco», spiega la ricerca di Sg. Insieme alla zona euro, risulterà avvantaggiata anche la Corea del Sud, il cui won sta perdendo terreno; mentre Stati Uniti e Giappone potrebbero restare un po' indietro. «I produttori di beni capitali coreani ed europei sono meglio posizionati per beneficiare di queste dinamiche, mentre gli americani e i giapponesi probabilmente perderanno queste opportunità a causa della notevole perdita di competitività dell'ultimo mese».
Il dollaro e lo yen, da novembre, hanno guadagnato verso l'euro il 17%, mentre lo yuan (e la rupia indiana) sono salite del 22 per cento. Nel solo mese di maggio la valuta di Pechino si è apprezzata dell'8%, restando ovviamente stabile verso la moneta americana. Questi movimenti dei cambi aiutano Eurolandia senza limitare le importazioni di Pechino. «Raramente le performance commerciali cinesi hanno seguito, rispetto al cambio, le indicazioni dei "libri di testo"». Tra dicembre 2004 e giugno 2005 lo yuan è salito del 15% sull'euro, «ma nella seconda metà del 2005 - aggiunge lo studio Sg - l'export europeo verso la Cina ha segnato una crescita media del 32% annuo». Il vecchio continente, in quel periodo, divenne il primo partner commerciale dell'impero di mezzo.
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30/05/2010