La Cina non molla i Treasury

Luca Vinciguerra
SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
La Cina non mollerà il dollaro al suo destino e continuerà a investire nei titoli del Tesoro americano. Ma in futuro, contrariamente a quanto pensa qualcuno sul mercato, non comprerà oro a mani basse e limiterà la propria esposizione sul metallo prezioso.
Lo ha detto ieri Yi Gang il potentissimo direttore dello State administration of foreign exchange (Safe), a margine dei lavori dell'assemblea nazionale del popolo, la sessione annuale del parlamento cinese in corso in questi giorni a Pechino. «I T-Bond rappresentano il maggior mercato mondiale dei titoli di stato. Viste le dimensioni cospicue delle nostre riserve valutarie, è normale che per noi questo mercato sia di fondamentale importanza», ha spiegato Yi Gang.
Nonostante le ricorrenti indiscrezioni su un possibile, graduale disimpegno di Pechino dal dollaro e dai bond americani che mettono puntualmente in subbuglio i mercati valutari, Pechino ribadisce a chiare lettere in una vetrina politica di grande visibilità come l'assemblea nazionale del popolo il proprio impegno finanziario verso Washington.
A parte gli speculatori, sempre abilissimi nell'amplificare e distorcere le notizie pur di far quattrini, nessun osservatore serio ha mai creduto nell'ipotesi che la Cina potesse realmente alleggerire i propri investimenti nell'area dollaro per far rotta su altre valute.
Oggi Pechino custodisce nei suoi forzieri 2.400 miliardi di dollari di riserve valutarie. Poco meno di due terzi di questo immenso tesoro è immobilizzato in asset denominati nel biglietto verde. Al 31 dicembre 2009, 894,8 miliardi di dollari erano congelati in titoli del Tesoro americano; tuttavia, secondo quanto sostengono alcuni esperti, il reale ammontare di T-Bond nel portafoglio cinese sarebbe più elevato, poiché negli ultimi tempi il Dragone avrebbe sottoscritto quote crescenti di obbligazioni pubbliche Usa tramite intermediari finanziari, soprattutto di nazionalità britannica.
Una cifra suppergiù di pari ammontare, invece, è investita in azioni, obbligazioni, e attività immobiliari e finanziarie di vario genere situate sull'altra sponda del Pacifico. Oggi più che mai, dunque, le due superpotenze sono ostaggio l'una dell'altra. Washington perché ha bisogno dei soldi di Pechino per finanziare il suo gigantesco e lievitante debito pubblico. E la Cina perché, sebbene sia sempre più preoccupata dalla sua eccessiva esposizione sugli Stati Uniti, è costretta a continuare a finanziare il debito Usa.
Per due buone ragioni. La prima è che, se un domani la Cina decidesse davvero di liquidare le sue posizioni in dollari, il suo grande creditore finirebbe rapidamente in default, con il risultato che i suoi investimenti diventerebbero carta straccia.
La seconda è che, di fatto, oggi Pechino non ha delle valide alternative agli investimenti nei Treasury Bond. Una battuta pronunciata ieri da Yi Gang conferma le difficoltà cinesi nel tentativo di diversificare le proprie riserve valutarie. «A conti fatti, in un orizzonte temporale di 30 anni, l'oro non è un grande investimento» ha osservato il direttore del Safe, facendo intendere chiaramente che il Dragone non ha alcuna intenzione di appesantire le proprie immobilizzazioni nel metallo giallo.
Insomma, le due superpotenze si trovano in una situazione di equilibrio che ricorda molto la mutua distruzione assicurata dei tempi della guerra fredda: solo che oggi al posto dell'Unione Sovietica c'è la Cina, e al posto delle testate nucleari ci sono gli asset americani, il cui futuro sta molto a cuore sia a Washington che a Pechino.
Visto il rischio costante che grava sul fragile equilibrio che lega oggi Cina e Stati Uniti, la nomenklatura preferisce quindi sgombrare il campo dagli equivoci e dalle ambiguità. «La Cina è un investitore responsabile, e non deve essere utilizzata per realizzare speculazioni di breve termine sul dollaro. Il mercato dei T-Bond è espressione del comportamento degli investitori e non può essere politicizzato» ha concluso Yi Gang.
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10/03/2010