La Cina cresce « solo» del 6, 7%

L'auto cinese stacca il piede dall'acceleratore. Ma per il mercato del Dragone, in corsa per diventare entro breve il più grande del pianeta, dovrebbe trattarsi solo di un rallentamento temporaneo. Nel 2008 in Cina sono stati venduti 9,38 milioni di veicoli, con un aumento del 6,7% rispetto all'anno precedente. Ciononostante, è stata la peggiore performance dal 2000 in poi. Non solo: l'obiettivo di dieci milioni di nuove immatricolazioni fissato dal Governo non è stato raggiunto.
I motivi della frenata sono gli stessi che negli ultimi mesi hanno mandato fuori giri l'industria dell'automobile in tutto il mondo: la crisi economica globale che ha gelato i consumi, e la riduzione del credito sul quale anche gli acquirenti cinesi di auto avevano fatto sempre più affidamento.
Il malessere globale, che nel l'ultima parte dell'anno scorso ha finito per contagiare i consumatori he vivono oltre la Grande Muraglia, condizionerà il mercato cinese per tutto quest'anno, prevedono gli analisti. In effetti. la partenza non è stata delle migliori: a gennaio, le vendite di auto sono scese a 790mila unità, con una flessione dell'8% rispetto lo stesso periodo dell'anno precedente.
Tuttavia chi vuol vedere il bicchiere mezzo pieno fa notare due cose. La prima è che nello scorso dicembre le immatricolazioni di nuovi veicoli erano state 584.600, cioè quasi 200mila in meno rispetto al mese successivo. La seconda è che, complice il crollo del mercato americano, sempre a gennaio, per la prima volta nella storia, le vendite di quattro ruote sul mercato cinese hanno sorpassato quelle statunitensi.
È un sorpasso difficile da digerire per Detroit, sebbene il trend appaia ormai irreversibile. Secondo gli esperti, nel 2009 la Cina riuscirà a superare il muro dei dieci milioni di automobili vendute, mentre le immatricolazioni negli Stati Uniti si fermeranno certamente sotto questa soglia. Neppure i più rosei scenari di ripresa dell'economia americana prevedono un controsorpasso: la Cina sta per diventare il principale mercato automobilistico del mondo, e all'orizzonte non si vede nessuno in grado di insidiare questo primato.
Malgrado ciò, la frenata delle immatricolazioni registrata negli ultimi quattro mesi del 2008 rappresenta un brutto mal di testa per il Governo cinese. L'automotive, al pari della siderurgia, è un'industria strategica perché sostiene il reddito nazionale, l'occupazione e lo sviluppo tecnologico: ecco perché Pechino è intervenuta subito non appena ha ravvisato le prime avvisaglie di crisi del settore.
In autunno, il Governo ha varato un robusto taglio fiscale sull'acquisto di auto di piccola cilindrata. Poi a novembre, nel quadro del maxi-piano di stimolo all'economia da 600 miliardi di dollari, sono stati approvati altri interventi per favorire il rilancio dell'industria automobilistica.
Tra questi, i più rilevanti prevedono altri tagli fiscali sull'acquisto di nuove vetture passeggeri (scadranno a fine 2009), incentivi alla rottamazione di veicoli a uso agricolo, e finanziamenti triennali per sostenere lo sviluppo di vetture eco-compatibili.
Mostrando grande lungimiranza, il Governo cinese ha deciso di abbinare le misure di sostegno al mercato con alcune mirate a favorire la competitività dei produttori nazionali. Giusto qualche giorno fa, Pechino ha annunciato una razionalizzazione del settore che prevede la riduzione delle principali case automobilistiche domestiche dalle attuali 14 a dieci.
Nei piani del Governo, una maggiore concentrazione della produzione dovrebbe servire a migliorare la profittabilità dei costruttori, ad aumentare la loro quota di mercato, a migliorare i loro standard tecnologici, e a favorire il consolidamento dei marchi nazionali. Quando il processo di razionalizzazione del settore sarà terminato, in campo resteranno due o tre grandi gruppi, ciascuno con una capacità produttiva superiore a due milioni di veicoli all'anno, più altre quattro o cinque aziende con una capacità annua di un milione di vetture.
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OBIETTIVO EXPORT



Progetti di espansione
Bruciare le tappe. Sembra la parola d'ordine che ispira i costruttori cinesi, decisi a farsi largo anche sui mercati esteri in largo anticipo sui tempi previsti dalla gran parte degli analisti. Emblematico il caso della Chery, il più dinamico tra i marchi nati all'interno della Grande Muraglia: crisi o non crisi, la società ha confermato che avvierà già quest'anno la costruzione di sei nuovi impianti in altrettanti Paesi stranieri: Thailandia, Russia, Argentina e Uruguay, oltre a due location non ancora specificate. Una distribuzione geografica che evidenzia l'ambizione di diventare presto un autentico global player del panorama automobilistico mondiale. O almeno di quello che uscirà ridisegnato dallo tsunami planetario.
Destinazione Molise
Nel mirino di Chery non ci sono solo i mercati emergenti, ma anche l'Italia – e in prospettiva tutta l'Europa Occidentale – anche se al momento per... interposta azienda: sono infatti Chery i modelli che vengono rivisitati, rimotorizzati, marchiati e assemblati dalla Dr di Macchia d'Isernia, piccola azienda che del partner cinese ha assorbito per intero il dinamismo: dopo i Suv Dr5 e Dr3 (il numero è quello delle porte), in questi giorni al salone di Ginevra ha presentato la Dr2, utilitaria da 83 Cv (78 nella versione bi-fuel a Gpl) lunga 3,70 metri, che si colloca subito sopra la piccola Dr1 che ha debuttato tre mesi fa al Motor Show di Bologna.

10/03/2009