L'Oriente alla conquista delle stelle

Paolo Migliavacca
Mentre le grandi potenze spaziali occidentali si misurano con le ristrettezze imposte al settore dalla crisi economica, in Oriente prosegue senza apparenti difficoltà la corsa a missioni sempre più complesse, che danno la misura tanto dei progressi tecnologici compiuti quanto, soprattutto, delle ambizioni crescenti. Tanto che l'«indice di competitività spaziale 2008», pubblicato dalla Futron Corporation di Bethesda (Maryland), che misura il livello di avanzamento dei programmi spaziali dei vari paesi, ha sentenziato che Cina, India e Giappone (insieme a Russia ed Europa) stanno riducendo il loro distacco dagli Usa.
La Cina, forte di un ottimo score nel campo dei vettori (oltre il 90% di lanci riusciti, con l'obiettivo di lanciare quest'anno ben 17 satelliti), ha fatto delle missioni con equipaggio umano uno dei fiori all'occhiello del suo programma: realizzato un volo con tre astronauti (e la prima passeggiata spaziale) lo scorso settembre con la capsula Shenzhou 7, l'obiettivo finale è creare una Stazione orbitante all'inizio degli anni 20.
Ma è addirittura allo spazio interplanetario che si dirigono le ambizioni di Pechino. Verso fine anno un vettore russo lancerà Yinghuo-1 (luce di lucciola), una sonda di 115 kg che, dopo 10 mesi di viaggio, entrerà in orbita intorno a Marte con l'obiettivo di studiare l'atmosfera marziana. E dopo il successo di Chang-e 1 (nome cinese di una dea lunare), rimasta in orbita lunare per 16 mesi, a cavallo tra il 2009 e il 2010 toccherà a Chang-e 2 approfondire lo studio della superificie lunare, per culminare nell'allunaggio di un "rover" sulla superficie del nostro satellite nel 2012-13 e, verso il 2017, nel lancio di un veicolo analogo destinato a riportare sulla terra campioni del suolo lunare. Il tutto con l'obiettivo d'inviare un "taikonauta" cinese sulla luna nel 2020-22.
L'India risponde alla sfida cinese con missioni analoghe a quelle della serie Chang-e: Chandrayaan-1 («viaggio verso la luna»), pesante alla partenza 1.300 kg, è entrato in orbita lunare nell'ottobre scorso. Sarà seguito nel 2011 da Chandrayaan-2, che da un orbita lunare dovrebbe sganciare un rover di circa 100 chili di peso e un'autonomia di un mese destinato a esplorare il suolo selenico.
Diversamente dalla Cina, l'India non sembra però ansiosa di effettuare voli umani: solo nel 2013-14 sarà collaudata una navicella vuota e, se l'esito sarà positivo, il primo indiano volerà nello spazio 1-2 anni dopo. Di voli verso la luna si parlerà dopo il 2020.
Il Giappone ha invece adottato una strategia piuttosto originale: secondo il piano ventennale adottato nel 2005, al momento della nascita del Japan Aerospace Exploration Agency (Jaxa), lo spazio dev'essere la punta di diamante dello sviluppo economico-scientifico del paese e le priorità andranno all'osservazione della Terra dallo spazio, all'esplorazione di asteroidi e all'elaborazione di tecnologie per sfruttare il suolo lunare.
Su questo filone s'inseriscono le missioni Kaguya (Selene), che dovrebbe concludersi in questi giorni con la caduta volontaria del satellite sulla luna, a quasi due anni dal lancio, l'invio nello spazio del modulo Kibo, che si aggancerà alla stazione orbitante internazionale, con il prossimo volo dello shuttle Usa Endeavour, e altre missioni su piccoli corpi celesti, dopo il successo di Hayabusa, che nel novembre 2005 sbarcò sul l'asteroide Itokawa.
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15/06/2009