L'italian way of life e l'urbanesimo dolce - Così vinciamo in Cina

di Aldo Bonomi

È stata la settimana della Cina. Con la delegazione di Confindustria all'Expo di Shangai. Microcosmi e macrocosmi che si incontrano. Non più sulla via della seta ma su quella della globalizzazione. Momenti che scavano nella nostra identità. Se ci è chiaro che l'identità sta nella relazione, non nel rinserramento. Filosofia che ci ha guidato in Triennale quando abbiamo collaborato all'ideazione del padiglione italiano al grande evento che ha come tema "better city better life".
In Italia, ci siamo detti, vivadio si producono ancora cose. In un mix tra cultura urbana e cultura del contado che fa sì che sul territorio si realizzi quel piccolo miracolo che chiamiamo made in Italy. Fatto di oggetti, simboli che si fanno merce, che sono elementi distintivi di quel nodo gordiano tra cultura materiale e cultura alta, tra primo e secondo popolo al lavoro, che ha avuto nel periodo rinascimentale il suo zenit. Le suggestioni di quel periodo storico collocano il nostro paese tra i grandi paesi del mondo. Esponendoci al rischio di idealizzare oltre misura un passato aureo e dall'altra di alimentare la sindrome da declino che spesso ci prende. In tempi di crisi poi…
Realisticamente ci siamo chiesti come rappresentare in Cina l'eccellenza dei piccoli numeri, se paragonati ai loro. Scartando di lato rispetto alla trappola del "piccolo è bello" che sempre prende rapportando l'economia italiana alla globalizzazione. Che si supera se ci si percepisce non più come "il più piccolo paese tra i grandi" ma come il "più grande paese tra i piccoli". Questo fa del nostro capitalismo, avendo chiaro che anche in tempi di mercatismo spinto non tutti i capitalismi sono uguali, un capitalismo "altro" rispetto ai due modelli emergenti a livello mondiale. Quello neofordista del Bric (Brasile India Cina) che si regge sulla commistione tra delocalizzazione, saperi e produzioni locali, e forze lavoro abbondanti a basso costo e quella high tech dei paesi più avanzati con investimenti che ci fanno arrossire, e spesso vergognare, in ricerca e sviluppo. Il made in Italy è lì in mezzo. Con le sue specificità di capitalismo di produzioni complesse che spesso opera in settori produttivi maturi, che non significa obsoleti, trovando la dimensione competitiva in filiere grandi abbastanza per l'attivazione delle risorse produttive e abbastanza piccole per non costringere le imprese alla global production. Esercitiamo così una leadership di nicchie globali ma non una oligarchia di mercato nei prodotti per la persona, Tac ( tessile abbigliamento calzaturiero), in quelli per la casa, siamo il salone del mobile e non l'Ikea, nella meccanica leggera, e partecipiamo con Fiat al risico globale del ciclo dell'auto e siamo eccellenti nelle trasformazioni agroalimentari…
Produciamo cose per i nuovi mercati, con punte di eccellenza fatte di brand universalmente noti. È un secondo made in Italy più diffuso, meno noto e celebrato ma non per questo in deficit di espansione. Tutto questo si è rappresentato a Shanghai nel padiglione italiano. Il primo e il secondo made in Italy delle nostre medie imprese che fanno filiera con i piccoli, anche loro orientati all'export. Questo siamo e da qui occorre partire. Con un piccolo vantaggio competitivo dato dalla nostra storia rispetto al tema dell'expo di Shanghai. Che può essere tradotto nello slogan che «una città migliore permette una vita migliore».
Molto attuale visto che, secondo le statistiche, il 23 maggio 2007 la popolazione che vive nelle città ha superato quella delle campagne. Si delinea il tema di un nuovo urbanesimo. E qui abbiamo qualcosa da dire e da mostrare. Siamo il paese delle cento città. Da noi il conflitto tra città e campagna, che riguarda aspramente la Cina e non solo, si è evoluto attraverso una transizione dolce. In economia mixando agricoltura e manifattura nel metal mezzadro dei distretti, nella società producendo la retorica del vivere all'italiana: mangiar bene, vestire con stile, abitare bene e con una buona coesione sociale. Retorica dell'Italietta si dirà. Se si va oltre ci si accorgerà che il tema del vivere all'italiana può essere messo in mezzo a un problema affatto retorico. Alla crescita disordinata delle megacity, Shanghai ne è un esempio, si può contrapporre un modello di crescita in grado di privilegiare la qualità della vita delle persone. Dibattito che attraversa gli economisti, gli urbanisti e i sociologi sul valore del Pil contrapposto al Piq (prodotto interno qualità). Accentuato dallo stretto passaggio della crisi che ci fa riflettere attorno a due pulsioni dello sviluppo. Quella della "crescita senza limiti" decantata negli ultimi anni di turbocapitalismo, e quella dei "limiti senza crescita" della gelata della crisi. L'expo, oltre che marketing di economie e nazioni, è anche un momento di riflessione collettiva sui destini e i limiti dell'umanità. Partendo dall'Italia dei comuni, passando per la città ideale del Rinascimento fino all'Italia delle cento città, si arriva, seguendo il filo rosso dell'urbanesimo senza fratture, alle metropoli dolci del vivere all'italiana e alle piattaforme produttive del made in Italy. Per questo, con un po' di patriottismo dolce, si è cercato di rappresentare l'Italia, in quel parco a tema globale che è l'Expo di Shanghai, non con la potenza dei grandi numeri o della tecnica ma con la foza-debole del made in Italy e con la qualità-problematica del vivere all'italiana
bonomi@aaster.it
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06/06/2010