L'inflazione ora spaventa sei cinesi su dieci

SHANGHAI. Dal nostro corrispondente
Dopo il governo e la banca centrale, anche i cinesi della strada iniziano ad aver paura dell'inflazione.
Secondo un sondaggio pubblicato ieri dalla People's Bank of China, il 61% degli intervistati ritiene che i prezzi dei beni di consumo aumenteranno nel prossimo trimestre. Per comprendere quanto siano diffusi i timori popolari per il rincaro del costo della vita, basti pensare che oggi la quota dei consumatori pessimisti sull'evoluzione futura dell'inflazione è superiore del 15% rispetto l'ultima indagine condotta dalla Pboc lo scorso agosto.
Non solo. Il numero degli intervistati fiduciosi sulle capacità delle autorità monetarie di tenere sotto controllo i prezzi è crollato al minimo degli ultimi undici anni, mentre la percentuale di coloro che si dichiarano soddisfatti dell'attuale livello dei prezzi si è ridotta al 14%, il livello più basso dal primo trimestre del lontano 1999.
Che la gente della strada fosse scontenta per i rincari generalizzati dei beni di prima necessità era chiaro anche prima che la Pboc pubblicasse il suo sondaggio. Negli ultimi tre mesi, le famiglie cinesi hanno visto lievitare violentemente i prezzi di tutte le derrate base della loro alimentazione quotidiana: dalla soia alla carne di maiale, dallo zucchero ai vegetali (i corsi dell'aglio sono più che raddoppiati rispetto a un anno fa).
Le statistiche dicono che a novembre i prezzi del cibo hanno subito un incremento dell'11,7% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente (frattanto il tasso d'inflazione si è attestato al 5,1 per cento), dopo che a ottobre erano già cresciuti di un altro 10 per cento. Ma, secondo le massaie che tutti i giorni vanno al mercato a fare la spesa, in realtà la situazione sarebbe ben peggiore di quella sintetizzata dai numeri ufficiali.
E la situazione peggiora allontanandosi dalle grandi città. Già perché nelle campagne, sulle montagne e tra le colline dello sterminato impero cinese non ci sono le catene di grande distribuzione a garantire l'offerta dei beni alimentari e a tenerne stabili i prezzi. Nelle zone remote del paese, dove vivono centinaia di milioni di persone, i flussi delle derrate sono affidati a fragili e inefficienti operatori locali. E così, quando i prezzi del cibo vanno sotto pressione, gli speculatori entrano subito in azione accaparrandosi i prodotti più richiesti e rivendendoli poi sul mercato con cospicui ricarichi.
Per evitare che lo scontento popolare causato dall'inflazione galoppante del cibo sfoci in manifestazioni e proteste di piazza, il governo è intervenuto tempestivamente per mettere un freno alla corsa dei prezzi. Per prima cosa, Pechino ha irrigidito la politica monetaria. Nel giro di un mese, la People's Bank of China ha aumentato per ben tre volte la riserva obbligatoria per le banche (l'ultimo provvedimento è di venerdì scorso), dopo che a ottobre aveva rialzato i tassi d'interesse per la prima volta dopo tre anni. Nel contempo, il governo ha varato una serie di misure amministrative per calmierare i prezzi dei generi alimentari e del carburante, e per sostenere tramite sussidi la spesa quotidiana delle famiglie più povere.
Intanto, chi ha i soldi in banca e teme che l'inflazione eroda il potere d'acquisto dei suoi risparmi, cerca come può di mettere al riparo il proprio gruzzolo dal rincaro del costo della vita. Un rincaro che sta spingendo sempre più in territorio negativo i tassi d'interesse reali. Negli ultimi mesi, i cinesi hanno ripreso a comprare oro a mani basse: lingotti, monete, gioielli, orologi. E, dicono gli esperti, continueranno ad acquistare il metallo giallo fino a quando i prezzi dei beni di consumo non inizieranno a scendere, il costo del denaro aumenterà, e i valori degli immobili torneranno a livelli più abbordabili.
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16/12/2010