L'amore stop and go tra Cina e America

di Simon Schama
Trovare qualcosa di americano da vendere ai cinesi, si tratti di democrazia o di prodotti manifatturieri, è sempre stato un problema. La prima nave mercantile che salpò da New York per Canton, nel 1784, era partita per comprare tè, ma il carico che trasportava come merce di scambio era il ginseng. Il ginseng americano era consumato dai cinesi per il suo yin, le proprietà femminili fredde: quello cinese era considerato più carico di yang. L'esplosione demografica del celeste impero aveva creato un eccesso di domanda che la produzione nazionale non riusciva a soddisfare: ecco perché le autorità imperiali avevano deciso di aprire le porte ai mercanti americani, consentendo loro di realizzare ricchi profitti.
Nasceva così un legame commerciale in cui, per lunghi periodi, i cinesi hanno dato per scontato di essere in posizione di forza. Chiedevano argento in cambio di tè, senza il quale, credeva qualcuno, i barbari occidentali sarebbero diventati ciechi e avrebbero sviluppato tumori intestinali.
Quanto a barbari, gli americani sembravano ai cinesi una versione più blanda della peste britannica. Aiutò il fatto che i mercanti inglesi inizialmente avevano estromesso i concorrenti Usa dal commercio di oppio, e che i missionari americani inveivano contro i guasti provocati dal traffico di droga. Ne guadagnò l'immagine degli Stati Uniti, percepiti come meno viziosi degli inglesi.
Anson Burlingame, l'inviato di Lincoln in Cina, ricambiò guidando una missione negli Stati Uniti in nome della Cina, decantando il "grande risveglio" del gigante dormiente, con cui, secondo lui, l'America avrebbe avuto legami di naturale cordialità. La non imperialista America avrebbe offerto l'ossigeno (i capitali) necessari a modernizzare la Cina: 400 milioni di contadini sarebbero entrati nel mercato moderno e, da parsimoniosi risparmiatori quali erano, avrebbero accumulato un reddito disponibile sufficiente a diventare consumatori dei prodotti industriali americani. Un cerchio perfetto.
All'inizio avvenne il contrario. Fu la manodopera cinese, portando la ferrovia attraverso la Sierra Nevada - un lavoro troppo pericoloso, in cui nessun altro voleva cimentarsi - a completare l'unificazione transcontinentale del mercato americano. La loro ricompensa furono pogrom contro le Chinatown della West Coast, espulsioni forzate, incendi dolosi, omicidi e leggi per impedire agli immigrati cinesi di acquisire la cittadinanza americana.
Ma la misteriosa attrazione dello yang e dello yin ha continuato a spingere l'uno verso l'altro i due imperi continentali, in un rapporto durevole, anche se drammaticamente squilibrato.
Dopo la rivoluzione del 1911-1912, che spazzò via l'impero manciù, scrittori, politici e imprenditori americani salutarono tutti con entusiasmo e paternalismo l'avvento di una Cina democratica, liberata dal suo torpore autodistruttivo e restituita a quell'ingegnosità indefessa che ne aveva fatto una delle grandi civiltà del pianeta.
L'intraprendenza e i capitali americani si riversarono nella Cina repubblicana. Sun Yat-sen fu salutato come il George Washington cinese. Naturalmente, le imprese americane non andavano in Cina per fare la carità. La British American Tobacco Company fece fortuna vendendo sigarette ai milioni di persone che non avevano più accesso all'oppio. La Standard Oil realizzò ottimi affari col kerosene, che nell'elettrificata America ormai non serviva più. Forse gli americani esagerarono con la caccia al profitto. Quando il partito nazionalista di Chiang Kai-shek, il Kuomintang, divenne aggressivamente antimperialista, le motivazioni che spingevano gli americani cominciarono a essere considerate altrettanto predatorie di quelle degli europei.
Ma a spingere nuovamente America e Cina l'una fra le braccia dell'altra fu il Giappone. A Shanghai la gente dice ancora che loro hanno più in comune con l'America che con il Giappone. E Chiang dava per scontato - e fu ratificato dal trattato del 1943, che finalmente rese possibile agli immigrati cinesi diventare cittadini americani - che gli Stati Uniti avrebbero sempre sostenuto la "Cina libera".
Generazioni di China hands (esperti americani di cose cinesi), come Henry Luce, l'editore del Time Magazine, figlio di missionari in Cina, ritenevano la stessa cosa. Per quante rivelazioni arrivassero sulla corruzione, l'autocrazia e l'incompetenza militare di Chiang, la loro opinione non mutava.
Il momento della verità arrivò dopo la sconfitta del Giappone. Il segretario di Stato di Harry Truman, Dean Acheson, decise che i comunisti cinesi erano diventati nient'altro che dei satrapi di Stalin. La distinzione di Mao fra le "forze reazionarie" e il "popolo americano" offriva all'amministrazione Truman un'opportunità per sganciarsi dal Kuomintang. La richiesta di Mao era un governo di coalizione, ma per Acheson si trattava semplicemente di un cavallo di Troia per imporre il dominio comunista. Con i massicci aiuti militari che gli Stati Uniti inviavano ai nazionalisti, l'idea che l'esercito di Chiang potesse soccombere di fronte all'armata di contadini guidata da Mao veniva accolta con incredulità a Washington.
Mai si è puntato con tanta ottusa caparbietà su un cavallo tanto perdente. È stato solo quando le truppe americane hanno sperimentato di prima mano la tenacia quasi suicida dell'Esercito popolare di liberazione, in Corea, che la rivoluzione cinese è stata compresa davvero in tutta la sua portata. Fino agli anni Cinquanta, il presidente Eisenhower era convinto che la Cina sarebbe crollata da sola economicamente (e ci è andato vicino) e mantenne l'impegno a difendere Taiwan, se necessario arrivando anche alla guerra nucleare. In patria, i China hands al Dipartimento di Stato, accusati di aver perso la Cina sopravvalutando Chiang, furono epurati, e con loro se ne andò anche la conoscenza della realtà cinese.
E oggi questa storia d'amore a intermittenza a che punto è? Il governo cinese punta il dito contro la dissipatezza di bilancio delle autorità di Washington anche perché non ha nessuna voglia di vedere le sue riserve in titoli di Stato svalutate da un tracollo del dollaro. Ma vendere i buoni del Tesoro Usa rischierebbe di spingere nel baratro l'economia americana, con gravissimi danni collaterali alle esportazioni.
La verità inconfessata è che i cinesi non si sono ancora abituati all'idea di essere la parte forte di questo rapporto. Gli oligarchi comunisti che da anni guardano con ammirazione al modello americano non riescono a sopportare di vederlo ridotto com'è ridotto: crollato a terra, ridotto all'ennesimo idolo infranto, attraente quanto lo smorto e polveroso ricordo di Karl Marx. E forse allora domenica, quando vedranno l'estatica figura del 44° presidente degli Stati Uniti, perderanno di nuovo la testa. Però non scommetteteci i vostri buoni del Tesoro.
Traduzione di Fabio Galimberti

NON FINIRÀ MAI

Rapporti altalenanti
Quella tra Stati Uniti e Cina, prima e terza economia mondiale, sarà la relazione più importante nel mondo del 21° secolo. Un rapporto difficile, come ha confermato il summit tra i presidenti Barack Obama e Hu Jintao. «Ci sono molte differenze» ha detto il leader cinese, ma «ci impegniamo affinché non venga meno il reciproco rispetto»
Le relazioni commerciali sino-americane vengono fatte risalire al viaggio, nel 1784, del mercantile Empress of China: salpato da New York con destinazione Canton. Tè, seta, cotone, porcellane prendevano la via degli Stati Uniti, affamati di articoli esotici, mentre gingseng, pellicce e spezie venivano esportate in Cina
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18/11/2009